La seconda serata tv di Rai Uno è dedicata alla Festa della Mamma. TV 7 ripropone, dagli anni ’60 ad oggi, la figura della donna-madre nel mondo del lavoro. Dal boom economico in poi la figura femminile comincia ad inserirsi nelle fabbriche, nella scuola, nei contesti lavorativi più diversi segnando l’inizio di una svolta. Eppure, dalle interviste emerge un dato di fatto: le mamme sono costrette, inevitabilmente, a grossi sacrifici e rinunce. I bambini durante la giornata non possono restare soli, occorre lasciarli da una vicina di casa o trovare una baby sitter che si prenda cura di loro e non sempre questo è economicamente possibile; di conseguenza molte donne si vedono costrette a licenziarsi. Diventano, così, ‘casalinghe forzate’, ricoprendo un ruolo che sta stretto e che diventa causa di grossi disagi psicologici. Fare la mamma a tempo pieno diviene un obbligo che, il più delle volte, fa dimenticare la gioia. La cosiddetta ‘Regina della Casa’ finisce con il sentirsi inutile, annoiata. La sua giornata è estremamente ripetitiva, monotona fino all’angoscia. Ogni cosa è vissuta con un esasperato senso di responsabilità e ansia di non fare abbastanza: anche andare dal parrucchiere fa scattare i sensi di colpa perché dà la sensazione di togliere tempo ai figli o ai propri doveri. Tutto ciò si vive in silenzio, senza potersi confidare o chiedere aiuto, il marito ‘ha già i suoi problemi e poi non potrebbe capire, per lui è normale che la donna faccia questo’. Da qui l’insoddisfazione, le carenze affettive, il bisogno di colmare il vuoto di attenzioni perché la donna (e la madre) deve ‘dare’, è il punto di riferimento ed il centro della famiglia, deve essere forte senza chiedere. A prescindere. Situazioni parallele denunciano, poi, altre questioni come l’affido dei figli ai nonni che, però, abitando in paesi vicini o dall’altra parte della città sono difficili da raggiungere nelle giornate lavorative ed i bambini si fermano da loro dal lunedì al venerdì, tornando dai genitori solo nei fine settimana, restando lontani dalla loro casa e dalla loro famiglia. Ecco che le conseguenze per una crescita equilibrata e serena sono tante, ma non c’è altra scelta se non lasciare il posto, decisione questa, evidentemente, non a carico dell’uomo. Dagli anni ’60 si giunge fino all’attualità ma ben poco sembra essere cambiato. Anzi. Emergono delle aggravanti: oggi, rispetto al passato, la donna si vede vincolata ad una serie di colloqui pre-assunzione nei quali viene presa in considerazione la sua ‘idoneità”. Una serie di passaggi che richiedono tempi di valutazione e di analisi dei suoi requisiti, primo su tutti l’assenza di figli, condizione indispensabile. Come indispensabile diviene la rinuncia ad eventuali future maternità. Assoluta. Richieste che non vengono fatte all’uomo. A nessun uomo. Mai. Perché ‘essere mamma è una penalità’. E’ una legge mai scritta e mai approvata, una di quelle leggi subdole che, si sa, vanno da sé. O si accettano o si è fuori. Peccato però: il servizio tv ha mancato di mettere in luce le grandi eccezioni del nostro Paese. La figura di quegli uomini che hanno offerto dignità al lavoro femminile e che andrebbero ricordati. Uno fra tanti: Adriano Olivetti. Con lui la donna è stata tutelata, aiutata e sostenuta nel conciliare vita familiare e lavoro attraverso strutture e servizi che mettessero fine alle ingiustizie ed alle disparità di sesso: si sono costruiti asili vicino alle fabbriche, si è garantita l’assistenza sanitaria e la copertura economica in caso di problemi di salute e sono stati forniti aiuti di ogni tipo dimostrando, finalmente ed in maniera rivoluzionaria, la necessità di abbattere una delle restrizioni più avvilenti e penalizzanti per la lavoratrice-madre. Ma, come tutte le eccezioni, anche questa non ha fatto molta storia né racimolato molti seguaci. La società va avanti a spinte facili, su percorsi poco impegnativi, con intelligenza ai minimi termini e scarsissima volontà di cambiamento. La donna? Si adegui. E’ così da sempre, ci è abituata. A tutto il resto, si sa, ci pensa l’uomo.

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