Molti a protestare, su Facebook, sulla bacheca di radio3, perché a radio3 si fa troppa “musica brutta”.  Ma quale sarebbe, poi, questa musica classica – già, perché continuano a chiamarla così – “brutta”? Quella composta dopo il 1950? O il jazz? O quella di altre culture? Intanto una precisazione: classica è solo la musica del tardo settecento e del primo ottocento, per intenderci Haydn, Mozart, Beethoven e Cherubini. L’altra è musica e basta. O denotata dal periodo, dallo stile (rinascimentale, barocca, fiamminga, ecc.). Semmai potremmo chiamarla “d’arte” o “colta”, ma non sono nemmeno queste connotazioni pertinenti. Ormai “classica” è tutta la musica che “non è classica”, che è “leggera” (come se la “classica” fosse “pesante”), jazz, pop e così via. Andiamo avanti. Chiedo: la mente di costoro che protestano non è curiosa di conoscere ciò che non conosce ancora? Vuole solo la conferma di ciò che è stato confermato dal suo gusto? Evidentemente è il gusto nostalgico di un tempo che non c’è più. Stesse a me, allora, mi divertirei sadicamente a “punirli” e sapete che cosa farei? Per un po’, lascerei perdere tutta la musica composta tra il 1700 e il 1899 (e badate che in mezzo a questa musica ci sono amori a cui non rinuncio: Bach, Handel, Haydn, Mozart, Beethoven, Schubert, Rossini, Chopin, Schumann, Brahms, Verdi, Wagner, Čajkovskij, Musorgskij) e trasmetterei invece tanta musica composta dal 1100 al 1650, la polifonia di Nôtre Dame, l’Ars Nova, i compositori franco-fiamminghi, rinascimentali, la musica del primo barocco e tutto il novecento e oltre, e ancora la musica araba, persiana, indiana, cinese, chissà che non scopriamo nuove bellezze. Aperto l’orizzonte, tornerei di nuovo a includere anche settecento e ottocento. Ma mi parrebbe strano che non ci si commuovesse ad ascoltare un mottetto di Ockeghem, un madrigale di Cipriano de Rore, una toccata di Frescobaldi, le bagatelle di Webern, una sinfonia di Šostakovič, il quartetto Fragmente-Stille an Diotima di Luigi Nono, Pli selon pli di Boulez.

Ci si accorgerebbe anzi che il pensiero musicale europeo conosce una continuità pazzesca, che va da Perotinus a Stockhausen, a Rihm. Ma risale ancora più indietro, all’anonimo creatore del Veni Creator Spiritus gregoriano, per esempio, e degli inni acatisti della Chiesa Ortodossa greca. E poi esistono i canti persiani, la musica indiana, cinese, giapponese, tibetana. Insomma: perché si vuole restringere la ricchezza del mondo musicale del mondo nello spazio ridotto di un solo continente e di due secoli? Sarebbe come, nella letteratura, leggere solo Manzoni, Leopardi, Carducci e Verga, e proibirsi di leggere l’Iliade, Dante, Petrarca, Montaigne, il Mahabharata, la grandissima poesia cinese del periodo T’ang. Ma non sarà poi, appunto, che la musica che costoro chiamano “brutta” è quella che altri chiamano, invece, “contemporanea” anche se magari è del 1910? O volete che la musica finisca con il XIX secolo? Per me, anzi, sappiate, di musica di oggi alla radio se ne fa perfino troppo poca.

La radio, infatti, non è solo uno strumento di divertimento, un sottofondo che riempia il silenzio della giornata, ma anche una fonte d’informazione, ed essere informato su che musica si compone oggi, e non solo in Italia, non sarebbe dunque il compito di una radio, e per di più di una radio nazionale? Ci è arrivata, ormai, perfino la televisione, Rumori del Novecento, RAI3, è un programma che dedica una mezz’ora alla musica del novecento. La radio dovrebbe fare addirittura di più. Anni fa faceva di più. Trasmetteva, per esempio, dai teatri d’Italia e d’Europa,  le prime anche delle opere contemporanee: Intolleranza60 di Nono, da Venezia, Al gran sole carico d’amore, sempre di Nono, da Milano. E Berio, Stockhausen, ecc. ecc. Stavo con l’orecchio incollato all’apparecchio. Ero ragazzo, e mi esaltavo ad ascoltare. Insomma, inguaribili nostalgici di un mondo che non c’è più, aggiornatevi! Siamo arrivati al 2021. Qualcuno vorrebbe, forse, che ci fossimo fermati al 1899? Oppure supponete che la musica “bella”, la musica “musica”, sia solo quella che accarezza le orecchie e consola i cuori? Mi chiedo, però che tipo di carezza sia quella della Grande Fuga op. 133 di Beethoven o della sonata in si bemolle minore di Chopin. Che consolazione la Winterreise di Schubert. Perché se queste musiche vi paiono carezzevoli e consolatrici, allora, scusatemi, ma non le avete capite. La sonata di Chopin è consolante quanto il Canto notturno di un pastiore errante dell’Asia di Leopardi. E la fuga beethoveniana carezzevole quanto la più ardua prosa di un libro di Hegel. Oppure appartenete a quella categoria di fruitori – eh già, perché l’arte la si fruisce, la si gode, guai a capirla, a recepirne le inquietudini, le interrogazioni senza risposta –  siete, vi chiedo, di quelli che davanti a un quadro astratto o addirittura informale o, non sia mai, materico, come Burri, o davanti a un’installazione, esclamate: ma questa non è arte! E arricciate il naso? Ripeto: se non ve ne siete accorti, siamo nel 2021!

