La vista è il primo strumento di contatto consapevole con la realtà. E non soltanto per l’uomo. I contatti nei primi giorni  di vita sono affidati al tatto, all’olfatto e al gusto. Dalla vista nasce poi il bisogno di riprodurre ciò che si vede e di definire l’oggetto, nascono così la pittura e il linguaggio, all’inizio addirittura assimilati. L’arte dunque è legata, suscitata dai sensi. E questo accade solo per l’uomo. Ma l’arte si distingue dalla sensazione per il fatto che non è l’immediata riproduzione di essa, bensì una sorta di riflessione, di interiorizzazione dell’esperienza, di reinvenzione della sensazione. In questo modo l’arte è pensiero. L’Occhio vuole essere lo strumento che indaga la materia, e con la materia i modi, le forme, gli utensili e le individuazioni – disegni, colori, volumi, suoni, parole – con cui questo pensiero si manifesta.

Dino Villatico

 

È opinione – sì, opinione, non idea o concetto, che sono, o dovrebbero essere, la conseguenza di una riflessione e non l’impulso di un gusto scambiato per giudizio, un pre-giudizio, appunto – è opinione abbastanza diffusa, e dannosissima per comprendere la natura dell’arte, che l’arte sia, anzi debba essere, la ricerca del bello. Proprio da questo termine cominciano gli equivoci: bello, in riferimento a che cosa, a quali modelli?

Peter Paul Rubens – Il giudizio di Paride, 1638/1639, olio su tavola. Museo Nacional del Prado. Madrid

La bellezza femminile nel Rinascimento e nel Barocco è la donna prosperosa – Veronese, Rubens, lo stesso Rembrandt – quella di oggi sfida l’anoressia. Il canone di Prassitele non proponeva un modello ideale di bellezza, ma un calcolo esatto delle proporzioni. Ma andiamo, appunto, alle fonti, ahinoi equivocatissime attraverso i secoli, e cioè ai padri del pensiero occidentale, i Greci.

Aristotele non parla mai del bello, ma dell’adeguamento dell’opera a ciò che vuole rappresentare, e chiama imitazione l’operazione, ma non nel senso che l’arte imiti la realtà bensì in quello più profondo che propone un’interpretazione della realtà, che chiama il verosimile. L’arte non rappresenta il vero, ma il verosimile. Assai acuta la precisazione che non basta scrivere versi per fare poesia. Empedocle, Parmenide hanno scritto poemi sulla Natura, ma sono opere scientifiche, non poesia.

Dante capisce perfettamente il concetto aristotelico di arte. Perciò non confonde mai la realtà con l’invenzione poetica. Se mai è la poesia a sfidare la realtà, a farsi più reale della realtà, a porsi come modello di ciò che la realtà dovrebbe essere. I canti dei ladri, nell’Inferno, o la visione finale dei beati e di Dio, nel Paradiso, ne sono esemplificazioni sublimi. È per questo che Aristotele può giudicare la tragedia, la forma più alta di poesia, come più universale della storia, perché la storia racconta il particolare, l’individuale, la poesia, l’universale, lo stesso universale che la filosofia propone come concetto. Se non si penetra questa specularità di arte e pensiero, in Aristotele, non si comprende quanto molteplice, complessa, aperta e moderna, sia la sua concezione del rapporto dell’uomo con la realtà. A cominciare dal posto che il linguaggio occupa nel processo della conoscenza. L’arte è un momento, solo un momento di questo rapporto.

Raffaello Sanzio, Scuola di Atene, affresco, 1509-1511, Stanza della Segnatura, Vaticano

La riflessione scolastica prima e quella rinascimentale poi hanno schematizzato, fossilizzato questa concezione del rapporto tra arte e realtà, bloccando l’imitazione a copia del vero. E ciò, nonostante la Scolastica avesse approfondito enormemente le leggi della logica impostate da Aristotele e che nel Rinascimento si cominciasse a riflettere sui fenomeni naturali. Sfugge, però, a quasi tutta la riflessione rinascimentale, quella tensione razionale che Aristotele intravede anche nell’opera d’arte. Fa eccezione, forse, la riflessione di Tasso, nel Discorso sull’arte poetica. Tasso individua il Vero, ch’è l’oggetto dell’Arte, nella Storia, come tre secoli dopo farà Manzoni. Ma la poesia immette nella Storia, anche per Tasso, quella tensione ideale del pensiero che manca alla cronaca. Il resto è storia recente, costruzione di idee che sono ancora oggi le nostre idee sull’arte.

Gli illuministi proseguono la riflessione sul rapporto con la realtà e individuano nell’arte il campo in cui attori della produzione sono i sensi. I romantici compiono il passo successivo e individuano nel sentimento il campo dei sensi. Ma non sfugge al pensiero dei più grandi filosofi e poeti del tempo che la Ragione cacciata dalla porta dell’arte rientra nell’arte dalla finestra dell’idea, e anche il sentimento può incarnarsi in un’idea, addirittura in un’idea fissa, come in Berlioz.

