Le storie della storia

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Gli storici francesi sono maestri nel ricostruire non solo gli avvenimenti individuali della storia bensì anche gli accadimenti di lunga durata, le trasformazioni collettive della geografia etnografica e storica. E questo già prima della fondazione, da parte di Braudel e Bloch, della scuola degli Annales, per esempio con l’idea di storia che disegna Voltaire nell’Encyclopédie1, o con Michélet e la sua Histoire de la révolution française.

Esce quest’anno, per i tipi delle Belles Lettres, che da qualche tempo hanno allargato i loro interessi al di là dell’antichità classica, anche alle civiltà della Persia, dell’India, della Cina e del Giappone, un volume sull’Asia centrale, negli anni che vanno dal 300 all’850 d.C, denso di documenti, di storia e di riflessioni storiche, scritto da Étienne de la Vaissière, professore all’EHESS: École des hautes études en sciences sociales (scuola di alti studi in scienze sociali) dell’Università di Parigi: Asie centrale 300-850. Des routes et des royaumes, Paris, Les Belles Lettres, 2024. Sono anni decisivi per la trasformazione delle vicende storiche del mondo. Un territorio vastissimo, dal Mar Caspio alla Cina, per lo più ignoto ai più degli italiani, ma anche degli altri abitanti del cosiddetto Occidente. Eppure proprio in questo territorio si sono incrociate le vicende di Greci, Romani, Persiani, Indiani e Cinesi, premuti dai popoli nomadi delle steppe mongoliche. Da noi si studiano le invasioni “barbariche” degli Unni, ma nello stesso periodo popoli dello stesso ceppo devastarono territori persiani e cinesi. Centro di questa storia la città di Samarcanda, la più orientale delle città fondate da Alessandro Magno. Ma si parla anche di Sogdiana, di Battriana, parti dell’attuale Afghanistan, e Uzbekistan. Del fiume Syr Daria, e oltre alla Sogdiana e alla Battriana, di Margiana, Khorezm, Khotan, Koutcha (in cinese Kieou-tseu, in sanscrito Śravaṇānakṣatra), Turfan, Dunhuang. Erano punti del percorso della Via della Seta.

La lettura di libri come questo ci incita a leggere la storia del pianeta senza un punto di riferimento fisso. Né Roma, né Atene o Costantinopoli, né Madrid o Londra, sono il centro della storia: la storia non ha un solo centro, ma molti. Ed è dall’intreccio, dal collegamento e dallo scontro di questi centri che nasce ciò che chiamiamo storia. Così come il latino e il greco non sono le uniche lingue della civiltà. Ma vi si affiancano il sanscrito, le varie declinazioni dell’iranico, l’ebraico, l’arabo, il cinese, il giapponese, e, allargando la visuale, le lingue dell’Africa, le lingue dei nativi d’America, a nord quanto al centro e al sud. Fa impressione, per esempio, che documenti di lingue iraniche periferiche siano scritti con caratteri aramaici o indiani. Segno che queste culture comunicavano tra loro. Del resto a lungo la lingua accadica fu la lingua colta dei Sumeri e divenne la lingua di comunicazione di tutte le popolazioni mesopotamiche, fino a quasi il I sec. d. C., almeno nel nord. Molto più tardi arriverà la grande onda delle lingue turche, ma nei primi secoli del dominio ottomano la lingua della cultura è il persiano. Maometto II Fatih, il Conquistatore, a 23 anni, di Costantinopoli, oltre al nativo turco, parlava persiano, greco, e veneziano. E probabilmente anche il serbo, perché sua madre era serba, e cristiana. Ma ci siamo inoltrati in un periodo che in questo libro non è toccato. L’avanzata turca comincia, infatti, proprio quando il libro finisce. Il sottotitolo spiega bene l’assunto dello studio: “Des routes et des royaumes”, delle rotte e dei reami. Non le singole storie, dunque, ma le storie delle collettività e dei collegamenti tra l’una e l’altra, incontri e scontri, influssi, trasformazioni. La lunga durata, che prevale sempre sul corto respiro dell’immediato, ci dà una lettura più precisa, più particolareggiata e integrale, della storia, meno offuscata da sguardi autoreferenziali: guardare oltre il giardino di casa ci fa capire meglio dove abitiamo.

