“True Detective 3”: un ritorno alle origini seppur con minore carisma

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Il 7 novembre del 1980 i fratelli Will e Julie Purcell scompaiono tra i boschi dell’Arkansas. A occuparsi del caso sono i detective della Polizia di Stato Wayne Hays (Mahershala Ali) e Roland West (Stephen Dorff). Quello che, inizialmente, sembra un allontanamento volontario, ben presto si tramuta nella peggiore delle realtà. Will viene rinvenuto morto da Hays mentre Julie continua a risultare scomparsa. Tra indizi fuorvianti, sospetti e segreti nascosti, i due detective restano legati al caso per trentacinque anni.

Nel 2014 Nic Pizzolatto ha stravolto il concetto di serialità televisiva con True Detective, serie poliziesca antologica dal forte sapore cinematografico che ha svolto il ruolo di apripista per la migrazione, dal grande al piccolo schermo, di attori e attrici appartenenti all’entourage hollywoodiano. Ma ciò non basta a far carpire (per chi ancora non l’avesse visto) la grandiosità di True Detective e la conseguente ventata di freschezza che ha portato con sé: forte di uno script solido e inattaccabile e di un impianto scenotecnico di prim’ordine dal quale spicca l’impeccabile regia di Cary Fukunaga, True Detective può essere considerato come un lungo film di otto ore, con ogni singolo episodio perfettamente interconnesso all’intreccio narrativo che si snoda, temporalmente, tra passato e presente. Visto l’enorme successo nel 2015 è la volta di True Detective 2 ma qualcosa va storto: la seconda stagione di Pizzolatto abbandona le atmosfere da thriller per virare, con più decisione, verso il poliziesco di stampo action (ne sono la prova le svariate e ben realizzate sequenze d’azione adrenalinica presenti). Nonostante True Detective 2 annoveri nel cast Colin Farrell, Vince Vaughn, Rachel McAdams e Taylor Kitsch, la storia, il cambio di regia e l’eccessiva presenza di personaggi ne pregiudicano il successo, dividendo i pareri in fazioni contrastanti. E ora, in questo 2019 ancora agli inizi, Pizzolatto è tornato nuovamente alla carica con True Detective 3 e, dopo la non molto apprezzata seconda stagione, lo sceneggiatore sembra aver centrato nuovamente il bersaglio.

Di preciso, cos’è che ha dato la possibilità al franchise di True Detective di risalire la china? Presto detto: True Detective 3 è un ritorno alle origini seppur con minore carisma. Certo, ciò non intacca minimamente la qualità complessiva di questo Atto III, tuttavia è impossibile non fare un diretto confronto tra questa terza stagione con il suo prototipo: True Detective 3 riprende – quasi – in toto l’impianto da thriller e le atmosfere angosciose di True Detective, ma lo fa a modo suo sì riconoscendo il debito ispirazionale eppure mantenendo – contemporaneamente – i propri tratti distintivi senza risultare, così, una replica meramente modificata di qualcosa di già visto. Torna la coppia di detective dai caratteri e dalle visioni del mondo contrapposte; non ci sono più l’immenso Rustin Cohle di Matthew McConaughey e il perfetto Martin Hart di Woody Harrelson: qui il testimone è passato al Premio Oscar Mahershala Ali e a Stephen Dorff che danno volto, fisico e grinta ai due protagonisti Wayne Hays e Roland West. Non manca l’ottima costruzione nonché la messa in scena del background psicologico ed esistenziale dei due personaggi, ognuno con le proprie sfaccettature e seguito di fantasmi interiori che li tormentano. Sono due interpretazioni molto convincenti quelle di Ali e Dorff e quest’ultimo, in più di un’occasione, riesce a sottrarre la scena al due volte Oscar Ali ma l’elemento assente e che fa perdere un po’ di terreno alla nuova coppia di detective è quello dei dialoghi: Wayne e Roland sono sì due uomini cinici e capaci di far ricorso alle maniere dure e sporche pur di adempiere al proprio dovere di tutori della legge ma qui, in questa terza stagione di True Detective, i dialoghi non sono neanche minimamente vicini a quelli sentiti nel primo True Detective.

Niente discorsi filosofici, esistenziali e nichilisti quindi e neanche quelli sul fanatismo religioso e sull’America rurale e di provincia; rimane intatto, però, quello stesso alacre pessimismo che permea le vicende di Cohle e Hart. Così come, mantenendosi sempre sul doppio e parallelo binario del confronto diretto True Detective 3, rispetto al primo capitolo, sembra avanzare, almeno per ¾ dell’opera, con il freno a mano alzato: non mancano gli scoppi di violenza, i temi scabrosi e la perenne angoscia scaturita dalla caduta nel baratro dell’ossessione (anche qui, ancora una volta, legata indissolubilmente a un caso, apparentemente, irrisolvibile) ma, malgrado ciò, questa terza stagione è depauperata dalla cinica cupezza che ha dato la marcia in più al prodotto originario, e ciò non fa altro che rimpicciolire la portata della storia la quale, a maggior ragione, si ferma una spanna al di sotto del primo True Detective. Sono mancanze (o difetti, al singolo spettatore la scelta) che possono sì minare la complessità qualitativa del prodotto finale però, anche alla luce di tali sottrazioni, True Detective 3 riesce a confermasi come un prodotto di pregevole fattura, che non ha nulla da invidiare al materiale originario d’ispirazione. Snodandosi su tre piani temporali (l’intreccio copre dal 1980 al 2015, soffermandosi particolarmente sul 1980, 1990 e 2015) e approfondendo, episodio dopo episodio, trama, sottotrame ed esistenze dei personaggi, True Detective 3 è capace di ipnotizzare lo spettatore senza mai scadere nella noia o far provare quel fastidioso sapore di stantio e, anzi, nel settimo episodio regala un easter egg che conferma alcune sensazioni trasmesse dal susseguirsi delle vicende che prendono le mosse in questa terza stagione. A metà strada tra un revival del passato successo e una forte voglia di indipendenza identitaria, True Detective 3 si piazza, qualitativamente, tra True Detective e True Detective 2 senza tuttavia far rimpiangere nulla di quel capolavoro che è la prima stagione e del buon “esperimento” che è la seconda stagione.

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