Vorrei, fuori di ogni polemica, fare alcune riflessioni sui commenti che sono seguiti alle festa per la vittoria del Napoli sulla Juventus. Intanto, come dimenticare la partita dello scorso 19 febbraio a Milano tra l’Atalanta il Valencia?

Allora, chi è senza peccato scagli la prima pietra. Tanto più che a Napoli ormai da più di una settimana non si segnalano contagiati.

Ma non su di questo vorrei riflettere. Le polemiche, come sempre, sono sterili. Vorrei invece mettere in risalto un discorso più generale. Giustamente, per un certo verso (poi vedremo perché non del tutto) i lavoratori dello spettacolo e molti uomini di cultura si sono lamentati dello spazio concesso alle partite di calcio e le ristrettezze invece ancora imposte ai concerti, al teatro, e allo spettacolo dal vivo in genere. Non sono lamenti corporativi, va subito detto, sono un grido di allarme: l’incidenza della pandemia su attori, musicisti, tecnici dello spettacolo in genere è stato ampiamente sottovalutato. Altre categorie di lavoratori usufruiscono di aiuti, anche statali, ed è loro garantita, sia pure per un tempo determinato, una sorta di compensazione per la mancata retribuzione lavorativa. E non solo attraverso la cassa integrazione. Ai musicisti, agli attori, a tutti i lavoratori dello spettacolo, elettricisti, tecnici delle luci, scenografi, falegnami, costumisti, ecc. ecc., no. L’idea diffusa che si tratti di gente privilegiata è una fandonia. Su una decina di attori, cantanti, solisti di strumento che agiscono su piazze internazionali, gli altri vivono del lavoro quotidiano faticosamente ottenuto, e qualcuno non supera le 30 e se va bene 60 giornate di lavoro. Da quelle 30/60 giornate deve tirare il necessario per vivere tutto l’anno. Dunque da parte loro è più che giustificata la preoccupazione di un futuro terribile e la richiesta di trovare soluzioni che lo rendano meno terribile. Quanto a me, per quel che vale, ne condivido totalmente l’angoscia – perché di vera angoscia si tratta. Ma si sa, in Italia, lo spettacolo è divertimento, non cultura.  La rivoluzione che tedeschi e francesi compirono nel Settecento, da una parte, in Francia, perché per tradizione il teatro era cultura, tanto che il Re la proteggeva, e poi la Rivoluzione dette ulteriore impulso alla funzione culturale aggiungendovi un impegno politico, dall’altra parte, perché proprio dietro l’esempio francese Goethe e Lessing indirizzarono la politica degli Stati tedeschi a inserire il teatro nei loro programmi culturali, ebbene, questa rivoluzione, noi non solo non l’abbiamo attuata, ma non l’abbiamo mai nemmeno incominciata: il teatro, la musica sono restati occasione di divertimento, gli attori guitti, i musicisti servi, prima dei nobili, poi della borghesia, che in Italia è una classe che non ha mai brillato per cultura e scelte culturali. Basti dire che finito il regime fascista, lo spettacolo fu associato al turismo in un unico ministero, il Ministero del Turismo e dello Spettacolo, appunto. Non solo, ma gli uomini di “cultura” che si sono occupati di teatro, non degli attori, degli scenografi, hanno scritto non di teatro ma dei testi letterari per il teatro. Il testo letterario è degno di storia, lo spettacolo no. Bisogna aspettare gli anni ‘70 del secolo scorso perché finalmente in Italia si scriva una Storia del Teatro e dello Spettacolo, in più volumi, dal Medio Evo a oggi (Laterza).

