“Trappola di cristallo”: le origini (e l’iconografia) di un eroe per forza di cose

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Trent’anni fa John McTiernan consacrava Bruce Willis nell’alveo delle star e rinnovava il genere d’azione con Trappola di cristallo. Con l’avvicinarsi dell’anniversario (ri)scopriamo questo impedibile gioiello cinematografico

 

Giunto a Los Angeles per trascorrere le festività natalizie insieme ai figli e sua moglie Holly (Bonnie Bedelia), con la quale sta vivendo un momento di crisi, John McClane (Bruce Willis), esperto poliziotto di New York, sosta per qualche ora all’interno del Nakatomi Bulding, il nuovo grattacielo della società per la quale lavora Holly. Durante il party natalizio organizzato per i dipendenti, John si apparta nelle toilette per darsi una rinfrescata dopo il lungo viaggio e, nel frattempo, un commando armato di terroristi tedeschi, guidati da Hans Gruber (Alan Rickman), irrompe nell’edificio. Obiettivo dei criminali è quello di ottenere la scarcerazione di alcuni compagni di lotta e, contemporaneamente, impadronirsi dei 640 milioni di dollari tenuti nel caveau della Nakatomi. Da solo e in netto svantaggio numerico, John inizia un duro confronto con Hans e i suoi uomini, pur di liberare gli ostaggi e portare al sicuro sua moglie.

L’action, dall’inizio degli anni Duemila a oggi, sta vivendo quello che, a maggior ragione, è un vero periodo di magra. Vuoi per mancanza di idee, vuoi per carenza di originalità, la maggior parte dei prodotti appartenenti al genere (eccezion fatta per alcuni titoli come i due capitoli di John Wick, The Equalizer e il più recente Baby Driver) si riducono a mero sfoggio di CGI, attori stereotipati, poco inclini e credibili nei ruoli e, infine, trame ai confini dell’(ir)realtà. Inutile negare che si guarda al passato con nostalgia, a quella favolosa decade degli Eighties in cui i film d’azione andavano alla grande ed erano capaci da una parte di (ri)scrivere le coordinate stilistiche e, dall’altra parte, dar vita e seguito a un immaginario collettivo facile da far entrare nella mente dello spettatore e difficile da dimenticare. Tra le perle cinematografiche appartenenti a quanto appena affermato, senza ombra di dubbio rientra quel Trappola di cristallo (Die Hard, 1988) diventato, nel corso degli anni, un cult assoluto.

Basato sul romanzo Nulla è eterno, Joe di Roderick Thorp e diretto da John McTiernan, regista del meraviglioso sci-fi dalle tinte horror Predator, a distanza di trent’anni dall’uscita nelle sale Trappola di cristallo si conferma – in toto – la perfetta incarnazione dell’action. McTiernan, al pari del collega Richard Donner e del suo Arma letale, ha dato vita a un prodotto di alta caratura procedendo per addizione e, così, ottenendo una semplice quanto immediata equazione: humour+azione+violenza=successo assicurato. Tuttavia, a primo acchito, questa formula potrebbe sembrare qualcosa che abbia a che fare con dei b-movie ma, nelle mani esperte del regista, ciò non svaluta quello che è il risultato finale. Trappola di cristallo è una sagace e bilanciata miscela di situazioni e tòpoi a partire dal protagonista, quel John McClane che, oltre ad aver lanciato definitivamente la carriera attoriale di Bruce Willis, è riuscito ad imprimere negli occhi le origini (e l’iconografia) di un eroe per forza di cose: privato del physique du rôle come i vari Schwarzenegger e Stallone ma, piuttosto, rozzo e volgare, dotato di un certo umorismo al vetriolo (su tutto la sua famosa esclamazione «Yippee ki-yay figlio di…») e di inventiva, messo alle strette, ferito e con una mise fatta di una sdrucita canottiera e niente scarpe il McClane di Willis si trasforma nel vero mattatore dell’intero film che, pistola alla mano, affronta senza esclusione di colpi e cazzotti la minaccia piombata nel grattacielo e capeggiata dal villain principale, l’Hans Gruber interpretato dal compianto Alan Rickman, all’epoca esordiente, che ha dato al personaggio del terrorista un carisma accattivante e una fredda mente calcolatrice in netto contrasto con i modi spicci e poco gentili dello sbirro.

In questo McTiernan è un maestro poiché mette in scena un impervio e pericoloso scontro impari, quello di un uomo solo contro un esercito di mercenari violenti e armati fino ai denti. È il rapporto uno a molti che permette alla componente thriller di prendere le mosse, elevandola verso un climax di suspense e tensione. Infatti, nonostante il personaggio di Willis sia il cuore pulsante, il traino dell’intera vicenda Trappola di cristallo non ha solo il merito di aver sdoganato e annullato la figura eroistica perfetta e inscalfibile, bensì di aver portato una ventata di freschezza in ambito di location. Nel terzo lungometraggio di McTiernan non ci sono spazi aperti né ampie vedute, semmai a regnare è il gigante di cemento, acciaio e vetro alto quaranta piani, un ritrovato di ingegneria e tecnologia che, da luogo sicuro e lavorativo, si trasforma nella trappola del titolo. Il regista circoscrive lo spazio d’azione, lasciando che la macchina da presa segui McClane tra scalinate, stanze, condutture, ascensori-bomba, piani ancora sottoforma di cantiere in cui prendono vita letali faccia a faccia in un crescendo claustrofobico e disperato durante il quale, anche una vetrata infranta, può essere fonte di pericolose (e dolorose) ferite. Non per niente gli altri due elementi cardine di Trappola di cristallo sono l’accumulo di tensione e la violenza, quest’ultima appartenente a quella precisa estetica della violenza di peckinpahiana memoria che, durante gli anni Ottanta, ha fatto da padrone il molta produzione di genere. In Trappola di cristallo il sangue abbonda e scorre a fiumi, ciononostante tutti i momenti di cruda brutalità sono edulcorati dalle sagaci battute di McClane/Willis e dagli intermezzi con il sergente dell’LAPD Al Powell, agente di colore che, dall’esterno, dà supporto al poliziotto newyorkese. Ed è proprio in questa scelta che, ancora una volta, McTiernan gioca con le linee guida del genere, mettendo in scena una coppia di sbirri (quasi) stereotipati ma non scontati: il bianco dalla risposta veloce e dal grilletto facile, e il nero loquace, flemmatico e molto più riflessivo. Una coppia, questa, che non può non riportare alla mente quella formata da Martin Riggs/Mel Gibson e Roger Murtaugh/Danny Glover nel franchise di Arma letale.

Tra sparatorie, esplosioni, suspense, battute e sequenze indimenticabili Trappola di cristallo è, nel suo genere, una vera e pura lectio registica e contenutistica, un capolavoro che è stato capace di (ri)scrivere le coordinate stesse dell’azione e di aver dato forma alla figura di un eroe (quasi) di altri tempi cinematografici (non a caso spesso McClane viene etichettato come “cowboy”), un – parafrasando e citando il titolo di un altro film di McTiernan – last action hero del quale, oggi, si percepisce la mancanza. Opus filmica immensa e imperdibile per i neofiti e da rivedere per chi già la conosce bene, Trappola di cristallo rimane – nonostante i quattro sequel generati dai quali spicca solo il Die Hard – Duri a morire sempre diretto da McTiernan nel 1995 – un sempreverde non solo dell’action ma di quella cinematografia pura, semplice, immediata e nostalgica come quella degli anni Ottanta.

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