Hegel mette ordine a questo complesso arcipelago di considerazioni sull’arte. Intanto, fissando il principio che arte si dà solo quando il pensiero umano la riconosce come tale. In natura il bello, l’arte non esiste. Un tramonto, la vista del mare, sono belli solo all’occhio dell’uomo. In sé sono solo fenomeni naturali, l’effetto della rotazione terrestre e la distribuzione delle acque sul pianeta. Accoglie dagli illuministi l’intuizione che le arti siano legate ai sensi, alla percezione, alle sensazioni e riformula il rapporto tra sensazione e opera. L’arte non è la percezione, ma il senso che do alla percezione, la rappresentazione della percezione. E in questo si fa pensiero della percezione, o sulla percezione. Hegel attribuisce a ogni senso un’arte particolare, alla vista la pittura, al tatto la scultura, alla percezione dello spazio l’architettura, all’udito la musica. La poesia, la letteratura costituiscono la sintesi di tutte le arti. Qui noi, oggi, non lo seguiamo più. Ma è notevole l’intuizione che architettura e musica siano arti il cui oggetto non è precisato perché è la loro stessa costruzione. Queste troppo rapide righe per dire quanto complessa sia, nel solo occidente, la concezione dell’arte, senza toccare le concezioni indiane o cinesi.

Sunshine on te sea of Java – DeviantArt

L’idea del bello come oggetto dell’arte risale a non più indietro del neoclassicismo, a Winckelmann. Hegel, che in qualche modo condivide l’idea, arriva perfino a parlare di un bello ideale, che in musica per lui sarebbe Rossini (e non Beethoven!). Ma qui entrano in gioco i gusti della propria educazione estetica. La riflessione, in Hegel, è più avanzata, più aperta, del suo gusto. Tuttavia ha scritto pagine mirabili sulla filosofia e sull’arte indiane. Prendete queste note come un appunto. Ma solo perché si sia più cauti, davanti a un’opera d’arte contemporanea, per esempio davanti a un’installazione che non capiamo, a decretare subito, con invidiabile oppure sciocca sicurezza, che quella non è arte. Chi si esprime così, in fondo, fa lo stesso effetto di quelli che nel Settecento dicevano che Shakespeare non è grande poeta perché non rispetta le unità drammaturgiche di azione, luogo e tempo. Si tende, infatti, ad apprezzare ciò che ci è noto, ciò che a un primo impatto ci disorienta ci spinge a rifiutarlo, disprezzarlo, ritenendo più ragionevole la nostra abitudine a essere rassicurati dal noto che la curiosità di capire ciò che non conosciamo. Ma senza curiosità non sarebbe possibile non solo nessuna arte, bensì nessuna seria attività umana.

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Dino Villatico
Sono nato a Roma nel 1941, il 28 aprile. Infuriava la guerra. Dagli 8 ai 15 anni ho frequentato le scuole argentine (elementari e Colegio Nacional, il nostro liceo) a Bahía Blanca, Provincia di Buenos Aires. L’apprendimento di un’altra lingua, lo spagnolo, mi aprì la mente all’esperienza di pensare in molte lingue. Devo a questa iniziazione l’attuale familiarità, più o meno stretta, con lo spagnolo, il francese, l’inglese, il tedesco, il greco, antico e moderno, il latino. In Italia ho frequentato il liceo classico e poi l’Università. L’Università di Roma, allora, era una fucina di idee e di sperimentalismo. Conobbi Federico Chabod, Nino Perrotta, Natalino Sapegno, Nino Borsellino, Aurelio Roncaglia, Bruno Migliorini, Ettore Paratore, Ugo Spirito, Gustavo Vinay, Alberto Asor Rosa. Mi laureai con Sapegno redigendo una tesi su un poligrafo fiorentino del ‘500, Antonfrancesco Doni, ma relatore fu Nino Borsellino, che restò poi un caro amico, e correlatore fu Asor Rosa. Perfezionavo intanto i miei studi di pianoforte con Vera Gobbi-Belcredi. Ho insegnato materie letterarie nel Ginnasio (greco, latino, storia e geografia, italiano) e in seguito italiano e latino al liceo: le due lingue classiche restano, comunque, capisaldi del mio rapporto con il mondo, l’occhio di Omero, di Sofocle, Euripide, Platone, Aristotele, Lucrezio, Virgilio, Catullo, Tacito, Marcellino, e tra gli scrittori cristiani di Origene, di Gregorio Nazianzeno e Gregorio di Nissa, di Agostino, Tommaso, Duns Scoto, è un occhio per me insostituibile e ineliminabile. “Punti di riferimento”, poeti e scrittori come Shakespeare, Cervantes, Calderón, Góngora, Baudelaire, Goethe, Rilke, Benn, Eliot. Ho collaborato con la Repubblica in qualità di critico musicale e dal 1980 divenni docente di storia della musica nei conservatori: dapprima ad Avellino, poi a Firenze, infine a Venezia. Ho scritto qualche racconto che è stato pubblicato su varie riviste, tra cui Nuovi Argomenti, e testi teatrali, di cui alcuni rappresentati con successo a Roma, ad Asti, a Bari, a Bologna, a Viterbo, a Venezia. Continuo a scrivere critica musicale e altri scritti di vario genere. Latino e greco non sono per me lingue morte, ma le lingue vive dei miei padri. Chiudo, perciò, questo breve promemoria con una citazione oraziana: Immortalia ne speres, monet annus et almum quae rapit hora diem.

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