Troppa grazia!

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Le era tornata in mente perché aveva di recente letto on line la battuta che asseriva che, se si arrivava single ai quaranta, doveva essere assegnato un gatto d’ufficio.

I gatti spopolavano sui social: tutti gattofili!. Sembravano aver spodestato i cani e che fossero loro i migliori amici dell’uomo.

A lei non piaceva per niente l’idea di tenere animali in appartamento. Lo considerava anti-igienico e una tortura per loro, defraudati del loro habitat naturale. Non era la sola a pensarla così e infatti aveva letto con interesse e col sorriso “Abbaiare stanca” di Pennac, trovandosi in piena sintonia con l’autore. All’arrivo in quella città si era adattata a vivere in un monolocale dove c’era una poltrona interamente coperta di peli di gatto che solo con l’ausilio di un potente aspirapolvere aveva a fatica eliminato, e nemmeno completamente.

Proveniva da un piccolo paese dove non esistevano palazzi e quasi tutte le case avevano il giardino e cani e gatti potevano scorrazzare a piacimento all’aperto. I gatti potevano giocare con le foglie, dare la caccia ai topi e alle lucertole e amoreggiare con gli altri gatti del vicinato.

Non era nemmeno d’accordo con la pratica della sterilizzazione degli animali da compagnia ma, tant’è, Lucia – si era rammentata – aveva una grossa gatta di razza che aveva paura di uscire in giardino e che lei portava in giro col guinzaglio. Era ovviamente sterilizzata e passava tutta la giornata chiusa in casa. La nutriva con bocconcini speciali, le comprava cappottini su misura e, al lavoro, raccontava dei suoi miao e della sue prodezze.

L’aspettava la sera e si faceva coccolare da lei sul divano. Miao miao miao.

Aveva convinto anche la collega Giuliana a scegliersi una gatta nell’allevamento dove aveva acquistato la sua Trudi. La sua vita sarebbe cambiata, non immaginava quanto, così affermava. Lei no, non l’aveva persuasa.

Giuliana aveva raggiunto i quaranta ma non era single. Era sposata da due anni ma ancora non desiderava avere figli. Meglio una gatta d’appartamento!

Anche Lucia aveva superato i quaranta da un pezzo e non era single nemmeno lei. Anzi!

Ricordava di averla incontrata al supermercato un sabato mattina mentre era in fila alla cassa. Le si era avvicinata per salutarla e le aveva presentato suo marito.

Per lei fin troppo. Non era bella e nemmeno granché simpatica. Lavorava da parecchi anni come paralegale e godeva delle simpatie del capo ma non di quella delle colleghe e nemmeno della sua. Ciononostante, dovevano convivere in ufficio e mantenevano rapporti cordialmente superficiali.

Come detto, aveva superato gli anta da un pezzo, era magra, altezza media, viso scarno, capelli color topo alla spalla sottili e spenti. Suo marito le era sembrato un bell’uomo, alto e ben piazzato e, scegliendola come moglie e compagna, sembrava non aver avuto tanto buon gusto. E non solo…

Era ligia al dovere, puntuale e coscienziosa e parlava poco di sé con le sue colleghe. Ogni giorno andava a pranzo dai suoi genitori: era figlia unica e, benché anziani, il padre e la madre erano autosufficienti e autonomi. Non avrebbe fatto a tempo a tornare a casa sua, viveva nell’hinterland e avrebbe impiegato troppo tempo ad andare e tornare in bus, così andava dai genitori. “Passa mio papà a prendermi”, diceva quasi ogni giorno.

Lei la giudicava fortunata finché, un giorno – erano a un convegno professionale fuori città – aveva intravisto l’avvocato De Giorgi e, al rientro, l’aveva detto alla collega Lorena.

Lorena aveva commentato: “Il moroso di Lucia”. “Come, il moroso di Lucia… ?! Non è sposata?!” “Chiedilo a Rossella”. Al che Rossella, chiamata in causa, aveva replicato: “Chiedilo al Notaio”. Insomma sembrava  proprio che lei fosse l’unica a non conoscere quel segreto di Pulcinella…

E, guarda caso, da quel giorno, aveva visto più volte la collega Lucia in pausa pranzo salire non nella macchina del padre ma in quella dell’avvocato De Giorgi che l’aspettava in Piazza del Municipio. Così, spudoratamente, alla luce del sole. E, con faccia tosta e incurante di quanto potesse apparire sfacciata, continuava a salutare le colleghe dicendo che andava a pranzo dai suoi.

Lei non si considerava una bigotta moralista ma non le sembrava una grande conquista, quella di poter cornificare liberamente e impunemente il proprio marito.

Non sapeva come considerare la collega ma non le sembrava una bella persona, una che ha un marito e un amante contemporaneamente. Non erano fatti suoi ma le sembrava doppia, ipocrita e sleale.

E l’avvocato De Giorgi… Cosa ci trovavano l’uno nell’altra quei due?! Non sapeva, e nemmeno le importava saperlo, se l’avvocato fosse anche lui sposato e cornificatore.

Ebbene, Lucia non aveva avuto figli, no. Forse non desiderati o semplicemente non arrivati per volere del destino.

Ma doveva ritenersi più che appagata quanto alla sfera degli affetti e dei sentimenti: aveva un marito per le serate e i week-end, un amante per le pause pranzo e chissà quali altri momenti. E, soprattutto, aveva un gatto, un miao miao peloso da coccolare e spupazzare. Trendy, molto trendy! Cosa poteva chiedere di più?!

L’aveva rivista due volte da quando aveva lasciato l’ufficio.

Sempre magra e coi capelli radi e sempre stufa e arcistufa del lavoro. Non poteva certo chiederle dell’amante e nemmeno del marito. Non erano mai state in confidenza. Però aveva ancora la sua adorata Trudi che la rendeva felice e soddisfatta di sè.

Come si dice: troppa grazia!

Pavia, 13 gennaio 2019

Seguite il link: https://www.youtube.com/watch?v=qRG6h6H0_ho Miao!

Il racconto si trova anche nel mio sito al seguente link: https://danielamarras69.weebly.com/2019—racconti.html

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