In anticipo su quello che verrà: “Paura e desiderio”

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Sul grande maestro Stanley Kubrick e sulla sua genialità è stato scritto di tutto e tanto. Tuttavia ogni volta che si vede o rivede un suo film, fa capolino la possibilità di nuove riflessioni su uno dei più importanti registi del XX secolo. È il caso di Paura e desiderio (Fear and Desire, 1953), lungometraggio d’esordio di un Kubrick all’epoca giovanissimo.

Restaurato e doppiato a cura della Biblioteca del Congresso di Washington e distribuito due anni fa nelle sale italiane, l’opera prima di Kubrick – che egli stesso aveva fatto sparire per anni con l’autoaccusa di aver diretto un film sperimentale e ambizioso –, vede una nuova luce che porta alla ribalta tutta una serie di temi che, ragionando a posteriori, sono stati poi affrontati nella filmografia dell’autore.

Il film narra le vicende di un imprecisato conflitto durante il quale quattro soldati si ritrovano, dopo aver subito l’abbattimento del velivolo sul quale viaggiavano, al di là delle linee nemiche. Il gruppo, stremato dall’accaduto e dalla paura di un probabile attacco, decide di raggiungere guadando un fiume la propria base. Nel disperato tentativo di fuga i protagonisti subiscono una vera e propria metaformosi scoprendo, così, fin dove i loro istinti sono capaci di spingersi.

Ad un veloce e primo sguardo, Paura e desiderio sembra un film semplice, magari banale. Invece, se si osserva con più attenzione e profondità, ci si accorge subito che l’opera di Kubrick dimostra la sua natura non convenzionale e, anzi, particolare, abbastanza sui generis per la produzione cinematografica di quel periodo. Vedere un film di guerra ma senza che questa venga mostrata – se non nelle sue conseguenze indirette – non può che lasciare lo spettatore di fronte a veri dubbi. Il fulcro centrale del film viene fuorviato da Kubrick stesso: il regista utilizza la guerra soltanto come sfondo d’azione per concentrarsi su quelle che sono le sue vere intenzioni, ovvero analizzare – in modo quasi antropologico – i comportamenti umani: i quattro protagonisti, abbandonati al proprio destino, si ritrovano a vivere in una costante paranoia e attesa del nemico.

Nemico, questo, che è quasi una sorta di fantasma, una “presenza assente” che, da un momento all’altro, potrebbe materializzarsi sul campo di battaglia. Questo aspetto, questo comportamento non può non ricordare il clima di paranoia e l’aria di ostilità che si respirava negli Stati Uniti nel periodo di produzione del film: non a caso il 1953 è l’ultimo anno che vede gli americani impegnati nella guerra di Corea e, contemporaneamente, l’inizio degli anni ’50 vede un sempre crescente maccartismo. Paura e desiderio è quasi una sorta di proiezione speculare della realtà statunitense di quel tempo. E tale considerazione è rafforzata dalla voce narrante del film, la quale afferma che in questa guerra anonima, fuori dal mondo e dalla storia «i nemici da combattere non esistono. A meno che non li si inventi».

Ma Kubrick non rilega – esclusivamente – Paura e desiderio a tale clima di attesa e di “invisibilità” del nemico, ma va ben oltre: l’incontro che i quattro protagonisti hanno con una pattuglia nemica porta, sotto la lente, gli altri temi kubrickiani che verranno affrontati nella filmografia del regista: in primis quello della violenza basato su un processo inverso, che vede la regressione da uno stato civilizzato ad uno stato brutale, quasi animalesco (Arancia meccanica), lo straniamento, l’alienazione e il processo di disumanizzazione dei soldati (Full Metal Jacket) e – infine – la paranoia e la mancanza di fiducia nel prossimo (Il dottor Stranamore). Sembra impossibile ma Paura e desiderio contiene in nuce il Kubrick che abbiamo conosciuto con le sue opere maggiori. Oggi come oggi il primo lavoro di Stanley Kubrick è una tappa obbligatoria e fondamentale, specialmente per chi, come le nuove generazioni, si avvicina per la prima volta ad uno dei più grandi cineasti della storia del cinema e vuole carpire e comprendere alla perfezione la visione kubrickiana del mondo.

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