“Room”: Il mondo fuori dalla stanza

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Joy Newsome (Brie Larson) vive da sette anni rinchiusa in un angusto capanno, dopo essere stata rapita da Old Nick (Sean Bridgers). A tenerle compagnia è il piccolo figlio Jack (Jacob Tremblay), nato e cresciuto all’interno di quella che, il bambino, chiama affettuosamente “stanza”. Sempre più disperata e depressa, al quinto compleanno di Jack, Joy confessa al figlio che al di fuori della stanza esistono persone come loro. Insieme al bambino, Joy elabora un piano per fuggire dal loro carceriere. La libertà presto arriva ma a caro prezzo, perché mentre Jack, lentamente, riesce a trovare le risposte alle sue tante domande durante la prigionia, la ragazza non riesce a riprendere in mano il normale flusso della vita.

Tratto dal romanzo (ispirato a fatti di cronaca realmente accaduti) Stanza, letto, armadio, specchio (Room, 2010) di Emma Donoghue, il regista irlandese Lenny Abrahamson, conosciuto per la black comedy sui generis Frank (id., 2014), traspone sul grande schermo – in coppia con l’autrice qui alla sceneggiatura – Room (id., 2015), dramma psicologico altamente teso ed emotivo, incentrato non solo ed esclusivamente sulla reclusione dei due personaggi principali ma, specialmente, sul lento reinserimento di Joy nella quotidianità e della conoscenza, in toto, del mondo da parte di Jack. Filtrato attraverso il punto di vista del bambino, con Room Abrahamson ricostruisce, senza ricorrere a patetismi di genere o morbosità, il senso di sofferenza e di limitatezza che derivano dalla condizione di prigionia. Una limitatezza, un vivere tra quattro mura che – nonostante tutto – non turba per niente il piccolo Jack, “nativo” all’interno del luogo di segregazione che non immagina nemmeno che cosa ci sia al di là del posto sicuro, del nido che condivide con sua madre.

Se proprio c’è qualcosa di preoccupante, di tremendo è il di fuori: un fuori sfuggente, inimmaginabile se non attraverso le poche cose viste mediante il televisore presente nella stanza; un fuori, un mondo popolato da cose e persone che, in un primo momento, non riescono ad essere distinte tra reali e irreali, se non apprendendo le differenze giorno dopo giorno, dopo aver (ri)conquistato la libertà. Un discorso, una situazione completamente differente è quella che, invece, riguarda Joy, incapace di accettare la realtà dei fatti, di quei suoi sette atti di vita a lei sottratti dal suo aguzzino e stupratore. Il passaggio dal microcosmo, chiuso e definito, in cui è vissuta per anni al macrocosmo esterno non è certo indolore. Infatti è la difficoltà di accettare nuovamente il mondo e le novità della vita che spingono l’ex prigioniera in un baratro di depressione, di inadeguatezza, di lento disinteresse per quella libertà, quella vita e quegli affetti famigliari riconquistati. Un buco nero, una problematica che la spinge a gesti estremi e autodistruttivi. Ma è proprio attraverso la curiosità, la perspicacia e l’affetto di suo figlio Jack che Joy riesce, progressivamente, a sentirsi nuovamente parte di quel mondo che credeva ormai di aver perduto.

Merito di una regia asciutta che – a tratti – richiama alla mente quella più decisamente indie, e delle ottime performance attoriali di Brie Larson (premiata di recente con l’Oscar) e del giovanissimo Jacob Tremblay, Room è – messa da parte la componente thriller del primo tempo – una metafora sulla paura del nuovo, delle cose che cambiano dopo averle lasciate in un determinato modo. Una paura, un terrore che crollano nel momento in cui, abbattute le barriere mentali costruite dalla disperazione e dalla rassegnazione, si accetta la vita che c’è al di fuori, avendo così la possibilità non solo di poter (ri)cominciare a vivere nella normalità, bensì di poter (ri)nascere una seconda volta e poter iniziare tutto nuovamente dal principio, dopo aver abbandonato alle proprie spalle il dolore ed i brutti ricordi di una vita precedente che non c’è più.

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