“Drive” – Storia di un eroe dei nostri tempi

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A Los Angeles il misterioso e taciturno Driver (Ryan Gosling) si guadagna da vivere facendo più di un lavoro: di giorno meccanico nell’autofficina di Shannon (Bryan Cranston) e stuntman per le sequenze di inseguimento nei film hollywoodiani, di notte esperto autista per rapinatori. Proprio durante il rientro a casa dopo un colpo andato a buon fine, Driver conosce Irene (Carey Mulligan), sua vicina di casa, madre di Benicio (Kaden Leos) e moglie di Standard (Oscar Isaac), che sta scontando una pena in prigione. Driver decide di prendersi cura della ragazza e di suo figlio, facendo da marito e padre putativo. A complicare ed a spezzare l’apparente idillio amoroso tra i due, ci pensa l’inaspettata scarcerazione di Standard. Ma ben presto quest’ultimo si trova a dover fare i conti con i due criminali Bernie Rose (Albert Brooks) e Nino (Ron Perlman), ai quali deve del denaro per la protezione avuta in carcere. Venuto a conoscenza del pestaggio di Standard e delle minacce rivolte a Irene e suo figlio, Driver decide di aiutare Standard per un rapina che, purtroppo, sfocia nel sangue. Con le spalle al muro, ferito e braccato dagli uomini dei due malavitosi, a Driver non resta che fare piazza pulita di chi vuole morto lui, Irene e Benicio.

Prima opus americana del regista danese Nicolas Winding Refn (sua la trilogia di Pusher [1996-2005] e il biopic Bronson [id., 2008]), tratta dall’omonimo romanzo di James Sallis, Drive (id., 2011) è – con molte probabilità – uno dei film più importanti degli ultimi anni. Merito di una regia esteticamente e stilisticamente perfetta – giustamente premiata nella 64ª edizione del Festival di Cannes – e della fotografia dell’americano Newton Thomas Sigel, che mette in risalto gli spazi metropolitani notturni e diurni di una Los Angeles incredibilmente fotogenica. In questo, il regista danese ha assimilato alla perfezione gli stilemi di michaelmanniana memoria sulla gestione degli spazi metropolitani, rendendo il suo Drive un thriller metropolitano in cui, al pari dei film di Mann come Strade violente (Thief, 1981, film con il quale, tra l’altro, Drive condivide alcuni punti in comune), Heat – La sfida (Heat, 1995), Collateral (id., 2004) e Blackhat (id., 2015), la città non è limitata a semplice e mero sfondo d’azione ma si rivela – minuto dopo minuto – vera e propria protagonista fatta di cemento, vetro, acciai, luci e riflessi di fianco ai personaggi principali fatti di carne e ossa.

Tra numerose citazioni ai vari Martin Scorsese e Clint Eastwood (come lo sguardo nello specchietto retrovisore e le peregrinazioni notturne del protagonista, memento di Taxi Driver, oppure il personaggio senza nome di Gosling [che viene qui chiamato Driver per comodità] chiaro riferimento al western Lo straniero senza nome), mai banali e di cattivo gusto ma – piuttosto – rispettose, Drive è, da un lato, un esempio di meta-cinema che vive di Settima arte e che si muove all’interno di essa, dall’altro è la messa in scena della storia di un eroe dei nostri tempi, figlio della contemporaneità e che porta avanti un personale codice etico/cavalleresco. L’anonimo protagonista non lesina a sporcarsi le mani, ad uccidere e, in qualche modo, a ripulire le strade dal crimine (nonostante egli stesso sia complice “al volante” di rapinatori e ladri), nel momento in cui le persone da lui amate (la giovane Irene e il piccolo Benicio) sono messe in pericolo. Ciò che più profondamente colpisce di Refn è la capacità, rispetto al romanzo originale, di far convivere, all’interno di un’opera come Drive, passato e presente: da un lato la regia di Refn è coeva alla produzione odierna e mainstream, dall’altro sprofonda, si inabissa magistralmente nelle decadi cinematografiche degli anni Settanta e Ottanta. Una doppia anima filmica, quindi, che suddivide Drive in due potenziali e ideali blocchi: il primo, in cui abbondano tempi lenti e dilatati, pause verbali e lunghi silenzi, sguardi che si incrociano e si soffermano a guardare la realtà metropolitana (resa ancor più “viva” non solo per via dell’onnipresente città, ma soprattutto dal fatto di aver girato per davvero, on location, in quel di Los Angeles), oppure sguardi che si perdono, reciprocamente, uno all’interno dell’altro (l’amore, mai effettivamente iniziato, tra Driver e Irene); il secondo in cui ogni possibile spiraglio di amore ed ogni possibilità di una vita tranquilla sono, impietosamente, spazzati via dalla più cieca e inaspettata violenza criminale. Sotto l’aspetto altamente patinato di Drive si cela un Giano bifronte avente un volto votato al romanticismo struggente, un secondo volto, invece, rivolto verso una violenza disperata, nichilista e decisamente splatter che, oggi come oggi, risulta essere à la mode. Un film doppio, come il suo protagonista interpretato da un Ryan Gosling (ex prodigio dei format della Disney e talentuoso fin dai tempi di Lars e una ragazza tutta sua) in stato di grazia che l’anno prima si è fatto notare nello splendido Blue Valentine (id., 2010, di Derek Cianfrance), per poi bissare la performance interpretativa nel 2012 con Come un tuono (The Place Beyond the Pines, sempre di Cianfrance) e che qui è capace di sguardi sentimentali ma anche tanto annichilenti da far gelare in sangue nelle vene, così come di gesti di inusitata bontà ma parimenti di incredibile brutalità pur di difendere le persone che ama. Non sono di meno la londinese Carey Mulligan, perfetta nel mostrare la debolezza di una donna travolta dagli eventi e Bryan Cranston, volto noto del serial Breaking Bad.

Cinematograficamente parlando il thriller metropolitano di Refn è una splendida creatura nata dall’incrocio tra il cinema action e noir degli anni Ottanta, permeato da quell’estetica della violenza derivata da Sam Peckinpah e quello degli anni Duemila, in cui l’utilizzo della regia digitale consegna allo spettatore un realismo ancor più immersivo e magnetico. Tra passato e presente, Drive è un perfetto omaggio cinefilo agli anni Ottanta, messo in immagini su schermo e che trapela la sua natura fin dal titolo di colore rosa shocking; un omaggio che è anche “sentito” attraverso la colonna sonora del veterano Cliff Martinez ed ai brani Nightcall e A Real Hero che, rispettivamente, aprono e chiudono il film.

Un film coinvolgente e senza imperfezioni che, fin dalla sequenza di apertura in medias res per poi arrivare agli ultimi e risolutivi minuti di un finale volutamente aperto, ipnotizza lo spettatore con tutta la sua carica estetica/visiva degna di un capolavoro odierno, il quale si presta, senza il rischio di scader nella noia, a più di una visione.

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