“The Gunman”: Non c’è pace per i mercenari

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Ex mercenario una volta al soldo di una multinazionale, Jim Terrier (Sean Penn) cerca di espiare le proprie colpe e dimenticare gli orribili ricordi legati al suo passato, lavorando come addetto della sicurezza per le associazioni umanitarie di stanza in Congo. Quando tre guerriglieri si presentano ad uno dei campi base per eliminarlo, a Jim non resta che sfoderare le sue vecchie doti di assassino. All’oscuro del perché qualcuno voglia ucciderlo, Jim parte in cerca di risposte, non sapendo che a volere la sua morte è Cox (Mark Rylance) il suo ex team leader che, otto anni prima, guidò l’assassinio di un uomo politico proprio in Congo e che costò a Jim la fuga e la perdita dell’amata Annie (Jasmine Trinca). In un susseguirsi di mete tra l’Inghilterra e la Spagna, il mercenario, sempre più alle strette e inseguito da numerosi killer, inizia a regolare i conti a modo suo, specialmente quando scopre che Felix (Javier Bardem), suo ex partner di lavoro e una delle poche persone capaci di aiutarlo, non solo è un doppiogiochista ma gli ha portato via anche la donna.

Tratto da romanzo Posizione di tiro (La Position du Tireur Couché, 1981) di Jean-Patrick Manchette, The Gunman (id., 2015) di Pierre Morel è un action-thriller violento e spietato che – purtroppo – non brilla per originalità e ritmo. Specialista decisamente “votato” al genere, Morel non è riuscito a dosare quelle giuste “componenti chimiche” che rendono un film d’azione appassionante e capace di inchiodare alla poltrona lo spettatore fino alla fine. La spirale di vendetta a cui segue, di pari passo, il cammino di redenzione del protagonista, si consuma negli oramai classici e archetipici (e anche usurati) luoghi comuni (il vecchio “datore di lavoro” che vuole eliminare le proprie tracce criminali, l’ex amico traditore, la donna perduta e ritrovata da riconquistare a tutti i costi). Nella corsa a perdifiato dell’antieroe Jim, sorta di dead man walking, a mancare è proprio l’azione che si riduce a poche sequenze adrenaliniche e crude quanto basta ma che, di certo, non si rivelano memorabili né tantomeno trovano spazio in un futuro memento nell’immaginazione collettiva.

A peggiorare ulteriormente la non perfetta struttura filmica di The Gunman ci pensano la sceneggiatura – a tratti veramente raffazzonata e non perfetta – che lascia, durante le vicende mostrate, spazi dilatati (e ripetitivi) di tempo (spazi, questi, che si sarebbero potuti usare per ampliare il background personale e psicologico dei personaggi in scena), un finale banale e scontato ed un cast decisamente non adatto al film. Conosciamo tutti la bravura di Penn, mostro sacro di Hollywood, e quella di Bardem ma, né l’attore statunitense né quello ispanico lasciano il segno con le loro performance nel film di Morel. Sean Penn è inadatto al ruolo del combattente tutto muscoli e forza bruta e Bardem, ridotto in The Gunman ad una semplice figura “di passaggio” e quasi macchietistica, a tratti fa rimpiangere la sua interpretazione del villain Raoul Silva in Skyfall (id., 2012) di Sam Mendes.

Occasione mancata, quindi, per il regista francese che, negli scorsi anni, si era fatto notare con il buon Io vi troverò (Taken, 2008) e il divertente, sulle righe e senza un attimo di tregua From Paris with Love (id., 2010). Di sicuro ad emergere da The Gunman sono le non tanto nascoste ambizioni di Morel, ovvero quelle di riuscire a replicare le lezioni del cinema action e ipercinetico di bessoniana memoria. Ma, del connazionale Luc Besson (con il quale, tra l’altro, ha lavorato come direttore della fotografia) Morel non ha lo stile e neanche il carisma.

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