“Unsane”: un elogio della follia ai tempi dello smartphone

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Sawyer Valentini (Claire Foy) è una giovane e brillante dipendente di banca. Ma, dietro la sua apparente facciata di professionalità e tranquillità, nasconde il terribile ricordo dello stalker David Strine (Joshua Leonard), a causa del quale non solo ha dovuto cambiare città e lavoro bensì l’ha resa vittima di episodi di allucinazioni in cui vede il suo aguzzino. Avuta l’ennesima crisi Sawyer si reca per un consulto presso una clinica psichiatrica nella quale, dopo aver firmato dei moduli apparentemente di routine, si ritrova ad essere ospite contro la sua volontà. Come se non bastasse tra il personale infermieristico della struttura la ragazza riconosce proprio David: è l’inizio di un incubo.

Solo due mesi fa, dopo un periodo di inattività dietro la macchina da presa, Steven Soderbergh è tornato nelle sale cinematografiche con la splendida e divertente commedia La truffa dei Logan ma, a quanto pare, il regista di Sesso, bugie e videotape e Out of Sight ha voluto concedere il bis con Unsane (2018). Thriller psicologico dalle lievi venature horror Unsane, fin dall’idea di partenza, si impone come spartiacque tra la old school del genere di appartenenza e i nuovi sviluppi tecnologici che, di pari passo, permettono la diretta evoluzione della regia cinematografica. La peculiarità di Unsane non sta tanto nel fatto di aver utilizzato un budget produttivo irrisorio (solo 1,5 milioni di dollari) ma piuttosto nei tempi di ripresa e nei mezzi utilizzati. In una sola settimana, sfruttando la location di un vecchio ospedale abbandonato e mediante l’esclusivo ausilio di un iPhone (incredibile ma vero) Soderbergh ha dato vita a un esperimento per certi versi davvero weird di fronte al quale, quasi sicuramente, ci si trova spiazzati e, al tempo stesso, ammaliati dalla rischiosa originalità. Nessuna costosa macchina da presa digitale, né tantomeno una estenuante preparazione di lunga durata ma, semplicemente, un film fatto e finito con un semplice device di ordinario utilizzo: infatti, il punto forte di Unsane sta proprio in questo, nell’aver sdoganato l’im(possibilità) di creare un film dal nulla con poco e niente.

Eppure, considerato il plot e la durata della ventottesima opera cinematografica di Steven Soderbergh, la realizzazione complessiva in sé fa centro, incrociando il più variegato parco tecnico della regia (piani sequenza, carrellate, dolly, primi e primissimi piani) con la versatilità dello strumento di casa Apple. Non si tratta di un semplice capriccio o divertissement registico, bensì Unsane, in tutta la sua apparente semplicità (e per certi versi “banalità”), fa bella mostra di un costante crescendo di tensione che, lentamente, sfocia nella più totale angoscia claustrofobica che guarda a un certo artigiano dell’horror quale il Maestro John Carpenter. Tra décadrage grandangolari e volti che sembrano voler forare il grande schermo, minuto dopo minuto Unsane si trasforma in un elogio della follia ai tempi dello smartphone, affrontando temi sempre delicati e attuali come i disturbi psichici e lo stalking, senza mostrarsi mai leggero o morboso. Unsane è la discesa agli inferi di vittima e carnefice (tuttavia priva di giustificazioni per quest’ultima categoria) che inizia a mescolare e contaminare la realtà con l’irrealtà in un perenne squilibrio tra tangibile e intangibile, tra il vero e il frutto della propria, provata psiche ai limiti della paranoia borderline.

Non a caso l’opera filmica di Soderbergh più va avanti e più instilla nello spettatore il dubbio se ciò che si sta vedendo sia veritiero o solamente il prodotto di una qualche fantasia pindarica e attanagliata da una percezione distorta, almeno fino a quando lo svolgimento stesso della trama non lascia più alcuna incertezza sulla realtà dei fatti, capovolgendo così le carte messe in tavola e trasmutandosi in una spietata e letale lotta per la sopravvivenza in primis contro la malvagità e la pazzia in habitus umani e, in secundis, contro i fantasmi interiori che – probabilmente – non vengono mai del tutto messi a tacere. Originale e geniale prova di coraggio registico mirata a svecchiare la concezione stessa della figura del regista e del modo di fare film, Unsane potrebbe sì far storcere il naso ai più puristi e, al tempo stesso, suscitare la necessità di ridire qualcosa nei confronti di una sceneggiatura non certo perfetta e – forse – anche un po’ surreale ma, ciò nonostante, l’ultimo lavoro di Soderbergh possiede tutte le caratteristiche e le qualità per affermarsi, in un futuro non troppo lontano, come un cult movie di tutto rispetto.

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