“La sottile linea rossa”: l’interiorità spirituale della guerra

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Vent’anni fa Terrence Malick ha diretto uno dei war movie più anticonvenzionali e intimi della storia del cinema. In occasione dell’avvicinarsi dell’anniversario dell’uscita nelle sale cinematografiche, (ri)scopriamo questa immensa opera filmica.

Seconda Guerra Mondiale, 1942: a un reparto di fucilieri del Corpo dei Marines di stanza nel Pacifico viene assegnata una delicata missione: assaltare un campo di aviazione posto su una collina sull’isola di Guadalcanal. A capo dei soldati vi è il Capitano Staros (Elias Koteas), a sua volta sotto il comando del Colonnello Tall (Nick Nolte). Durante la complessa e difficile operazione, all’interno del reparto si consumano le vicende umane e intime di ogni singolo combattente, in particolare quella del soldato Witt (Jim Caviezel) che diserta, si unisce a un gruppo di indigeni locali e, infine, ritorna dai suoi commilitoni sacrificandosi nella battaglia.

Da sempre allergico verso il mondo hollywoodiano e insofferente alla luce dei riflettori, riservato, maniacale e quasi ascetico Terrence Malick, regista classe ’43 che con una decina di opere è stato capace di consacrarsi come tra i più apprezzati autori del panorama cinematografico mondiale, nel 1998 cala le sue riflessioni esistenziali e filosofiche in un genere filmico (spesso non visto di buon occhio e ritenuto controverso) come quello del war movie: il risultato è La sottile linea rossa (The Thin Red Line). Tratto dall’omonimo romanzo scritto dal reduce James Jones La sottile linea rossa è ed ancora oggi rimane uno dei film di guerra più anticonvenzionali mai realizzati. Nonostante l’anno di uscita (almeno nelle sale cinematografiche statunitensi) combaci con quello di Salvate il soldato Ryan, altro, grande war movie spielberghiano, il terzo lungometraggio del regista di La rabbia giovane e I giorni del cielo è sì coevo ma – totalmente – diverso: se Spielberg ha portato sul grande schermo il conflitto bellico nudo e crudo visto come annichilente macelleria a cielo aperto Malick, invece, se ne discosta. Salvate il soldato Ryan è – ciononostante la sua complessità e valenza sia scenotecnica sia attoriale – un film di guerra iperrealista mentre La sottile linea rossa è un film sulla guerra.

Ed è proprio in questa differenziazione, apparentemente irrisoria, che si verifica la scissione in un genere e su un genere, ottenendo così il war movie pre Malick e post Malick. Salvate il soldato Ryan corre verso la necessità di mostrare il conflitto senza censure, come azione totalmente distruttiva e mortale, con i soldati smembrati, sviscerati e ridotti a brandelli di carne, dei not heroes (m)andati incontro al più folle macello al contrario La sottile linea rossa si muove su strade diverse, più intime e profonde in modo tale da sondare quella che è l’interiorità spirituale della guerra: anche qui, come nel lungometraggio di Spielberg, Malick non plasma eroi di alcun tipo ma, piuttosto, dà vita a dei comuni uomini chiamati al dovere, doppiamente tormentati e dal conflitto e dalla propria vita personale, confusi, provati fisicamente e psicologicamente, smarriti, lontani migliaia di miglia da quel posto piacevole, amato e sicuro chiamato casa. Niente eroi, quindi, né tantomeno uomini in cerca di gloria o meriti bensì esseri umani che tentano la fuga ir(realizzabile) da qualsivoglia atrocità vista, vissuta e commessa. Uomini che ritrovano quella parvenza di umanità perduta nella natura, in quel verde grembo della madre originaria sempre pronta ad accogliere i suoi figli e concedergli la possibilità di ri(tornare) a quello stato ancestrale e semifetale epurato e ancora lontano da ogni tipo di orrore possibile e realizzabile. La sottile linea rossa, infatti, gioca la sua stessa esistenza filmica su questo netto contrasto tra umanità e natura, tra perdita dell’innocenza e purezza di un luogo.

Tra cripticismo, onirismo e introspezione psico-esistenziale Terrence Malick dà voce e fiato al suo grido di protesta contro le assurdità belliche, verso quell’azione distruttrice che non fa sconti a niente e nessuno ed è per quest’ultimo motivo, per questa incapacità di non poter preservare alcun essere vivente che La sottile linea rossa espleta la disperazione dell’uomo e del combattente mediante le cariche e gli assalti che assurgono a ruolo di metafora di un’impossibilità di fuga dal destino e dall’intrisa, cieca follia recondita di un’umanità sempre più vittima di se stessa e fomentatrice di assurde e distruttive azioni come quella della guerra stessa.

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