Tutti – o almeno una gran folla esultante – a gongolare per la svolta – o l’apparente svolta – puristica dell’Accademia della Crusca. Come per tutti i nostalgici, verrà anche per loro l’ora della resa, il momento di arrendersi all’evidenza, e allora probabilmente sposteranno di qualche parola la battaglia e combatteranno per lo status quo antea di qualche postea linguistico. Inevitabile!  La nostra lingua non nasce, infatti, come lingua del popolo, bensì come lingua di letterati. Sta lì il suo peccato di origine. Mentre negli altri paesi è diventata lingua letteraria la lingua effettivamente parlata dalla maggioranza, almeno dalla maggioranza che aveva in mano l’amministrazione e l’economia del paese, da noi alla stessa maggioranza, frammentata in molte realtà differenziate, è stata imposta una lingua comune che non era la sua. Comincia a esserlo appena da questo secondo dopoguerra, da non più di 70 anni. Va sempre ricordato che al reclutamento della Prima Guerra nove soldati su dieci firmavano ancora con la croce. Di quel dieci per cento, a sua volta, solo un altro dieci per cento leggeva libri o sapeva scrivere una lettera (cfr. Tullio De Mauro, Storia linguistica dell’Italia unita, Laterza, 1974. Ma anche i più recenti Maurizio Dardano, La lingua della Nazione, Laterza,2011, e Vittorio Coletti, L’italiano scomparso. Grammatica della lingua che non c’è più, il Mulino, 2018; sempre indispensabile Rohlfs, Grammatica storica dell’italiano e dei suoi dialetti, Einaudi, 3 voll., 1969, ed. originale Historische Grammatik der Italienischen Sprache und ihrer Mundarten, Bern, 1954).

El Cid Campeador
El Cid Campeador

In Francia e in Spagna la lingua comune ha almeno 900 anni, e si è stabilizzata da 700 anni. Effetto di questo equivoco – credere che esista un’unica lingua per tutti gli italiani -, per esempio, è considerare dialetti quelle che sono in realtà altre lingue o altre parlate, rispetto alla lingua amministrativa e letteraria comune: l’italiano standard è un’invenzione degli scrittori o, se mai, dei linguisti ministeriali. Piace ai maestrini e ai professorini con la matitina rossa e blu perché  credono di avere regole di riferimento certe in base alle quali approvare o disapprovare gli elaborati degli studenti. Gli stessi che hanno inventato la “licenza poetica” quando un poeta o uno scrittore fanno uso di espressioni o costrutti insoliti o, più terra terra, che i maestrini e i professorini non conoscono: Da Ponte che scrive “il zucchero”, Leopardi “il zappator”, licenza poetica! ed è invece un uso dell’italiano parlato che ancora sopravvive in qualche luogo. Il fatto è che una lingua comune, per un paese unito, è necessaria. Da qui l’imposizione di una forma di comunicazione uguale per tutto il paese. Una convenzione, pertanto, e dai contorni sfumati.

Isaac Newton - Philosophiae Naturalis Principia Mathematica
Isaac Newton – Philosophiae Naturalis Principia Mathematica

