Niccolò PAGANINI

Ghiribizzi

Marcello Fantoni, guitar

stradivarius STR 371 49  –  1 cd

 

Paganini Ghiribizzi Guitar Marcello Fantoni
Paganini Ghiribizzi Guitar Marcello Fantoni

La bella riproduzione di un bel ritratto femminile, con predominio di pennellate rosse e voli di rasi, di sete, collo botticelliano e spalle, braccia nude, di Giovanni Boldini, fa immaginare mondi lontanissimi da quelli del sulfureo e romantico Paganini.

Hayez, Il bacio
Hayez, Il bacio

Chi sa, forse un Hayez, magari Il bacio, o Géricault, sarebbero apparsi più congeniali. Ma perché no, tuttavia, anche un Paganini filtrato dai languori fin-de-siècle invece che dai colori del romanticismo? Paganini compone 24 Capricci per violino che sono, ancora oggi, un punto di svolta della tecnica violinistica e non solo, se almeno tre grandi romantici come Chopin, Schumann e Liszt affermano di essere stati stimolati dalla sua arte e soprattutto dal suo uso dello strumento? Ma Paganini, come Berlioz, era anche un appassionato chitarrista. E per questo strumento scrive molte pagine – splendidi i quartetti con la chitarra – e una serie di fogli di album, di bagatelle, che sotto l’artificiosa sembianza di semplicità rivelano una scrittura intima raffinatissima. Li chiama Ghiribizzi.

Non mancano gli echi dei successi melodrammatici del tempo. “Là ci darem la mano” dal Don Giovanni di Mozart, “Non più mesta accanto al fuoco”, il rondò finale, in forma di variazioni, dalla Cenerentola di Rossini. Sembra che li abbia composti per una ragazza napoletana, ancora quasi bambina, di cui il musicista genovese s’era invaghito. Oggi rischierebbe la reclusione per pedofilia. Ma in quei tempi non era raro invaghirsi di bambine e sposarle. Valga per molti altri l’esempio di Egar Allan Poe. Andiamoci piano, dunque, con lo stigmatizzare moralmente comportamenti che la morale di epoche e società diverse giudica diversamente. O dovremmo ostracizzare quasi tutta la letteratura greca e non solo vietare film “razzisti” come Via col vento. O fiabe pedofile come Cappuccetto Rosso e Pollicino. Non ridete: è accaduto anche questo. Est modus in rebus, dicevano i Romani. E oggi, a mancare, è proprio il modus.

Théodore Géricault, ritratto di Laure Bro, 1818
Théodore Géricault, ritratto di Laure Bro, 1818

Ma qualunque sia l’intento per il quale Paganini sia stato spinto a comporre questi schizzi musicali (qualcuno non arriva a durare un minuto), o ghiribizzi, come lui li chiama, godiamoceli senza pensieri, senza indagini accusatorie, e abbandoniamoci alla grazia di una scrittura delicata e controllatissima. Anche perché Marcello Fantoni, questa grazia, questa delicatezza, questa pulizia della scrittura in cui ogni voce ha il giusto peso e l’accompagnamento non è mai solo tale, ma ha una sua intrinseca e quasi autonoma rilevanza musicale, questo coraggio di un contrappunto esibito, che assegna a ogni parte funzioni di pari valore costruttivo, quest’armonia, insomma, di linee musicali e il conseguente piacere di cantarle, ce li restituisce in pieno. Alla lontana, il fascino venturo di certe canzoni partenopee o genovesi sembra qui già premonito.

Marcello Fantoni
Marcello Fantoni
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Dino Villatico
Sono nato a Roma nel 1941, il 28 aprile. Infuriava la guerra. Dagli 8 ai 15 anni ho frequentato le scuole argentine (elementari e Colegio Nacional, il nostro liceo) a Bahía Blanca, Provincia di Buenos Aires. L’apprendimento di un’altra lingua, lo spagnolo, mi aprì la mente all’esperienza di pensare in molte lingue. Devo a questa iniziazione l’attuale familiarità, più o meno stretta, con lo spagnolo, il francese, l’inglese, il tedesco, il greco, antico e moderno, il latino. In Italia ho frequentato il liceo classico e poi l’Università. L’Università di Roma, allora, era una fucina di idee e di sperimentalismo. Conobbi Federico Chabod, Nino Perrotta, Natalino Sapegno, Nino Borsellino, Aurelio Roncaglia, Bruno Migliorini, Ettore Paratore, Ugo Spirito, Gustavo Vinay, Alberto Asor Rosa. Mi laureai con Sapegno redigendo una tesi su un poligrafo fiorentino del ‘500, Antonfrancesco Doni, ma relatore fu Nino Borsellino, che restò poi un caro amico, e correlatore fu Asor Rosa. Perfezionavo intanto i miei studi di pianoforte con Vera Gobbi-Belcredi. Ho insegnato materie letterarie nel Ginnasio (greco, latino, storia e geografia, italiano) e in seguito italiano e latino al liceo: le due lingue classiche restano, comunque, capisaldi del mio rapporto con il mondo, l’occhio di Omero, di Sofocle, Euripide, Platone, Aristotele, Lucrezio, Virgilio, Catullo, Tacito, Marcellino, e tra gli scrittori cristiani di Origene, di Gregorio Nazianzeno e Gregorio di Nissa, di Agostino, Tommaso, Duns Scoto, è un occhio per me insostituibile e ineliminabile. “Punti di riferimento”, poeti e scrittori come Shakespeare, Cervantes, Calderón, Góngora, Baudelaire, Goethe, Rilke, Benn, Eliot. Ho collaborato con la Repubblica in qualità di critico musicale e dal 1980 divenni docente di storia della musica nei conservatori: dapprima ad Avellino, poi a Firenze, infine a Venezia. Ho scritto qualche racconto che è stato pubblicato su varie riviste, tra cui Nuovi Argomenti, e testi teatrali, di cui alcuni rappresentati con successo a Roma, ad Asti, a Bari, a Bologna, a Viterbo, a Venezia. Continuo a scrivere critica musicale e altri scritti di vario genere. Latino e greco non sono per me lingue morte, ma le lingue vive dei miei padri. Chiudo, perciò, questo breve promemoria con una citazione oraziana: Immortalia ne speres, monet annus et almum quae rapit hora diem.

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