Il voyeurismo di fine (e inizio) millennio: “Strange Days”

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In una cupa e pessimista Los Angeles, l’ex poliziotto Lenny Nero (Ralph Fiennes), ossessionato dal ricordo della sua ex ragazza Faith (Juliette Lewis), per vivere spaccia un nuovo tipo di droga sottoforma di dischetti che, una volta inseriti in un apposito device chiamato Squid, permettono ai clienti che ne fanno uso, di rivivere scene di vita vissute da altre persone. Quando Lenny viene in possesso di una clip in cui sono impressi due omicidi, all’ex agente non resta che indagare, supportato e aiutato dalla sua amica Mace (Angela Bassett), al fine di scovare gli assassini. A complicare ulteriormente la situazione è la scoperta, da parte di Lenny, che Faith è coinvolta nella faccenda. Senza un attimo di tregua Lenny e Mace si gettano, a capofitto, tra le strade di una città degli angeli in preda al caos e ai disordini tra gang e polizia, mentre la metropoli è ulteriormente in delirio, a poche ore dalla mezzanotte del 31 dicembre 1999 e dall’entrata negli anni 2000.

Raro esempio perfettamente funzionante di commistione fra generi, quali il thriller metropolitano, il noir, l’action e la sci-fi distopica, Strange Days (id., 1995) della regista californiana Kathryn Bigelow (Premio Oscar nel 2010 con il war movie psicologico The Hurt Locker [id., 2008]), qui in accoppiata con l’ex marito James Cameron (che firma la sceneggiatura “di ferro” insieme a Jay Cocks), si conferma una pellicola, nonostante i venti anni che si porta sulle spalle, mai come oggi attuale e disarmante. La droga del futuro (poi non tanto lontano) immaginato all’epoca dell’uscita di Strange Days, permette di vivere una vita, un’esperienza in prima persona già vissuta da un altro al di fuori da se stessi, quasi come se, per qualche secondo, ma anche minuti oppure ore, tramite le clip e lo Squid si diventasse una sorta di veggente onnisciente di azioni oramai compiute ma delle quali, nonostante la compiutezza, si possa divenire partecipi in qualsiasi momento.

È una sovrapposizione di vite ed esperienze ciò che rappresenta il fulcro narrativo, il carburante propulsore delle vicende di Strange Days; meglio ancora è un meccanismo rewind & play che – nonostante la semplice ma promiscua fruibilità – va incontro ad una collisione tra l’azione del vedere e quella del guardare che sprofonda nel più puro voyeurismo non solo dei personaggi in scena, ma anche di noi spettatori. Un gusto del guardare che oggi tocca, sempre più da vicino, la società newmediatica e voyeurista totalmente immersa, 24 ore su 24, tra i canali video di YouTube, in costante sviluppo grazie alle action cam (ampiamente utilizzate, oltre nel contesto civile, anche nei numerosi teatri di guerra), i vari social network, in cui la condivisione immediata e virale di video e immagini fa da padrone, i reportage dei notiziari, in diretta, da ogni parte del globo, rendendo lo spettatore partecipe embedded, in prima persona, di ogni evento.

Un’azione, un piacere colpevole, gusto lussurioso che, ciononostante, in Strange Days detona, provoca – utilizzando una terminologia di lacaniana memoria – una vera e propria schisi tra occhio (l’utilizzatore dello Squid) e sguardo (le esperienze vissute da un altro soggetto) nel momento in cui la morte, tabù per antonomasia nella società e nel cinema invade, fa capolino negli spezzoni di una second life spacciata per strada. La “morte in diretta” in cui si trova invischiato, suo malgrado, lo spacciatore dal cuore buono Lenny (interpretato magnificamente da un Fiennes carismatico e in stato di grazia), innesca il congegno ad orologeria di Strange Days, che evolve in un incredibile gioco all’incastro sviluppandosi, gradatamente, in una corsa contro il tempo alla ricerca di indizi che portino ai colpevoli. Una ricerca a perdifiato, una escalation di scoperte e colpi di scena che si consumano in una Los Angeles esplosiva e paranoica alle porte del terzo millennio perché, oltre alla possibilità di un futuro in cui, il potere della visione, è fondamentale, Strange Days consegna il clima di diffidenza e di insicurezza (come nel coevo Seven [id., 1995] e in Fight Club [id., 1999], entrambi di David Fincher) della società che si apprestava, allora, ad entrare negli anni Duemila, senza scartare, mettere da parte la realtà storica (i disordini di Los Angeles del 1992 tra comunità afroamericana e polizia, a seguito del pestaggio a morte di Rodney King, ripreso in diretta) anche se filtrata e rielaborata a favore di trama.

Opera filmica anticipatrice e veggente, come il successivo eXistenZ (id., 1999, di David Cronenberg), Strange Days è un complesso (ma non di difficile comprensione) e puro esercizio di stile à la Bigelow, regista in cui si muovono due anime: una riflessiva, esistenzialista e anche filosofica, l’altra votata all’action più puro. Con molte probabilità e senza ombra di dubbio alcuno, è il sapiente dosaggio fra i tempi riflessivi e di scavo psicologico-sociale (come in Il buio si avvicina [Near Dark, 1987] e Blue Steel – Bersaglio mortale [Blue Steel, 1990]) e delle sequenze adrenaliniche (già ben definite ai tempi di Point Break – Punto di rottura [Point Break, 1991] e ancor più affinate in The Hurt Locker e Zero Dark Thirty [id., 2012]) che ha fatto, del film bigelowiano, un cult (se non addirittura un capolavoro) cinematografico assoluto degli anni Novanta.

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