Ma oltre che insegnamento per l’apprendimento della storia, il libro appare un insegnamento anche per l’attuale miopissima politica che ci tocca subire. Da Occidente e da Oriente, da entrambi i fronti la vista è parziale. Anche se va detto che spesso un orientale sa su di noi occidentali, sulla nostra cultura, molto di più di quanto noi occidentali sappiamo su di lui e sulla sua cultura. È un incentivo, inoltre, forse, questo libro, anche a cambiare le impostazioni attuali dell’insegnamento della storia nelle scuole italiane, troppo ossessionata, come sembra, soprattutto in questo momento politico, dalla ricerca di un principio autoreferenziale, identitario forte, univoco, come se l’identità italiana, ed europea, occidentale, in genere, le sue supposte “radici cristiane”, siano il centro della Storia. Non lo sono, di fatti. Perché anche l’identità italiana, e dunque europea, occidentale, nasce da un molteplice incontro di popoli e di culture: gli Etruschi, per esempio, di cui a volte sembriamo vantarci come di una cultura autoctona, arrivano nella penisola italiana dall’Anatolia, che è l’attuale Turchia, dove si confrontavano ittiti, siriani ed iranici, e greci, naturalmente. La lingua degli Etruschi tra l’altro non è nemmeno una lingua indoeuropea, come non lo è la lingua dei Baschi, nella penisola iberica. Nei secoli a venire, si assiste infine in Anatolia all’avanzata e al dominio dei turchi. I Veneti, un’altra popolazione italica, che talune propagande politiche vorrebbero autoctona, probabilmente, si stanziano invece nelle regioni del nord-est della penisola provenendo dalla Germania meridionale. E prima ancora che cristiana, per quanto riguarda la cultura degli attuali italiani, fu se mai la cultura – anch’essa di molteplice natura e derivazione – dei Romani a imprimere il suo carattere agli attuali popoli della penisola. Basti osservare quante tracce di culti pagani sopravvivano nelle feste religiose cristiane locali della penisola. Insomma, la storia, qualunque storia, detesta le scorciatoie, aborre le semplificazioni, nasce da molteplici incontri di diverse culture, e sta proprio qui la sua ricchezza, la sua promessa di fecondi sviluppi culturali. Il che non significa, certo, reprimere l’orgoglio della propria individualità, ma implica piuttosto il dovere di riconoscere che è il prodotto di un processo assai intricato e complesso, al quale contribuiscono diversi e svariati influssi di usi, costumi, lingua, e incontri e scontri di più popoli. Del resto, non accade così anche per lo sviluppo di ciascun individuo? non sono i diversi e molteplici influssi che agiscono su di lui durante il suo sviluppo a costruire la sua identità? Saggiamente Wittgenstein suggerisce di andare cauti nell’affermare principi drastici, nell’imporre idee indiscutibili, o, come oggi si ama dire, valori non negoziabili, perché la verità, nemmeno quella scientifica, non è mai facilmente raggiungibile, non è definitiva, non è cosa che appartenga alla conoscenza umana, di per sé sempre mutevole. Il che non significa rinunciare a punti di riferimento. Ma purché siano punti discutibili, va a dire affermazioni argomentate che si possano disconoscere qualora si dimostrasse che sono false. O che poggiano su fondamenti non dimostrati di esperienza e di pensiero. Wittgenstein riassume questo atteggiamento correttamente scientifico in un meraviglioso aforisma: “Ogni spiegazione è un’ipotesi”. Anche quella che avete appena finito di leggere. La scienza, e tanto più la scienza storica, che non si fonda, come aveva già bene intuito Aristotele, su deduzioni matematiche, non è il campo delle certezze, ma della sperimentazione, della raccolta di documenti e della discussione.

