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“Brooklyn”: un racconto dell’american dream

Eilis Lacey (Saoirse Ronan) decide di abbandonare la natia Irlanda per cercare fortuna e lavoro negli Stati Uniti. Arrivata a New York, dopo un iniziale periodo si spaesamento, la ragazza inizia lentamente a costruirsi una nuova vita a Brooklyn, dove trova lavoro presso un grande magazzino e anche l’amore e un marito in Tony (Emory Cohen), ragazzo italiano di buona famiglia che lavora come idraulico. Quando giunge la notizia dell’improvvisa e inaspettata morte della sorella Rose, Eilis decide di ritornare per qualche tempo in Irlanda da sua madre. Presto però la ragazza è combattuta tra la volontà di restare nella sua terra e quella di ritornare negli States.

Basato sull’omonimo romanzo (2009) dello scrittore irlandese Colm Tóibìn e diretto da John Crowley (Intermission), Brooklyn (id., 2015) è – in tutta la sua semplicità – un film di altri tempi. Con questa definizione, però, non si vuole di certo far credere allo spettatore che Brooklyn sia un film fuori tempo dagli standard produttivi cinematografici odierni. Il lavoro del regista Crowley è di altri tempi per il modo in cui, senza appesantimenti sia stilistici sia di genere, riesce nell’intento di ricostruire il mito dell’american dream, di quel sogno americano che, durante il XX secolo, è stato a lungo inseguito, nonostante le difficoltà, da migliaia e migliaia di migranti.

Avvalendosi di un impianto narrativo classicheggiante (degno del miglior Frank Capra), Brooklyn è il racconto dell’ascesa di Eilis, ragazza che non sa nulla del mondo, che non ha mai messo piede al di fuori dei confini nazionali la quale, ciononostante, intuisce e si rende conto che per garantire a se stessa un futuro deve andare oltre, è necessario avere il coraggio di lasciarsi tutto alle spalle e lanciarsi verso l’avventura a stelle e strisce. Mediante il punto di vista della protagonista, Brooklyn, come altri film sulla migrazione che lo hanno preceduto, offre la prospettiva, la visione di quel melting pot più comunemente conosciuto come Stati Uniti d’America.

Un calderone multietnico, multiculturale in cui pulsa e vive un mondo a sé stante, completamente nuovo e al di fuori della quotidianità della propria terra di provenienza. Il viaggio migratorio di Eilis dall’Irlanda agli Stati Uniti non è esclusivamente un mero pretesto narrativo poiché, nello scorrere dei minuti della pellicola, diventa metafora e mezzo di confronto diretto tra realtà completamente differenti. Agli occhi della ragazza l’America è per davvero una seconda culla dove è possibile (ri)nascere e, così, (ri)cominciare una nuova esistenza ma – soprattutto – è il luogo in cui si è liberi dalla costante sensazione di déjà vu, di già vissuto legato agli stereotipi e al bigottismo del suo stesso Paese di origine. Cliché di cui la stessa Eilis si rende conto dopo il ritorno forzato in patria a seguito del dramma famigliare: è proprio la chiusura della realtà locale che funge da movente per far capire, alla protagonista assoluta della pellicola, cosa sia veramente più importante per lei.

Privo di quella ricerca – a volte forzata – della lacrima a tutti i costi, Brooklyn è un dramma che, mediante una regia accurata (che ben piazza alcuni ralenti freeze-frame) ma mai epica, una fotografia di alti livelli e l’intensa interpretazione di Saoirse Ronan, porta sul grande schermo una storia di riscatto, di crescita interiore e di quel sapere di avercela fatta a realizzare il proprio sogno, tutto questo in un immancabile happy end né banale né scontato.

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