Teatro di San Carlo, Napoli
Teatro di San Carlo, Napoli

Veniamo ora al secondo punto. Che riguarda gli uomini di cultura, non gli attori, non i musicisti. Di nuovo creando, anzi, una separazione: tra la cultura che si discute nei salotti e nelle università, e la pratica affidata agli attori e ai musicisti. Costoro si scandalizzano che sia permesso al popolo di divertirsi nelle partite di calcio e non a loro di godere di un concerto, di una commedia. Qualcuno addirittura azzarda di abolire le partite di calcio. Eh, già, il popolo, le masse, poverini, che ne capiscono di cultura? Anzi con i loro assembramenti, alle partite, agli aperitivi, alle scampagnate, mettono a rischio la salute della collettività. Ora, questo modo di pensare non si confronta con la realtà, che non è solo la realtà di oggi, ma la realtà di ogni epoca. A Roma c’era il teatro – e qualche capolavoro ci è arrivato – ma c’era anche il circo. Al circo ci andavano tutti. Affollavano le gradinate. A teatro solo l’aristocrazia e la classe dei cavalieri, oggi diremmo della borghesia. Terenzio si lamenta, però, che perfino esponenti di queste classi disertassero le gradinate del teatro per quelle del circo appena qualcuno annunciasse l’arrivo di giocolieri e altro. E questo accade anche ai nostri giorni. Confondere le diverse funzioni, creare tensione, conflitti, generare antagonismi non solo non serve a cambiare la situazione, ma distorce la realtà. E’, di nuovo, equiparare il teatro al divertimento di una partita. Che è poi, anche, l’impostazione culturale dei politici che ci governano. Il fenomeno di massa va capito, seguito. Anche perché i giochi economici in campo sono immensi. Il teatro, la musica possono aspettare. Interessano pochi radical chic. Ma sta proprio qui, invece, il nodo dell’equivoco. Al fisico nucleare, all’astronomo, al chimico biologo, al neurologo non si chiede di essere comprensibili, e quando qualcuno lo chiede dimostra una totale ignoranza di che cosa sia la scienza, come il viceministro che in televisione ha chiesto agli scienziati di non essere così imprecisi e contraddittori, ma di dare “certezze”: sic! come se la scienza invece che essere ricerca che richiede discussione, fosse un magazzino di certezze indiscutibili. Ma se gli scienziati si dà per scontato che non possano essere capiti da tutti quando fanno le loro ricerche – a qualcuno le equazioni fanno venire l’orticaria –  e la divulgazione è un’altra cosa, una cosa sacrosanta, ma non è la ricerca, allora perché un romanziere, un poeta, un compositore dovrebbero essere capiti da tutti, perché equiparare una ricerca letteraria o musicale a un fenomeno di massa, perché pretendere che il musicista diverta come diverte il giocatore di calcio? Sta qui il senso di attribuire alla letteratura, al teatro, alla musica – e alla pittura, all’architettura – una funzione (non un valore, si badi, cosa relativa che cambia di cultura in cultura), una funzione, dico, culturale. Ma qui anche appare snobistica e sbagliata la sufficienza, al limite del risentimento, che si mostra per i divertimenti popolari.

Stadio San Paolo Napoli
Stadio San Paolo Napoli

Ciascuno ha il diritto di divertirsi come gli pare, e il calcio è un divertimento che coinvolge una grande fetta dell’umanità (vogliamo impedire a questa fetta di divertirsi come vuole?), la cultura può anche divertire, ma svolge un’altra funzione, e genera un altro tipo di divertimento. E se vi confessassi che io, per esempio, mi diverto un mondo a leggere l’Etica a Nicomaco  di Aristotele, il Paradiso dantesco, le poesie di Valery, ad ascoltare un quartetto di Beethoven, una pagina di Boulez, e, poiché posso farlo, a suonare un valzer di Schubert, una sonata di Haydn, una mazurca di Chopin,  che fate, dite che non mi diverto o che sono fuori di testa? Ecco il punto. La partita di calcio non va affatto proibita, va anzi incoraggiata, e può anzi divertire anche chi si diverte a decifrare una fuga di Bach, a estrarre la serie di una partitura di Berg, ma il teatro, la musica, la letteratura, le arti, vanno non solo incoraggiati, bensì sostenuti, aiutati. Luigi XIV lo aveva capito benissimo. Compito dello Stato non è solo permettere al popolo, a tutto il popolo, di divertirsi come più gli aggrada, perché il popolo ha il diritto – si rifletta: il diritto! – di divertirsi, ma compito, anzi dovere dello Stato è sostenere la scienza, le arti, insomma la cultura. E non tanto o non solo perché scienza e arti contribuiscano ad accrescere il prestigio di una Nazione, ma perché nei lunghi termini ne incrementano anche il benessere e la consapevolezza del benessere. Ed è proprio su questa consapevolezza del benessere raggiunto, che non è solo benessere economico, ma anche ricchezza culturale, incremento delle risorse e delle attività più vive del paese, che si fonda la maturità politica di un paese. Londra è un centro teatrale d’esempio a tutto il mondo, Parigi un esempio mirabile di organizzazione delle energie artistiche della Francia e del mondo, Berlino ha due teatri d’opera, e non so quante orchestre, perché l’Italia non può fare altrettanto? Perché solo da noi un attore è tutto sommato un guitto e in Inghilterra la Regina può nominarlo Ser o Lady, se donna: Vanessa Redgrave è stata, infatti, nominata Lady dalla Regina Elisabetta. Eppure Vanessa Redgrave era all’epoca, non so se ancora lo sia, presidente del Partito Comunista Britannico. Non credo che la Regina d’Inghilterra nutra simpatia per i comunisti, ma adora il teatro, ama la cultura, ed è il teatro, la cultura che ammira nella grande attrice Vanessa Redgrave. Da noi il Nobel a Dario Fo ha suscitato una ridda di proteste, d’insulti, d’ignobili contumelie, da una schiera di letteratucoli indignati. Si fossero informati meglio avrebbero appreso che Dario Fo è l’autore italiano più rappresentato nel mondo. Credo che questo spieghi e – ahimè – insieme denunci perché il  livello del dibattito culturale in Italia sia sempre e forse da sempre, a leggere Del principe e delle lettere di Alfieri, così basso, così mortificantemente basso.