COROLLARIO I

Anche in Italia, come Les Belles Lettres in Francia, la Fondazione Lorenzo Valla, fin dall’inizio, ha allargato il proprio campo dai testi classici greci e latini, alla letteratura e alla storiografia medievali e bizantine. Ma una sciagurata decisione di uno dei governi Berlusconi ha tolto la sovvenzione statale (in altri paesi, per esempio, in Francia, è previsto un finanziamento pubblico) e nessuno dei governi successivi ha pensato che fosse il caso di reintegrarla. Il lettore italiano trova nella collana a disposizione le storie dei longobardi di Paolo Diacono, degli inglesi di Beda, degli imperatori bizantini di Psello e di Koniata, e tante altre interessantissime pubblicazioni tematiche: Alessandro nel medioevo Occidentale, Arcana Mundi sui culti misterici, La leggenda di Roma, il Manicheismo. E altri. È la solita idea distorta che in Italia si ha di un incentivo culturale, che si riassume nel termine sovvenzione. Ciò che in altri paesi è finanziamento, vale a dire un cifra stabile, garantita ogni anno, diventa da noi una sovvenzione, una cifra variabile, che dipende anno per anno dall’andamento dei bilanci. È un’idea mercantile, anzi ancora più misera, bottegaia, della cultura, che misura per ogni spesa la sua utilità, il suo ritorno in profitto immediato. La stessa idea che ci colloca all’ultimo posto in Europa quanto a spesa per l’istruzione e la ricerca. Un tempo gli editori investivano in pubblicazioni di pregio culturale investendovi parte del guadagno ottenuto dalla vendita dei prodotti commerciali. Oggi non più, e meno che mai lo Stato sembra volere intervenire per mutare l’indirizzo. La cultura non fa parte, per i governi italiani, di un investimento necessario alla “Nazione” (laddove invece si pensasse al paese, alla collettività, a una realtà dunque più concreta, meno ideologica, forse si riterrebbe più opportuno un maggiore interesse, anche finanziario, e non soltanto parolaio, a investire in ambito culturale: per esempio a pagare meno indegnamente, più dignitosamente, gli insegnanti, che sono i più sottopagati di Europa). Anche altrove, certo, in Europa, si osservano limitazioni e restringimenti della spesa pubblica, ma mai sacrificando il rapporto di percentuale tra i settori, e la cultura resta tra i privilegiati. Sta qui la differenza. Al potenziamento della ricerca scientifica, dell’organizzazione scolastica, anche universitaria, al potenziamento dell’assistenza sanitaria, in Italia si preferisce la costruzione di ponti inutili o pericolosi, di strade che duplicano strade già esistenti (invece di ampliare e rafforzare le esistenti). Senza aiutare la diminuzione del deficit, e senza risolvere i problemi della sperequazione retributiva del paese. Anzi viene ogni volta alzata a pretesto della mancanza d’intervento nei settori culturali proprio la necessità di non gravare sul debito: mancano i soldi, aumenterebbero il debito. Strade e ponti inutili non gravano, per il semplice fatto che producono ingenti profitti agli imprenditori privati. Gli stessi che mal sopportano una vera concorrenza, affidandosi piuttosto all’assegnazione guidata degli appalti pubblici. Ora, un paese senza programmazione industriale, sostituita da interventi isolati ed estemporanei, e ancora prima, senza programmazione culturale, non può andare lontano. I Romani, prima di costruire una città, provvedevano a costruire strade, acquedotti, fognature. Oggi si costruiscono case dove non ci sono strade, non arriva l’acqua, non esistono fognature. Sarà una spesa che si dovranno accollare i comuni. Intanto le imprese edili incassano i profitti delle costruzioni, senza spendere un centesimo per le infrastrutture.

Sembra un discorso assai lontano da quello dal quale siamo partiti. E invece ne è sia il presupposto sia la conseguenza. Una visione particolaristica della storia, e dunque anche della politica, che non abbia interesse ad ampliarsi a visione della realtà più estesa offerta dallo scenario internazionale, non potrà che incentrarsi su interessi ristretti, particolari, sul profitto dei singoli e non sul beneficio della collettività. È il trionfo dell’io sul noi, dei pochi su tutti. E pensare che la nostra Costituzione sarebbe fondata, invece, proprio sul principio opposto: la triade illuministica – ma oggi è di moda denigrare l’illuminismo – e poi rivoluzionaria, di libertà, uguaglianza e fratellanza, sancita energicamente dall’articolo 3. Il fascismo non è nominato, perché non ce n’è bisogno: il dettato stesso dell’articolo si oppone a qualunque affermazione fascista di privilegio di qualcuno rispetto a qualcun altro, ribadendo così il carattere antifascista di tutta la Costituzione. E non si dimentichi che il dettato fu steso dall’intero arco dei padri costituenti, dai cattolici ai comunisti atei (c’erano anche comunisti cattolici). Sarebbe ora che tornassimo a rifletterci. E, soprattutto: ad applicarla.

