L’ “inferno” degli angeli secondo Friedkin: “Vivere e morire a Los Angeles”

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Dopo che il suo anziano collega viene ferocemente assassinato a sangue freddo, l’agente dei servizi segreti Richard Chance (William L. Petersen) ingaggia una personalissima e privata lotta nei confronti di Eric Masters (Willem Dafoe), un falsario di cartamoneta colpevole dell’omicidio. Affiancato dall’esitante nuovo partner John Vukovich (John Pankow) Chance non esita a ricorrere a metodi poco ortodossi pur di raggiungere il suo obiettivo e, così, fare giustizia. In un crescendo di tensione e colpi di scena, Chance e Masters si troveranno finalmente faccia a faccia, in una inevitabile e risolutiva resa dei conti.

Basato su un romanzo dell’ex agente del secret service statunitense Gerald Petievich, Vivere e morire a Los Angeles (To Live and Die in L.A., 1985) è una pietra miliare della storia del cinema. A trent’anni dall’uscita nelle sale cinematografiche americane, ancora oggi l’undicesimo lungometraggio di William Friedkin rimane una ineguagliabile e solida opera nella sua carriera. Un film che, insieme a Il braccio violento della legge (The French Connection, 1971, sempre di Friedkin), ha rivoluzionato completamente i tòpoi del poliziesco. Ambientato in una Los Angeles privata ed epurata di ogni aspetto glamour e pop la città degli angeli diventa – secondo la visione di Friedkin – un luogo oscuro (e la fotografia di Robby Müller rende il tutto splendidamente crepuscolare) segnato, appunto, dalla vita e dalla morte che si consumano in essa. Sorta di “inferno” in terra, la città diventa terreno di caccia e scontro tra Chance e Masters. Non ci sono limiti, non ci sono regole da seguire quando la parola vendetta sostituisce la parola giustizia. Privato dal supporto di chi, insieme a lui, dovrebbe tutelare la legalità e contrastare la criminalità, Chance non può far altro che andare contro il suo stesso sistema di appartenenza. Spalleggiato esclusivamente dal sempre titubante “gemello” Vukovich, Chance si butta a capofitto sulle tracce di Masters cercando in tutti i modi di incastrarlo, facendo uso di mezzi non proprio leciti: ricatta una informatrice uscita dal carcere sulla parola, rapisce e rapina insieme a Vukovich un presunto trafficante di banconote per attirare allo scoperto Masters, non sapendo che l’uomo preso in “ostaggio” altri non è che un agente federale sottocopertura. Addirittura ne causa (in)direttamente la morte per mano di alcuni criminali che lo pedinavano. Sono queste le caratteristiche, gli aspetti unici che rendono Vivere e morire a Los Angeles uno dei thriller metropolitani più memorabili, brutali e violenti (insieme a Strade violente, 1981 e Manhunter – Frammenti di un omicidio, 1986, di Michael Mann) degli anni ’80, ritmato dalle note dei Wang Chung (loro è la soundtrack) e che vanta due sequenze da antologia (il processo di falsificazione dei dollari e l’incredibile e adrenalinico inseguimento – o meglio fuga – nel senso contrario di marcia su una delle tante highway losangeline). A rendere ancor più avvincente il tutto ci pensa il perfetto cast in cui si contendono la scena “l’esplosivo” Petersen (scoperto proprio da Mann con il quale lavorerà nuovamente l’anno successivo e che, a distanza di quasi vent’anni, diventerà il volto storico della serie Csi: Scena del crimine) e il diabolico Dafoe. Non sono di meno John Pankow, capace di trasmettere il senso di “sofferenza” attraverso le espressioni del volto e John Turturro al suo primo ruolo di rilievo.

Attraversato da un pessimismo che sfiora il nichilismo assoluto e da un nero cinismo (in parte autobiografico), con un ricorso ad un simbolismo costante (il fuoco come “purificazione” e – allo stesso tempo – simbolo di vita e morte), il lavoro di Friedkin si dimostra essere un’attenta analisi che – allo stesso istante – assume due forme distinte e separate: da una parte si tratta di una riflessione del rapporto bene-male/giustizia-criminalità e di cosa potrebbe succedere quando la precaria linea di mezzo tra legge e illegalità si spezza e i ruoli si invertono (Chance sprofonda sempre più dall’altro “lato” della barricata, facendo letteralmente terra bruciata e non rispettando i suoi limiti legali da agente federale). Dall’altra parte si dimostra riflessione sul cinema stesso e sulle sue nuove forme raggiunte (non dimentichiamo che Friedkin appartiene alla generazione della New Hollywood, la quale ha visto il suo periodo d’oro tra fine anni ’60 e inizio anni ’70 e vivendo il proprio declino con l’affermazione del cinema blockbuster tra la fine dei ’70 e l’inizio degli ’80).

Vivere e morire a Los Angeles è il lavoro di un grande regista che risponde alla perfezione agli stilemi dell’action ed a quelli dell’estetica della violenza (di peckinpahiana memoria), segni distintivi di quel momento. Un film eccezionale ed impeccabile, che non perde mai di ritmo e tensione, riuscendo ad “ipnotizzare” lo spettatore fino al dostoevskijano finale che colpisce di sorpresa come un pugno nello stomaco. Una imperdibile opera da vedere per chi ancora non l’avesse fatto e da rivedere per chi lo ha apprezzato e ne riconosce i giustissimi meriti. Chapeau a Friedkin, chapeau ad un grande classico contemporaneo della mitica decade degli anni ’80.

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