“Salvate il soldato Ryan”: opus filmica omnipercettiva e psicologica sulle atrocità e la violenza della guerra

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Mentre in sala spopola con il biopic The Post, vent’anni fa Steven Spielberg, regista di Lo squalo e Schindler’s List, dirigeva uno dei più realistici e immensi war movie. In occasione dell’avvicinarsi dell’anniversario dell’uscita nei cinema, (ri)scopriamo questo drammatico capolavoro

Nei giorni seguenti al sanguinoso sbarco in Normandia John Miller (Tom Hanks), Capitano della Compagnia C del 2° Battaglione Ranger, vede assegnarsi una delicata missione oltre le linee nemiche: ritrovare il soldato della 101ª Divisione Aviotrasportata James Francis Ryan (Matt Damon), ultimo di quattro fratelli morti sui vari fronti della Seconda Guerra Mondiale, con il preciso compito di riportarlo indietro, in modo tale da farlo rientrare a casa. Formata una squadra di cui fanno parte il sergente Horvarth (Tom Sizemore), l’infermiere Wade (Giovanni Ribisi), l’interprete Upham (Jeremy Davies), i soldati scelti Caparzo (Vin Diesel ) e Reiben (Edward Burns) e, infine, i soldati semplici Mellish (Adam Goldberg) e Jackson (Barry Pepper), quest’ultimo letale cecchino, il Capitano Miller accetta la missione, addentrandosi insieme ai suoi uomini nell’entroterra della Francia distrutta dalla guerra e dagli orrori da essa scaturiti.

Dirigere un film bellico, sia esso basato sui reali eventi storici oppure sulle gesta di militari passati di diritto alle cronache rappresenta, per ogni regista che decide di cimentarsi con questo delicato quanto complesso genere, una prova che – potenzialmente – offre determinati tipi di risultati: tra mera propaganda infarcita di esaltazione e patriottismo o biografie sui combattenti di professione, nel 1998 Steven Spielberg, autore di capolavori della fantascienza come Incontri ravvicinati del terzo tipo e immensi drammi come Il colore viola, con Salvate il soldato Ryan (Saving Private Ryan) è riuscito a sdoganare i luoghi comuni e tutti i cliché stereotipati del war movie. Strutturato come un unico e lungo flashback, ideologicamente diviso in due parti narrative (lo sbarco e dopo lo sbarco), Salvate il soldato Ryan ricostruisce, con perizia e occhio attento, uno dei capitoli più sanguinosi e cruciali della WWII, quello sbarco in Normandia che permise l’accerchiamento delle forze del Reich e, parimenti, fu decisivo per le sorti del conflitto. Con un incipit in medias res Steven Spielberg mette lo spettatore di fronte a quella fatidica mattina del 6 giugno del 1944, soffermandosi sullo sbarco effettuato nel settore di Omaha Beach, una delle cinque spiagge-bersaglio degli Alleati. Mediante il massiccio utilizzo della steadicam Spielberg mette in scena una pagina di storia portando sul grande schermo il caos della battaglia in tutta la sua crudeltà e brutalità senza mezze misure, ricorsi a scelte autocensorie o sconto alcuno: sotto l’enorme fuoco di sbarramento tedesco fatto di raffiche di mitragliatrici e mortai, i soldati americani della forza da sbarco periscono a centinaia, con il loro stesso sangue che tinge di rosso le fredde acque della Manica mentre cadaveri, arti mutilati e corpi sventrati si accatastano sulla spiaggia.

