Vent’anni di “Heat – La sfida”, il capolavoro senza tempo di Michael Mann

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Dopo una rapina ad un portavalori, purtroppo sfociata nel sangue, la città di Los Angeles diventa terreno di caccia e scontro tra il Tenente di polizia Vincent Hanna (Al Pacino) e l’inafferrabile Neil McCauley (Robert De Niro), esperto rapinatore professionista a capo del commando che ha assaltato il furgone. La polizia brancola nel buio ma Vincent, ossessionato dal caso, si avvicina sempre più a Neil in un pericolosissimo gioco del gatto col topo. Tra appostamenti, pedinamenti, soffiate, agguati, leali incontri faccia a faccia ed una furente e sanguinosa sparatoria per le affollate strade della città degli angeli, il destino di Neil e Vincent è destinato ad incrociarsi, definitivamente, per una risolutiva e letale resa dei conti.

Sono passati vent’anni da uno dei più famosi incontri cinematografici tra due mostri sacri dell’Actors Studio, ossia Al Pacino e Robert De Niro, rispettivamente nei ruoli di un testardo e duro poliziotto, il primo e di un freddo ma leale rapinatore, il secondo. Sono trascorse ben due decadi da quando, al un tavolo del ristorante Kate Mantilini di Wilshire Boulevard (locale che, purtroppo, ha chiuso i battenti nel dicembre del 2014) i due attori, nei panni di Vincent Hanna e di Neil McCauley sospendevano i loro ruoli di guardia e ladro per raccontarsi – lealmente e in tutta sincerità – debolezze e paure delle proprie vite in uno struggente e splendido campo-controcampo. Solo un regista avanti sui tempi come Michael Mann poteva raccontare, senza patetismi ma con lucido e diretto realismo, l’in(credibile) incontro e l’instaurarsi, reciproco, di un’ammirazione rispettosa tra un rappresentante della legge ed un criminale. Solo in un film monumentale come Heat – La sfida (Heat, 1995) è stato possibile mettere in scena la più bella caccia all’uomo di tutta la storia del cinema contemporaneo.

Thriller metropolitano di immenso pathos e spessore, Heat – La sfida, ancora oggi dopo venti anni dall’uscita nelle sale cinematografiche, conserva intatto quell’aspetto di opus filmica figlia degli anni Novanta eppure avente forti connotazioni e intrisa di stilemi appartenenti alla Hollywood classica del periodo d’oro (su tutto i richiami al noir statunitense degli anni ’40), al western di fordiana memoria (le panoramiche e la profondità di campo che “abbracciano” le ambientazioni) e al polar di Jean-Pierre Melville. Attraverso la rilettura dei generi e anche della storia del cinema stesso, Mann ha dato vita alla sua opera mare magnum in cui tutti i temi a lui più cari (come l’incapacità di sfuggire al proprio destino, l’amicizia virile [al pari di John Woo e Kathryn Bigelow], i rapporti umani), l’amore viscerale per le ambientazione metropolitane, notturne e diurne, fatte di acciaio, vetro e cemento e la passione per la “macchina cinema” convergono in un perfetto e sereno equilibrio.

Esperto nel mettere in scena e raccontare le debolezze e le difficoltà della vita umana, Michael Mann pone al centro dei suoi film un’acuta e personale riflessione sull’uomo che, al pari di una pedina, è pezzo vivente della grande metropoli in cui, in(direttamente), egli stesso plasma ed attua il proprio destino. Riflessione che – come nei precedenti Strade violente (Thief, 1981), Manhunter – Frammenti di un omicidio (Manhunter, 1986) e nei successivi Collateral (id., 2004), Miami Vice (id., 2006), Nemico pubblico (Public Enemies, 2009) e nel recente Blackhat (id., 2015) – è insita e posta al centro dell’attenzione in Heat – La sfida un film che, dietro l’apparente aspetto di genere, dimostra di non essere un semplice poliziesco ma ben di più perché Heat è l’incontro-scontro tra esistenze al limite e fuori tempo massimo, asserragliate ed imprigionate nell’impossibilità di andare oltre ciò che è la pura e semplice realtà. L’incontro tra il poliziotto Hanna e il criminale McCauley è solo il fulcro principale da cui tutte le vicende esistenziali di Heat – La sfida prendono forma. Film corale e con un alto numero di personaggi (interpretati da un cast all stars in stato di grazia), ognuno con una propria storia da raccontare, nel suo quinto lungometraggio Mann intreccia – abilmente e senza sbavature – tutte le vicende di ogni singolo personaggio con le vite di Vincent e Neil. Il poliziotto e il criminale sono – in fondo – due facce della stessa medaglia: entrambi professionisti del proprio mestiere, tutti e due legati, indissolubilmente, dall’ossessione per il lavoro. È un rapporto speculare quello che lega Vincent e Neil poiché, in un macrocosmo di legami di amicizia, affetto, amore (il disastrato terzo matrimonio di Vincent, l’amore senza apparente futuro di Neil nei confronti di Eady, la donna amata) che ruota intorno a loro, i due sono veramente gli unici che riescono a comunicare ed a capirsi.

Un rapporto di rispetto e “amicizia” destinato, purtroppo, a sfociare in quella sfida a lungo cercata (e inseguita). Una sfida, un confronto che si consuma in quella realtà urbana in cui, i personaggi di Heat, vivono, si muovono e muoiono. Una lotta che sfocia, dopo l’ultimo colpo in banca di Neil e soci, nella spettacolare e tesissima sparatoria per le strade di Los Angeles, di quella città degli angeli viva e pulsante, dalle migliaia di luci e arterie stradali elevata, grazie alla magnifica fotografia del veterano Dante Spinotti, a vera e propria protagonista del film e non a semplice contenitore di eventi e sfondo d’azione. Girata in maniera talmente realistica ed embedded, tale da far sentire lo spettatore partecipe degli eventi, la sequenza centrale d’azione di Heat è talmente reale, sanguinosa, mortale da far impallidire, ancora oggi, qualsiasi altra sequenza action a confronto. Quello di Vincent e Neil è uno scontro, una guerra senza quartiere che si conclude nel momento in cui, la possibilità di fuga e di una nuova vita, sembrano essere state raggiunte. La sfida, la caccia tra i due protagonisti assoluti finisce, drammaticamente, ad un passo dalla salvezza, in quella città dove tutto ha avuto inizio, in un finale notturno, nostalgico e con uno dei più belli e commoventi gesti di pietas (esemplarmente accompagnato dalle note di God Moving Over the Face of the Waters) dell’intera storia della Settima Arte.

Film di ampissimo respiro e di grande portata, Heat – La sfida era ed è un capolavoro senza tempo, capace di coinvolgere emotivamente dal primo all’ultimo minuto. Un’opera epocale, un saggio registico di immane potenza filmica che ha fatto scuola, un dono per veri amanti del cinema che, solo un genio come Michael Mann, poteva fare.

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