Niente di tragico, sono esistite civiltà che usano una lingua per parlare e un’altra per scrivere – in tutto il Medio Evo, per esempio, la lingua della politica e della cultura è il latino, la lingua parlata sono i volgari sparsi per il continente. Nel campo scientifico il latino continua a essere la lingua della comunicazione fino al XVII secolo: Newton i suoi rivoluzionari Philosophiae Naturalis Principia Mathematica li scrive in latino (ma già scrive in inglese gli altri lavori scientifici). Quello che sta avvenendo, oggi, in Italia, al di là del giudizio che se ne voglia dare, è che finalmente la conformazione di una lingua non sta più in mano a letterati e burocrati, a legislatori inflessibili della lingua, ma al popolo che la parla, perché i parlanti del paese sono stati uniti dal cinema, dalla radio e dalla televisione e da qualche decennio anche dai social. Piaccia o no, è questa la lingua che prevarrà. E’ già accaduto, e da fenomeni simili nel passato dal latino sono nate le lingue volgari. Proprio per questo qualunque battaglia che voglia bloccarne lo sviluppo è perdente. Che significa l’italiano agli italiani, come sbandierano certi scalmanati patrioti linguistici? quale italiano? quali italiani? Per un lombardo, anche colto, sarà difficile liberarsi dal “piuttosto che”, anzi ormai n’è stato contagiato l’intero paese, peggio di un virus. Così per un siciliano sarà difficile non usare una sola forma di passato, il remoto, invece di due e nel nord del paese il passato unico è quello prossimo. Ancora sensibile alla differenza delle due forme di passato la Toscana e parte dell’Italia centrale. Ma sempre meno. Sta prevalendo, anche qui, il modello nordico. Insomma, a questo fenomeno ibrido, complesso, che è una lingua, si vogliono imporre regole rigide? Sarà un letto di Procuste. Molto più sensato sarebbe, invece, appunto, fare apprendere ai bambini fin dalle primarie non già un’immaginaria semplice lingua regolata da leggi certe, bensì tutta la complessità del fenomeno linguistico. Che non è solo la lingua standard, ma anche la lingua scritta dagli scrittori, parlata alla televisione, alla radio, al cinema, per le strade, facendone loro constatare, appunto, gli usi diversi. Facendo ascoltare le parlate regionali registrate dai film. E illustrando, commentando i fenomeni diversi nei diversi campi: abituarli, insomma, fin da bambini non all’uniformità artificiale di una lingua inesistente, bensì alla varietà inesauribile di una lingua viva. E non si creda che per i bambini possa essere una fatica. Anzi, è più facile comunicare la complessità, la varietà, l’imprevedibilità del reale, che obbligarli a inseguire una semplicità, una regolarità inesistenti. Come in musica, quando si crede che sia più semplice spiegare le forme, adattandole a un unico modello. Poi lo studente si trova davanti al fatto che il compositore non segue il modello e si disorienta. Un’eccezione, spiega il maestro. Come la licenza poetica. Ma quante eccezioni, quante licenze poetiche esistono? Non è più semplice informare l’allievo che esistono vari modi di realizzare una forma, che una forma non è né un modello né uno schema, ma un campo di azione, con limiti dentro i quali il musicista è libero?

Mozart
Mozart

Per esempio, la forma sonata: primo tema ritmico, maschile, secondo tema melodico, femminile (eh già, perché il maschio marcia, la femmina canta). Poi lo studente scopre che Mozart, Beethoven, Schubert attaccano sonate, quartetti, sinfonie con temi melodici, che Haydn addirittura abolisce il secondo tema e scrive tempi con un solo tema. Come giustifica il maestro? Eccezioni. O per paradosso Haydn, Mozart, Beethoven non sanno scrivere sonate, quartetti, sinfonie? Ma buttate alle ortiche gli schemi, scrittori e musicisti non ne hanno mai tenuto conto. Anche perché lo schema lo inventano di volta in volta mentre scrivono. Abituate gli allievi alla varietà, alla libertà, all’esperienza di letture, visioni, ascolti diversi. E lasciamo perdere fino a che punto resta italiana una lingua. L’inglese ha per il 30% circa parole di origine non germanica ma neolatina, e poi anche di altre lingue, non per questo cessa di essere una lingua del gruppo germanico, o di essere la lingua degli inglesi. Bisognerà pure distinguere il patriottismo dallo sciovinismo, l’amore per la lingua, dall’incapricciamento per un tipo unico di lingua. Che per di più, lo si voglia o no, è una lingua immaginaria.

Racconto un aneddoto. Da ragazzo quasi tutte le estati le passavo volentieri in Val d’Aosta, irresistibilmente attratto dai 4000 che solo lì si trovano. Allora i turisti erano per la maggioranza piemontesi e tra questi in maggioranza i torinesi. Diventai amico di un simpatico sacerdote dell’ordine dei Marianisti, assai attento all’educazione dei giovani, dunque, e soprattutto all’educazione linguistica. Ci eravamo conosciuti durante una gita verso non ricordo quale cima. Io ero solo, lui guidava un gruppo di giovani studenti. Ci univa la passione per la montagna. Erano gli anni della grande emigrazione di meridionali nel Nord, soprattutto a Torino e a Milano. I genitori torinesi degli allievi del sacerdote – un torinese purosangue da generazioni – si lamentavano spesso con lui per come parlavano male i meridionali, temevano che avrebbero guastato la lingua dei loro figli. Il sacerdote rispondeva loro scherzoso: “Davvero, neh? A mio marito zi piaze tanto il pessie ma manzia però anche il persiutto”. E così li zittiva. Mi è sempre sembrata una risposta geniale, perché ai fumi del pregiudizio e dell’ideologia contrapponeva il confronto con la realtà. Che non è mai una realtà univoca.