In margine, vorrei notare che questa insofferenza per la molteplicità delle musiche ha un lato inquietante. Com’è sempre inquietante l’insofferenza per la diversità, anche per la diversità del gusto. L’autoritarismo e perfino il fascismo hanno in questa insofferenza un fecondo terreno di cultura. ll fascismo come movimento politico nasce, infatti, anche da atteggiamenti culturali precisi, tra i quali l’intolleranza per il dissenso, per chi non condivide, per chi pensa diversamente, per chi ha gusti diversi. Non è la sola causa. Ma è un terreno fertile perché dal piano culturale si passi a quello politico. E in Italia vedo crescere spropositatamente questa insofferenza. Questo fastidio per chi non ama le cose che ami tu ma ama anche altre cose. Questo storcere il naso se in Francia, in Inghiterra, in qualunque paese qualcosa funziona meglio che da noi. “Ma no, non è vero: là si fa anche di peggio”, si obietta in genere. “Noi siamo meglio”. Ebbene non è così. I confronti mostrano il buono e il cattivo di tutti. Rifiutarli significa addormentare la capacità critica, offuscare la consapevolezza di sé stessi, ingannarsi, credersi ciò che non si è. E questa è proprio la via giusta per una società omologata, autoritaria, in una parola:  una società fascista. E temo che oggi, in Italia, siamo sulla strada buona per diventarlo.

Fiano Romano, 2 aprile 2021

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Dino Villatico
Sono nato a Roma nel 1941, il 28 aprile. Infuriava la guerra. Dagli 8 ai 15 anni ho frequentato le scuole argentine (elementari e Colegio Nacional, il nostro liceo) a Bahía Blanca, Provincia di Buenos Aires. L’apprendimento di un’altra lingua, lo spagnolo, mi aprì la mente all’esperienza di pensare in molte lingue. Devo a questa iniziazione l’attuale familiarità, più o meno stretta, con lo spagnolo, il francese, l’inglese, il tedesco, il greco, antico e moderno, il latino. In Italia ho frequentato il liceo classico e poi l’Università. L’Università di Roma, allora, era una fucina di idee e di sperimentalismo. Conobbi Federico Chabod, Nino Perrotta, Natalino Sapegno, Nino Borsellino, Aurelio Roncaglia, Bruno Migliorini, Ettore Paratore, Ugo Spirito, Gustavo Vinay, Alberto Asor Rosa. Mi laureai con Sapegno redigendo una tesi su un poligrafo fiorentino del ‘500, Antonfrancesco Doni, ma relatore fu Nino Borsellino, che restò poi un caro amico, e correlatore fu Asor Rosa. Perfezionavo intanto i miei studi di pianoforte con Vera Gobbi-Belcredi. Ho insegnato materie letterarie nel Ginnasio (greco, latino, storia e geografia, italiano) e in seguito italiano e latino al liceo: le due lingue classiche restano, comunque, capisaldi del mio rapporto con il mondo, l’occhio di Omero, di Sofocle, Euripide, Platone, Aristotele, Lucrezio, Virgilio, Catullo, Tacito, Marcellino, e tra gli scrittori cristiani di Origene, di Gregorio Nazianzeno e Gregorio di Nissa, di Agostino, Tommaso, Duns Scoto, è un occhio per me insostituibile e ineliminabile. “Punti di riferimento”, poeti e scrittori come Shakespeare, Cervantes, Calderón, Góngora, Baudelaire, Goethe, Rilke, Benn, Eliot. Ho collaborato con la Repubblica in qualità di critico musicale e dal 1980 divenni docente di storia della musica nei conservatori: dapprima ad Avellino, poi a Firenze, infine a Venezia. Ho scritto qualche racconto che è stato pubblicato su varie riviste, tra cui Nuovi Argomenti, e testi teatrali, di cui alcuni rappresentati con successo a Roma, ad Asti, a Bari, a Bologna, a Viterbo, a Venezia. Continuo a scrivere critica musicale e altri scritti di vario genere. Latino e greco non sono per me lingue morte, ma le lingue vive dei miei padri. Chiudo, perciò, questo breve promemoria con una citazione oraziana: Immortalia ne speres, monet annus et almum quae rapit hora diem.

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