COROLLARIO II

L’idea di allargare lo sguardo alle altre storie, di confrontare la nostra con esse, potrebbe indurre qualcuno a pensare che si voglia così sostenere un’idea relativistica della storia, intendendo l’attributo “relativistica” come una sostanziale denigrazione della storia, e pertanto una diminuzione del valore della nostra, di storia. Ma valore rispetto a che cosa? Il pensiero linguistico dei grammatici sanscriti avrà più valore rispetto al pensiero degli eruditi ellenistici? o non accadrà invece che dal confronto possa nascere una nuova e più complessa riflessione linguistica? C’è sempre questo timore che valorizzare il prodotto di un’altra cultura sia automaticamente diminuirne quello di un prodotto della nostra. Se dico che la grandezza di un poeta come Li Po non è inferiore a quella di un Pindaro, sto per questo deprezzando la grandezza di Pindaro? Se dico che il Mahabharata mi emoziona quanto l’Iliade, sto riducendo la grande poesia di Omero? Se trovo strane confluenze tra le riflessioni di Socrate, Siddharta e Confucio, pur nella loro diversa specificità, sto sminuendo la figura, insostituibile, di Socrate? Mi sembra un pregiudizio simile a quello dei letterati italiani che a Madame de Staël, che chiedeva loro di leggere Goethe e Byron, opponevano che abbiamo Dante e Petrarca. La terribile Dame rispose: non ce li avete più. In realtà stava per venire un Leopardi. Ma la Dame aveva ragione. Conoscere l’altro è sempre un arricchimento. Quest’idea che valorizzare qualcosa sia deprezzare qualcos’altro nasce da un’errata interpretazione di che cosa sia relativo, di che cosa veramente definisca il concetto di relatività. Abbiamo avuto perfino un papa che su questa erronea interpretazione del concetto di relatività ha fondato la sua condanna della modernità. Non bisogna essere fisici o matematici per capire che con la teoria della relatività Einstein non vuole dirci che tutto è relativo e che non ci sono dunque punti fermi assodati della conoscenza. Ci dice, più semplicemente, ma anche con maggiore complessità di pensiero, che una stessa realtà cambia a seconda dei punti di osservazione, e se l’osservatore sta fermo o si muove. Chiunque guardi un paesaggio dal finestrino di un treno può sperimentarlo. L’osservatore non è estraneo alla cosa che osserva, ma la muta osservandola. Senza approfondire quest’ultima affermazione, il che richiederebbe molte pagine, basti, per esempio, osservare che un quadro, che so, la Gioconda di Leonardo, nessuno la vede con gli occhi di Leonardo, ma ciascuno con il proprio bagaglio di sensibilità e di cultura. Nell’osservazione scientifica significa ancora un’altra cosa, ma non è il caso qui di farne cenno. Venendo al nostro assunto: quante più prospettive oserò assumere per guardare gli eventi della storia, tanto più mi avvicinerò ad afferrarne l’intricatissima complessità. Ogni visione parziale o, peggio, unica, deforma gli eventi, non li conosce per ciò che veramente furono (questo nessuno può raggiungerlo), ma nemmeno può però capirne l’intreccio, la particolare necessità di accadere come accadde. La denatalità dei soggetti dell’Impero Romano nei suoi ultimi secoli era dovuta, certo, a cause sociali, economiche, all’impoverimento non solo delle masse, ma della stessa borghesia produttrice, strangolata da un fisco esoso, per le continue guerre, e devastata da saccheggi e distruzioni. Ma c’era anche un fattore fisico. Le condutture d’acqua romane erano di piombo. E il piombo, ingerito, è un veleno, che provoca tra l’altro anche la sterilità. Un insieme di fattori, dunque, determina il crollo della parte occidentale dell’Impero: la denatalità, le invasioni barbariche, lo spezzettamento dei poteri, l’affermarsi di una religione che spinge all’accettazione degli eventi (il tempo combattivo, l’impeto coloniale delle Crociate è lontano). E tante altre cose. Studiando, poi, la storia delle altre parti del mondo, si capisce anche da che cosa erano mossi i popoli che invasero l’Impero. E non fu solo l’Impero Romano a entrare in crisi, ma anche il lontano Impero Cinese. Lontano sì, ma non irrelato. A Roma, a Costantinopoli, a Treviri arrivavano le sete cinesi. In Iran arrivavano anche i mercanti cinesi. E l’intrico Impero d’Oriente, d’Occidente – e più tardi Impero dei Romani (Ρομάιοι, Romaioi), quello che noi chiamiamo bizantino – i Parti, l’Iran, l’Oxiana, forma la storia di questi popoli, che studiati singolarmente offrono un quadro magari anche caratteristico, ma che non spiega le forze sotterranee, invincibili, dei loro movimenti economici, sociali, politici, culturali. Che un libro come questo, invece, ci aiuta a leggere con maggiore penetrazione e comprensione.

1Ecco il link, per scaricare la voce: http://www.eliohs.unifi.it/testi/700/voltaire/histoire.html

- 07/06/2024
TAGS: libri

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