Ma devo fare una precisazione, a evitare equivoci. Quando parlo di una consapevolezza linguistica che andrebbe instillata nei bambini e poi negli studenti dei gradi superiori, fino all’università, intendo dire che bisogna educare bambini e giovani alla vastità e alla varietà del campo linguistico, non ultimo accostandoli subito anche all’apprendimento di una lingua diversa dall’italiano: più lingue si sanno, più si acquista consapevolezza linguistica anche della propria lingua. Come? Attraverso la lettura di giornali e di libri e l’abitudine all’ascolto. Introdurli, insomma, ai diversi campi e usi di una lingua. Di modo che anche le novità linguistiche, sia interne sia da altre lingue, rispetto alla lingua parlata dai genitori, i ragazzi le assumano prendendo atto della loro eventuale efficacia o inefficacia. Si tenga poi presente che nelle nostre scuole ormai accorrono anche studenti di altri paesi, per i quali l’italiano è una lingua nuova. Sarebbe un errore educarli, fin dall’inizio, al modello di una lingua immaginaria, invece che alla lingua reale, parlata da tutti. Si acuirebbe in loro il senso del divario tra la ligua della scuola e la lingua che parlano con i compagni italiani. Ma, per la rabbia di tutti questi intolleranti puristi, che rivendicano una purezza italiana della lingua degli italiani, e che protestano perché la lingua viva parlata oggi dai giovani, così fitta di talora improvvisati e perfino goffi anglicismi, non sarebbe la lingua degli italiani, ma un ibrido inqualificabile, per l’indignazione di costoro affermo che questa lingua parlata dai giovani non è una lingua né brutta né bella, ma solo la lingua che c’è, che parlano i giovani, e che può diventare anche bellissima, intensamente espressiva, se usata consapevolmente. Che in francese e in spagnolo computer sia detto, rispettivamente, ordinateur e ordenador, non è un’imposizione dall’alto, ma un uso che si è stabilito a poco a poco, da parte dei parlanti, confermando un uso ch’era partito da subito. Ma quest’uso si è stabilito perché i parlanti francese e spagnolo (e catalano o galiziano) hanno alle spalle almeno 900 anni di lingua comune parlata. Noi, sulla carta, poco più di un secolo e mezzo, di fatto solo questi ultimi 70 anni. Lo dimostra il fatto che anche noi italiani avevamo la nostra parola per computer, calcolatore, ma ha vinto computer, come in Germania. In germania stessa altre parole hanno avuto esito diverso. I tedeschi per esempio non hanno la parola televisione: dicono Fernsehen, il vedere lontano. E non ci fanno commenti. Noi italiani, ci stracceremo le vesti perché non diciamo calcolatore, ma diciamo computer? E sia! Quando ce le saremo stracciate, resteremo nudi, ma gli italiani continueranno a dire computer e non calcolatore. Il dibattito ha assunto ridicoli aspetti di orgoglio nazionalistico, com’era prevedibile, sulle bacheche di Facebook. Chiudo, allora, con l’osservazione di una commentatrice, stizzita dai lagni dei puristi: “I puristi e i grammar-nazi sono le versione linguistica del conservatorismo e della destra estrema. Tutto cambia (e non degenera), facciamocene una ragione”. L’espressione grammar-nazi gliela rubo: fantastica. E aggiungo: nessun provvedimento disciplinare che caschi dall’alto cambierà la situazione. Una lingua non può essere regolata da ordinamenti disciplinari così come si amministrerebbe la vita scolastica di un istituto.

