In rappresentanza di Taut Editori, raccolgo l’invito rivolto a varie case editrici indipendenti da CyranoFactory e provo a parlarvi di editoria di ricerca con un esempio concreto:

Ben Lerner Un uomo di passaggio (Neri Pozza)

Molti poeti hanno provato a scrivere un romanzo senza avere la tempra adatta. Nonostante la ricchezza di materiali che esibisce la nostra provincia, il romanzo italiano è incagliato da decenni nell’imitazione esterofila e nelle sabbie mobili di un’arcadia da divano. Chiunque investa in editoria sa bene che, per la narrativa, è meglio cercare all’estero. E, infatti, vi propongo un poeta americano che è passato al romanzo senza sfigurare, mantenendo la narrazione organica e plausibile, un po’ perversa e intelligente come piace a noi, ma solida e ben strutturata. La mano del poeta, o del tintore, per dirla con Auden, scalda il lettore con discrezione: “fiamma dura come un quarzo”.

L’avventura di Adam, giovane scrittore in costruzione (“mi ripugnava l’idea di diventare uno di quei poeti che andavano soggetti ad attacchi improvvisi di ispirazione”), parte dagli Stati Uniti ma si ambienta a Madrid, dove arriva con la borsa di studio di un prestigioso premio letterario. Il libro ha una cadenza a metà tra il Lazarillo e la plasticità esistenziale della Oats: “verso le colline lontane, o forse erano montagne. Il silenzio che adesso mantenevamo era semplice assenza di suono, non il ribollire di significati potenziali… comunicarle per davvero qualcosa invece di trasformarne la profondità nell’effetto della sua incomunicabilità. Adesso temevo che non sarei mai riuscito a esprimermi a dovere, né in positivo né in negativo e, mentre facevamo il giro delle capillas, mi resi conto con sgomento che ridurre la nostra interazione al letterale e trasformare i nostri silenzi pregnanti in un’assenza di segnale, in un tracciato piatto su una banda definita, avrebbe senz’altro sottratto al mio corpo qualsiasi potere di suggestione di cui avrebbe goduto prima, e facendo l’amore lei non avrebbe più sentito intimamente la sua stessa capacità di sentire intimamente, ma solo il mio corpo in tutta la sua infelice realtà”.

Tutti i passaggi, anche le digressioni, sono piacevoli e pregnanti, nessun binario è morto: “i mobili economici ma innocui che ci avevo trovato, mobili che sarebbero rimasti lì dopo la mia partenza, qualche vecchia cartolina che avevo comprato a El Rastro e attaccato alle pareti con lo scotch. Poi le altre stanze in cui avevo abitato: Brighton Street con il materasso in terra, Hope Street con il piccolo tavolo da disegno, i dormitori, tutti orribili, poi Greenwood, Jewell Street, Huntoon e la mia culla, che in realtà non ricordavo, le immaginai tutte in quell’istante, adesso arredate e abitate da altri. Poi riuscii a sentirmi in ciascuna di quelle stanze nel momento in cui la immaginavo, e il buio oltre il portico diventava il buio di Topeka o di Providence. Poi era il buio di quando avevo sette o quindici o vent’anni, ogni buio con una sua forma o armonia, il cielo, quand’ero giovane, più concavo. E poi riecco il portico di Rufina, ma immaginato da una stanza futura circondata da un buio futuro, una stanza in cui stavo scrivendo, forse queste parole”.

La narrazione, impetuosa ma controllatissima, tiene incollati alla trama, anche quando il pensiero del protagonista parte per la tangente. Con Le figure di Lichtenberg, la raccolta in versi pubblicata da Tlon, Lerner ci aveva abituati alle poesie liberate dall’ansia delle perifrasi. Questo romanzo, nella traduzione di Laura Prandino, ci permette di conoscere meglio un autore che nel mondo anglosassone (come conferma Ella Frears – poetessa inglese del ‘91 inclusa nell’antologia Planetaria di Taut) è ormai un riferimento per i più giovani.

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