In un anno pandemico come questo, fa piacere annunciare la nascita di una casa editrice mossa dal nobile intento di offrire i capolavori meno pubblicati della letteratura universale. Nata dalla lodevole iniziativa del gruppo di giovani redattori che dirige Gerardo Masuccio, poeta di Battipaglia che ha trovato a Milano l’ambiente propizio, Utopia ha da poco dato alle stampe i suoi primi volumi. Tra questi, il romanzo di Camilo José Cela, La famiglia di Pascual Duarte (pp.159, euro 16), un classico sempreverde delle lettere spagnole. Cinque anni prima delle Lettere al mio giudice di Simenon, il premio Nobel spagnolo concepì un’impressionante confessione dal carcere, capace di indagare gli strati più occulti del cuore umano, «questa macchina che fabbrica lo stesso sangue che una pugnalata farà versare». La storia, avventurosa e sanguigna («semplice, così semplice come sono tutte le cose che vengono a complicarci la vita»), è sempre sottesa da una rigorosa ricerca linguistica e da un pensiero vigile e complesso: «Si uccide senza pensarci, ne ho la prova… Si odia, si odia intensamente, con ferocia, e si apre il coltello, e con la lama nuda si arriva, scalzi, fino al letto dove dorme il nemico… Ci toccherà fuggire; fuggire lontano dal paese, in un luogo dove nessuno ci conosca, dove possiamo incominciare a odiare con nuovi rancori».

Seguendo la tradizione picaresca, Cela ci presenta una classe di perdedores, sopraffatti dalla miseria e condannati a strade tortuose ed esistenze durissime: «Nacqui molti anni fa – per lo meno cinquantacinque… in un villaggio della provincia di Badajoz… rannicchiato sul bordo d’uno stradale uniforme e lungo come un giorno senza pane… le case imbiancate così violentemente che soltanto a ripensarci mi fa male la vista». Posti desolati dove c’è solo la «sede del municipio, grande e quadrata come una cassa di tabacco, con una torre nel mezzo e in cima alla torre un orologio, bianco come un’ostia». Luoghi che partecipano dell’infelicità umana: «La campagna era calma e arida e le cicale con il loro frinire sembrava che volessero limare le ossa della terra». Dalle prime pagine si intuisce la potenza drammatica del libro: «La cagna tornò ad accucciarsi di fronte a me e ricominciò a fissarmi; ora capisco che aveva lo sguardo dei confessori, indagatore e freddo, come dicono che sia quello delle linci… Un tremito mi serpeggiò per tutto il corpo». Cela non ha paura di scendere nelle grotte più scure della natura umana: «l’amarezza che mi sale alla gola è tale che il cuore mi sembra pompare veleno invece che sangue; mi sale e mi scende per il petto, lasciandomi un disgusto acido nel palato, infettandomi la lingua con il suo sapore, disseccandomi le viscere con la sua esalazione triste e maligna come l’esalazione d’una tomba».

Il libro, duro e flamenco, si intenerisce nei momenti amorosi: «mi parve più bella che mai, con il suo abito azzurro come è azzurro il cielo e quella sua aria di madre selvatica». I personaggi sono così dettagliati da sembrare più veri del reale: il vecchio che «andava e veniva da un lato all’altro, svelto e affaccendato come una sposa» o il prete «lesto come una formica». Magistrale anche nei particolari che con poche pennellate vivificano le scene: «Lola si alzò – come era alta! – e uscì dalla stanza». Pensiamo poi alla grottesca fuga del protagonista dalla propria ombra, oppure alla «sigaretta che i momenti di sventura mi sorprendono sempre a fumare». La voce di Pascual Duarte diventa riscatto: «Ci sono uomini ai quali si ordina di camminare sulla via dei fiori e uomini a cui s’impone di trascinarsi per la via dei cardi e dei rovi. Quelli si godono un panorama sereno e all’aroma della loro felicità sorridono con il viso dell’innocente; questi altri devono soffrire il sole violento della pianura e corrugano il volto come i felini per difendersi. C’è molta differenza tra il lisciarsi le carni con il belletto e l’acqua di colonia, e adornarle invece con tatuaggi che poi nessuno dovrà più cancellare». Lo sguardo del disgraziato concede al lettore di osservare tutto con distacco: «Gli abitanti delle città vivono voltando le spalle alla verità e molte volte non s’accorgono nemmeno che a due leghe, in mezzo alla pianura, un uomo di campagna si distrae pensando a loro mentre ripiega la canna da pesca, mentre solleva da terra il canestro di vimini con sei o sette anguille dentro».

È un carcerato che ci ricorda che la scrittura è una cosa seria e costa fatica: «lo sforzo che sto facendo da quattro mesi per scrivere quasi ininterrottamente non si può paragonare a nient’altro che io abbia mai fatto in vita mia… ci sono anche dei momenti in cui godo con la più onesta letizia, forse per il fatto che a raccontare mi sento così distaccato da tutto il passato che è come se riferissi cose per sentito dire, come se riguardassero uno sconosciuto».

 

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