In margine: nemmeno l’Accademia della Crusca è un tribunale infallibile. Di sciocchezze, nella sua lunga storia, ne ha dette tante. Soprattutto nei secoli passati. Accanto a indagini fruttuose e indispensabili. E talora, quando le è stato chiesto d’intervenire in questioni, per esempio di ortografia, che avrebbero accresciuto la corrispondenza tra parola scritta e parola detta, si è tirata indietro. Tedeschi e greci hanno modificato le regole ortografiche, e con successo. Semplificando e rendendo più perspicua la scrittura. D’Annunzio aveva proposto che per l’italiano si adottasse un sistema di segnalazione grafica dell’accento simile a quello spagnolo. Intanto, segnando l’accento su tutte le parole sdrucciole. E sulle sillabe finali, anche se non finiscono in vocale. Si sarebbe ottenuto che gli italiani collocassero con maggiore pertinenza gli accenti. Le parole piane non hanno accento, e dunque nessuno avrebbe detto rùbrica, per rubrìca, perché appunto non si sarebbe visto l’accento sulla u, e si sarebbe capito che la parola non è sdrucciola. La città tedesca di Tréviri, che molti, anche professori universitari (sentiti con le mie orecchie), dicono Trevìri, tutti l’avrebbero accentata correttamente Tréviri, perché avrebbero visto l’accento. I paesi scandinàvi sarebbero restati scandinàvi, perché la i è senza accento e dunque non si dice scandìnavi. E così via. Perciò, attenti. La Crusca non è un tribunale di certezze. Ma solo una guida. Certezza è invece che qualunque battaglia di pulizia etnica, anche linguistica, è sbagliata.

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Dino Villatico
Sono nato a Roma nel 1941, il 28 aprile. Infuriava la guerra. Dagli 8 ai 15 anni ho frequentato le scuole argentine (elementari e Colegio Nacional, il nostro liceo) a Bahía Blanca, Provincia di Buenos Aires. L’apprendimento di un’altra lingua, lo spagnolo, mi aprì la mente all’esperienza di pensare in molte lingue. Devo a questa iniziazione l’attuale familiarità, più o meno stretta, con lo spagnolo, il francese, l’inglese, il tedesco, il greco, antico e moderno, il latino. In Italia ho frequentato il liceo classico e poi l’Università. L’Università di Roma, allora, era una fucina di idee e di sperimentalismo. Conobbi Federico Chabod, Nino Perrotta, Natalino Sapegno, Nino Borsellino, Aurelio Roncaglia, Bruno Migliorini, Ettore Paratore, Ugo Spirito, Gustavo Vinay, Alberto Asor Rosa. Mi laureai con Sapegno redigendo una tesi su un poligrafo fiorentino del ‘500, Antonfrancesco Doni, ma relatore fu Nino Borsellino, che restò poi un caro amico, e correlatore fu Asor Rosa. Perfezionavo intanto i miei studi di pianoforte con Vera Gobbi-Belcredi. Ho insegnato materie letterarie nel Ginnasio (greco, latino, storia e geografia, italiano) e in seguito italiano e latino al liceo: le due lingue classiche restano, comunque, capisaldi del mio rapporto con il mondo, l’occhio di Omero, di Sofocle, Euripide, Platone, Aristotele, Lucrezio, Virgilio, Catullo, Tacito, Marcellino, e tra gli scrittori cristiani di Origene, di Gregorio Nazianzeno e Gregorio di Nissa, di Agostino, Tommaso, Duns Scoto, è un occhio per me insostituibile e ineliminabile. “Punti di riferimento”, poeti e scrittori come Shakespeare, Cervantes, Calderón, Góngora, Baudelaire, Goethe, Rilke, Benn, Eliot. Ho collaborato con la Repubblica in qualità di critico musicale e dal 1980 divenni docente di storia della musica nei conservatori: dapprima ad Avellino, poi a Firenze, infine a Venezia. Ho scritto qualche racconto che è stato pubblicato su varie riviste, tra cui Nuovi Argomenti, e testi teatrali, di cui alcuni rappresentati con successo a Roma, ad Asti, a Bari, a Bologna, a Viterbo, a Venezia. Continuo a scrivere critica musicale e altri scritti di vario genere. Latino e greco non sono per me lingue morte, ma le lingue vive dei miei padri. Chiudo, perciò, questo breve promemoria con una citazione oraziana: Immortalia ne speres, monet annus et almum quae rapit hora diem.

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