In soli ventisei minuti il regista di L’impero del sole restituisce tutto l’orrore di cui la guerra è capace, coinvolgendo – direttamente e indirettamente – non solo la vista ma anche altri due dei cinque sensi, come l’udito e l’olfatto, nella lunga, scioccante sequenza di apertura: tra il fischio delle pallottole che solcano l’aria e il secco rumore metallico di un proiettile andato a segno su un elmetto o ancora il suono della carne che si squarcia sotto le raffiche e le esplosioni, dinnanzi a Salvate il soldato Ryan sembra quasi di percepire l’odore della morte, del sangue e delle viscere in un crescendo di sanguinose scene veramente difficili da guardare e sostenere. In una ouverture iperrealista e altamente drammatica, netta dichiarazione di volontà del regista e dello sceneggiatore di ritrarre il Secondo Conflitto Mondiale come macelleria a cielo aperto privo di qualsiasi sprizzo avventuroso (tema, questo, ripreso e mostrato una manciata di anni fa nel Fury di David Ayer), Salvate il soldato Ryan conferma la sua natura di war movie creato con lo scopo di coinvolgere i sensi, inteso come una opus filmica omnipercettiva e psicologica sulle atrocità e la violenza della guerra. Si potrebbe contestare la scelta del regista di aver optato per un minuzioso realismo ma, tuttavia, se Salvate il soldato Ryan dedica quasi mezz’ora al D-Day, a una delle più fondamentali operazioni contro il Nazismo, non lo fa solo per dovere etico e storiografico ma, parimenti, ciò permette di spianare la strada alle psicologie e agli stati d’animo dei suoi protagonisti. Calando nel contesto generale la missione di ricerca e salvataggio di un unico soldato (vicenda, tra l’altro, non del tutto fittizia e in parte ispirata a un fatto realmente accaduto), Spielberg mette sotto la lente le paure e le debolezze degli uomini chiamati alle armi, consci di rispondere al dovere di contrastare e fermare la folle egemonia hitleriana. Nell’avanzamento della squadra di soccorso, Miller e i suoi uomini sono i diretti testimoni (e mezzo visivo) della distruzione e di tutta la malvagità di cui l’uomo è capace. Tra campagne desolate e cittadine diroccate e trasformate in cumuli di macerie, la macchina da presa spielberghiana diventa il medium par excellence per una accurata introspezione psicofisica dei personaggi messi in scena. Procedura, questa, resa ancora più evidente da almeno due scene-chiave e da una battuta: quella del tremore delle mani del Capitano, gesto involontario che dimostra l’accumulo di tutto il peso dell’esperienza bellica, il controllo delle piastrine dei caduti, azione fatta con nonchalance e assuefatta strafottenza da due dei soldati della squadra ma che, agli occhi di feriti e compagni d’armi, diventa un gesto irrispettoso e, infine, quel «più uomini uccido e più mi sento lontano da casa» pronunciato da Miller; poche, concise, pesanti e lapidarie parole che racchiudono la disperata certezza di aver raggiunto quel punto di non ritorno del combattente on the camp.

In mezzo a momenti di umana intimità e attimi permeati dal dolore e dalla perdita, Salvate il soldato Ryan assurge a metafora della guerra stessa: nella pericolosa e letale missione posta al centro del film, lo smembramento del team di ranger dell’esercito nonché le concatenanti morti che ne derivano, rappresenta quel senso di sacrificio di molti anche a favore di una sola persona: al pari del motto nazionale degli Stati Uniti, E pluribus unum, il soldato Ryan diventa tutt’uno con quegli uomini che hanno dato la vita per una giusta causa e, avendone conosciuto de visu il valoroso coraggio, ne diventa il rappresentante memoriale di una eroica e altruista band of brothers. Tra i più immensi e fotorealistici film di guerra mai realizzati, Salvate il soldato Ryan rappresenta l’acme del genere, un’opera che – anche a distanza di vent’anni dall’uscita – risulta difficile (se non impossibile) da replicare. Forte di un impianto scenotecnico (regia, fotografia, sceneggiatura, scenografia, sonoro, cast) di prim’ordine e senza sbavatura alcuna, Salvate il soldato Ryan rimane un capolavoro senza tempo entrato di diritto nella storia della Settima arte: non un semplice film di guerra ma IL film di guerra che non si limita solo ed esclusivamente, come la stragrande produzione del genere, ad essere una messa in immagini del conflitto bensì il lavoro di Steven Spielberg è il giusto memento, privo di qualsivoglia patriottismo o retorica, affinché il sacrificio di migliaia di persone e la storia non cadano mai nell’oblio della mente umana.

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