“Senza lasciare traccia”: alla ricerca di un’effimera libertà

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Ex veterano afflitto dal disturbo da stress post-traumatico , Will (Ben Foster) vive insieme alla figlia tredicenne Tom (Thomasin McKenzie) in una riserva naturale. I due limitano al minimo i contatti con la società fin quando un giorno, dopo essere stati scoperti, sono affidati ai servizi sociali e obbligati a vivere in una comunità di recupero in Oregon. Ma dopo non molto Will sente la necessità di andare via e scappa insieme a Tom. Un incidente avvenuto a Will nella foresta, però, costringe Tom a cercare aiuto da alcune persone e così, inesorabilmente, a tornare in mezzo alla società.

Salita alla ribalta con l’intenso e magnifico dramma Un gelido inverno (opera che, tra l’altro, ha lanciato definitivamente la carriera di Jennifer Lawrence) la regista Debra Granik è tornata sul grande schermo con Senza lasciare traccia (Leave No Trace, 2018) altro, interessante dramma dai risvolti psicologici e intimisti. Adattamento del romanzo My Abandonment di Peter Rock, Senza lasciare traccia è un lavoro che si discosta, in parte, dal suo predecessore, il già citato Un gelido inverno: la differenza sostanziale tra i due è che il primo è permeato – fin dalle battute iniziali – da una cupa disperazione pessimista e da sprazzi di brutalità, resi ancora più possenti dalla desolante e invernale ambientazione dell’Altopiano d’Ozark (la stessa location che, di qui a poco, farà da sfondo alle vicende di True Detective 3); il secondo, invece, si presenta sotto una veste più tenue, più delicata ma non per questo di minor spessore.

Difatti Senza lasciare traccia affronta il delicato – anche se non inedito al cinema – argomento del disturbo da stress post-traumatico, patologia psicologica altamente diffusa tra gli ex combattenti di guerra come Will (interpretato con magnetismo dal sempre bravo Ben Foster), un uomo che non riesce più a trovare il suo posto in un mondo sempre più globalizzato e “figlio” dell’era del 3.0. Un uomo in fuga dalle persone, dai suoi fantasmi interiori e anche da se stesso, che trova requie solo ed esclusivamente tra i boschi, nel grembo di quella Mater Natura lontana dagli agglomerati urbani fatti di cemento, vetro e acciaio ma non per questo scevra di qualsivoglia incursione umana. Ed è proprio questa im(possibilità) di mantenersi a debita distanza dai propri simili che fa finire Will e Tom nella Via Crucis dei servizi sociali e delle comunità di recupero. Ma anche lì, in mezzo alle persone in fuga come loro due, per Tom l’aria è davvero troppo poca e il richiamo della foresta è inevitabile.

In fondo, Senza lasciare traccia è la mise en scène di un padre e di una figlia alla ricerca di un’effimera libertà che permetta di vivere in maniera semplice e – soprattutto – di conoscersi. Sì, poiché l’opera terza di Debra Granik mette sotto la lente, ancora una volta, il rapporto padre-figlia: se in Un gelido inverno la Ree Dolly interpretata dalla Lawrence va alla disperata ricerca del padre scomparso non tanto per affetto ma piuttosto per salvare la casa e assicurare un’esistenza dignitosa alla madre e ai fratelli, in Senza lasciare traccia la ricerca posta al centro delle vicende è quella incentrata sul proprio Io interiore che in Will si trasmuta nell’insopprimibile necessità di essere un fantasma tra i vivi e di non lasciare alcun segno del suo passaggio (deducibile dal titolo stesso dell’opera che, per una volta, rispecchia perfettamente il significato originale anche nell’adattamento italiano) che si scontra, inesorabilmente, con la necessità altra della figlia adolescente Tom la quale, stanca della difficile vita, decide di tornare in mezzo alla società. In questa presa di coscienza e decisioni avviene il vero riconoscimento tra padre e figlia e, di conseguenza, si consuma un vero atto di amore incondizionato lasciando andare chi, in cuor suo, desidera altro. Con tocco leggero ma non per questo meno impegnativo Senza lasciare traccia è la prova di come si possa parlare, ancora una volta, del complesso PTSD senza dover, per forza, fare ricorso a stantii flashback oppure agli incubi ad occhi aperti, lasciando così la guerra (che sia l’Iraq o l’Afghanistan poco importa) fuori dalla rappresentazione filmica per dare spazio a un toccante resoconto di vita di due esistenze ai margini.

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