Articolo precedenteCafiero: disponibile la linea di t-shirt e un nuovo brano
Prossimo articoloL’enigma Gustavo Rol … Atto e Potenza di un Illuminato!
Dino Villatico
Sono nato a Roma nel 1941, il 28 aprile. Infuriava la guerra. Dagli 8 ai 15 anni ho frequentato le scuole argentine (elementari e Colegio Nacional, il nostro liceo) a Bahía Blanca, Provincia di Buenos Aires. L’apprendimento di un’altra lingua, lo spagnolo, mi aprì la mente all’esperienza di pensare in molte lingue. Devo a questa iniziazione l’attuale familiarità, più o meno stretta, con lo spagnolo, il francese, l’inglese, il tedesco, il greco, antico e moderno, il latino. In Italia ho frequentato il liceo classico e poi l’Università. L’Università di Roma, allora, era una fucina di idee e di sperimentalismo. Conobbi Federico Chabod, Nino Perrotta, Natalino Sapegno, Nino Borsellino, Aurelio Roncaglia, Bruno Migliorini, Ettore Paratore, Ugo Spirito, Gustavo Vinay, Alberto Asor Rosa. Mi laureai con Sapegno redigendo una tesi su un poligrafo fiorentino del ‘500, Antonfrancesco Doni, ma relatore fu Nino Borsellino, che restò poi un caro amico, e correlatore fu Asor Rosa. Perfezionavo intanto i miei studi di pianoforte con Vera Gobbi-Belcredi. Ho insegnato materie letterarie nel Ginnasio (greco, latino, storia e geografia, italiano) e in seguito italiano e latino al liceo: le due lingue classiche restano, comunque, capisaldi del mio rapporto con il mondo, l’occhio di Omero, di Sofocle, Euripide, Platone, Aristotele, Lucrezio, Virgilio, Catullo, Tacito, Marcellino, e tra gli scrittori cristiani di Origene, di Gregorio Nazianzeno e Gregorio di Nissa, di Agostino, Tommaso, Duns Scoto, è un occhio per me insostituibile e ineliminabile. “Punti di riferimento”, poeti e scrittori come Shakespeare, Cervantes, Calderón, Góngora, Baudelaire, Goethe, Rilke, Benn, Eliot. Ho collaborato con la Repubblica in qualità di critico musicale e dal 1980 divenni docente di storia della musica nei conservatori: dapprima ad Avellino, poi a Firenze, infine a Venezia. Ho scritto qualche racconto che è stato pubblicato su varie riviste, tra cui Nuovi Argomenti, e testi teatrali, di cui alcuni rappresentati con successo a Roma, ad Asti, a Bari, a Bologna, a Viterbo, a Venezia. Continuo a scrivere critica musicale e altri scritti di vario genere. Latino e greco non sono per me lingue morte, ma le lingue vive dei miei padri. Chiudo, perciò, questo breve promemoria con una citazione oraziana: Immortalia ne speres, monet annus et almum quae rapit hora diem.

LASCIA UN COMMENTO

Prego, inserisci il tuo commento
Prego, inserisci il tuo nome