“Joy”: una donna contro tutti

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Joy (Jennifer Lawrence) è una ragazza piena di inventiva ma con una vita complicata: divorziata con due figli, lavora come impiegata per l’ufficio reclami di una compagnia aerea. Vive con la madre Terry (Virginia Madsen) che trascorre la sua vita da otto anni rinchiusa in camera sua, a guardare di continuo soap opera dopo il divorzio dal marito Rudy (Robert De Niro), uomo difficile e donnaiolo. Come se non bastasse, in casa c’è anche l’ex marito di Joy, Tony (Édgar Ramirez), cantante fallito che, per il bene dei figli e dell’ex moglie, vive nello scantinato per essere sempre vicino alla sua famiglia. Sostenuta esclusivamente dalla nonna Mimi (Diane Ladd) che la incoraggia di continuo, una notte Joy ha un’illuminazione: creare un utile strumento per la pulizia della casa. Ciò che sembra un progetto irrealizzabile, ben presto diventa realtà, grazie all’apporto economico della nuova compagna di suo padre, Trudy (Isabella Rossellini). Ma la scalata verso il successo è costellata da fallimenti, doppi giochi, frodi economiche, ostacoli e dalla spietata concorrenza.

A distanza di due anni da American Hustle – L’apparenza inganna (American Hustle, 2013) torna David O. Russell, geniale regista che, negli anni, è riuscito a ridare smalto alla commedia americana. Riunito in parte il cast (Lawrence, Cooper, De Niro presenti anche in American Hustle) dell’altro suo grande successo Il lato positivo – Silver Linings Playbook (Silver Linings Playbook, 2012), Russell porta sul grande schermo Joy (id., 2015), biopic sulla storia vera di Joy Mangano, inventrice (e ora potente donna d’affari) americana che, negli anni Novanta, inventa e brevetta il Miracle Mop, un mocio strizzante con cui pulire i pavimenti. Rispetto alla realtà, il regista newyorkese si concede qualche licenza e, con tono romanzato alternato tra dramma e commedia, affronta il lungo cammino di Joy verso l’affermazione economica e la scalata al successo. Attraverso manierismi di regia (già apprezzati nelle opere precedenti) e tecniche più classiche (come l’utilizzo ricorrente del piano sequenza negli interni, i primi piani e la macchina da presa che segue i personaggi), Joy presenta fin da subito la bizzarra galleria di personaggi russelliani: un padre assolutista e oppressivo, una madre videolobotomizzata dalla televisione perché incapace di superare il divorzio, una sorellastra perennemente in concorrenza, tutto sullo sfondo di un America fredda e di provincia, resa ancor più tale dalle inquadrature degli esterni virate sui toni del blu.

È un ritratto di famiglia quello che sta al centro di Joy, una rappresentazione corale di fallimenti e successi in cui, l’unico collante che tiene in piedi la disastrata unione famigliare, è incarnato proprio da Joy, una donna contro tutti, determinata, anticonformista e che non si scoraggia facilmente, anche quando sono molte le porte chiuse in faccia, e che non rinuncia ad arrivare in alto, a costo di andare incontro alla sua stessa autodistruzione. Con toni pacati che non raggiungono mai i livelli delle risse verbali di Il lato positivo, Joy si pone come obiettivo principale di sbolognare e far conoscere l’errata mentalità affarista, commerciale e capitalista legata alla figura (quasi) mitologica dell’uomo d’affari. Non è un caso, quindi, che l’azione del film sia spostata negli anni Settanta, decade in cui difficilmente si poteva immaginare l’affermazione e il successo di una donna nell’ambito del commercio.

Ma ciò che più colpisce, al di fuori dell’autobiografismo, è la spietata riflessione critica sul mondo mediatico e televisivo, in cui vince solo il più forte – o meglio – chi riesce a vendere grazie all’oratoria. Dopo una prima parte lenta, necessaria ma un po’ pretestuosa per il dipanarsi della vicenda, il film di Russell dà il meglio di sé nella seconda parte, decisamente più vivace, in cui vengono messi in mostra i retroscena ed i sotterfugi del mondo del telemarketing, perfettamente rappresentati dal personaggio di Neil Walker (Bradley Cooper), imprenditore del canale QVC.

Sorretto da un cast azzeccato nonostante le interpretazioni – sotto le righe ma asciutte e funzionali alla trama – di Jennifer Lawrence, Bradley Cooper e Robert De Niro, Joy, privo di quell’humour brillante e graffiante presente in American Hustle, si attesta più vicino a The Fighter (id. 2010) in quanto mostra, ancora una volta, come da una situazione di pessimismo e una condizione di eterni losers, di perdenti si possa davvero raggiungere la vetta e conseguire i propri obiettivi, seguendo la giusta strada con determinazione e intraprendenza.

Film dolceamaro epurato da personaggi “folli” e irresistibili come quelli di Il lato positivo, Joy è un invito a non smettere mai di sognare, a non arrendersi nonostante tutte le difficoltà possibili e immaginabili perché, se si crede veramente in ciò che si fa, si vedrà per davvero «[…] spuntare il sole tra le nuvole».

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