“Super Dark Times”: la genealogia dell’autodistruzione adolescenziale

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Stati Uniti, metà anni Novanta. Zach (Owen Campbell) e Josh (Charlie Tahan) sono migliori amici. Trascorrono le giornate tra videogame, sproloqui, la scuola e il comune interesse nei confronti di Allison (Elizabeth Cappuccino), compagna di classe dei due. A loro volta Josh e Zach sono amici di Daryl (Max Talisman), con il quale Josh è spesso in contrasto e Charlie (Sawier Barth), il più piccolo del gruppo. Un pomeriggio Josh invita gli amici a casa sua, facendoli entrare nella stanza del fratello maggiore arruolatosi nel Corpo dei Marine. Lì trovano una katana, con la quale divertirsi a tagliare vecchi cartoni del latte. Ed è proprio durante questo insolito passatempo che Josh scopre che Daryl si è impossessato di una bustina di marijuana rinvenuta nella stanza del fratello. L’ennesima lite, però, si trasforma in tragedia con l’accidentale morte di Daryl. Non sapendo che fare i tre nascondono il cadavere, promettendo di non dire nulla. Ma ben presto paranoie, paure e comportamenti strani iniziano ad affliggere Josh, il quale riversa tutto sull’amico Zach.

I film di formazione adolescenziale hanno sempre trovato terreno fertile nel panorama cinematografico, dando vita a veri e propri capolavori senza tempo come il sempreverde e immenso Stand by Me – Ricordo di un’estate firmato Rob Reiner che, dagli anni Ottanta in poi, è diventato il modello per antonomasia, il punto di riferimento per ogni regista che ha deciso di cimentarsi nel raccontare il periodo più cruciale e difficile che sta tra l’infanzia e l’età adulta. E di certo anche Kevin Phillips, per il suo esordio dietro la macchina da presa, ha guardato a questa pellicola cult per dar vita al suo Super Dark Times, sorta di rivisitazione aggiornata dello stesso Stand by Me. Accostare i due lavori filmici, di certo, non è un atto di blasfemia in quanto i punti in comune e di collegamento sono evidenti: un gruppo di amici adolescenti (quattro, come nel film di Reiner), un contesto temporale definito (gli anni Cinquanta il primo, i Novanta il secondo) e, infine, l’entrata in scena della morte. Nonostante la forte influenza e l’ispirazione, tuttavia Super Dark Times si distanzia dal suo modello di origine. Fin dalla prima inquadratura il clima che si respira è quello di un’atmosfera inquietante che trasmette un sibillino e costante senso di minaccia reso ancor più tale dall’immediatezza di un episodio (apparentemente fuori contesto ma, successivamente, profetico) legato al sangue e alla morte.

Il lungometraggio di Phillips declama, fin dalle battute iniziali, quello che è il suo terreno d’azione: non ci sono ragazzini semplici e “puri” piuttosto sotto la lente viene posta la generazione nata nella metà degli anni ’80 ma “figlia” dei Novanta, della decade della piena cultura pop, del boom di Internet e della vacuità. Sì, poiché il nucleo di amici al centro delle vicende di Super Dark Times è vittima di quel vuoto adolescenziale permeato dalla “mancanza” delle figure genitoriali (che si muovono sul grande schermo ma rimangono distanti e in secondo piano), di stimoli volti a incoraggiare e – infine – la possibilità di qualche punto di fuga da quella realtà quotidiana. Super Dark Times dipinge l’affresco di una generazione alle prese con la pochezza e la chiusura del provincialismo e con l’(in)comunicabilità di una richiesta di aiuto. Per i protagonisti di Phillips è più facile celare il malessere esistenziale dietro una subdola facciata da duri e privi di qualsivoglia paura che, in realtà, cerca di tenere in ombra la natura da losers in grado di sentirsi “adulti” tramite la fruizione di pornografia, le fantasie sessuali sulle coetanee, l’uso di droghe leggere e il ricorso all’esercizio della violenza; una violenza imberbe ma letale che rappresenta la genealogia dell’autodistruzione adolescenziale. Inutile negare che Super Dark Times è un’opera filmica sporca, dura e, per certi versi, anche sgradevole – ma solo in accezione positiva – capace di mostrare, senza peli sulla lingua o filtri alcuni, il frutto di una generazione (quasi) completamente allo sbando, la stessa che di lì a poco (non è un caso, quindi, che Super Dark Times sia ambientato nella metà degli anni Novanta) sarebbe stata testimone del più grave e sanguinoso fatto di cronaca degli Stati Uniti vicini all’alba del Terzo Millennio: il massacro della Columbine High School.

Tra segreti indicibili, pesanti, gravi e mani non ancora abbastanza adulte ma già sporche di sangue, Super Dark Times si tramuta in una sorta di girone infernale dantesco fatto di incubi ad occhi aperti, paranoie, gelosie, comportamenti al limite del borderline e scoppi – brevi e incisivi ma brutali – di insana violenza. Dramma di formazione ben diretto e dalla forte connotazione di thriller psicologico Super Dark Times è (parafrasando il titolo stesso) la messa in scena di tempi molto bui, la rappresentazione di quel dark side, di quel cuore di tenebra di conradiana memoria fatto di indefiniti malesseri socio-antropologici che, spesso e purtroppo, segnano con i fatti di cronaca nera la reale quotidianità che viviamo.

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