Fa un caldo insopportabile, africano per davvero, perché è dai deserti dell’Africa che arriva e ad ogni assalto assume un nome diverso, quello che ritiene più adatto a farci capire le sue terribili intenzioni: Annibale, Caronte, Minosse. C’è un ufficio dell’anagrafe apposta per i fenomeni meteorologici. È un caldo che non passa dai centri di detenzione temporanea, arriva ovunque e vuole invaderci con le sue armate roventi, arrostirci con l’alito dei suoi elefanti di fuoco, condurci all’inferno navigando su fiumi di lava e infine giudicarci uno ad uno, in base ai nostri peccati.

Guardo le rovine della villa dei Quintili che ancora resistono sulla collina totalmente inaridita. Ora capisco che a distruggerla non sono stati i barbari, né i soldati di Commodo: l’ha bruciata il caldo, dopo che la neve ne aveva fatto crollare i tetti soltanto pochi mesi prima.

L’umidità disegna miraggi danzanti sull’asfalto che si sciolgono e si fondono insieme, mescolando luci abbaglianti e ombre tenebrose, man mano che si procede verso una qualsiasi meta. In fondo alla strada mi sembra di vedere una danzatrice del ventre, all’altezza dell’edicola di fronte alla “boutique della frutta”, uno dei chioschi più cari dell’emisfero occidentale, dove un melone giallo può arrivare ad essere quotato in borsa e un chilo di ciliegie scambiato alla pari con una partita di diamanti ed esportato illegalmente a Montecarlo. Un po’ eccessivo per essere a poche centinaia di metri dal Quadraro, una delle zone di Roma più popolari, grazie a Dio. È gestito da tre egiziani molto simpatici e cordiali, che forse credono di essere ai Parioli. Sarà il caldo.

Dopo qualche passo capisco che non c’è alcuna danzatrice del ventre. Si tratta di una signora sulla quarantina, vestita di diversi pareo da mare, pronta a portare lontano da quell’insopportabile calore un ragazzino sui nove anni, biondissimo e antipatico come solo i bambini antipatici di quell’età sanno essere, armato di pinne, maschera e cattiveria. Ostia, Torvaianica o Fregene? Mi sembra più tipa da Torvaianica: infatti, il bambino continua a sbattere le pinne sullo sportello di una Yaris nuova in sosta, che per sua fortuna non è la mia, e lei niente, non una parola di rimprovero.

Uno dei tre egiziani, quello più giovane, gli dice: “Bambino, così rovini lo sportello della macchina”, e subito la mamma gli risponde: “Ma no, è di gomma, cosa vuoi che gli faccia?” Gli altri due, più anziani, si guardano alzando gli occhi al cielo e scuotendo la testa, in cerca di conforto. Dicono qualcosa sottovoce e poi ridono. Sì, sono cari, ma simpatici. Il proprietario dell’auto non è nei paraggi. Peccato, altrimenti poteva spiegarglielo lui cosa può fare una pinna usata in modo improprio.

Il bambino ha fame: lo comunica all’esterno con la perentorietà di chi è abituato ad essere soddisfatto all’istante. La signora afferra un casco di banane, ne stacca tre, le pesa sulla bilancia elettronica, tira fuori lo scontrino adesivo e lo attacca su un sacchetto di plastica trasparente, poi sceglie una delle banane, comincia a sbucciarla, separa con delicatezza i tre carpelli, divide il frutto in due pezzi e ne porge uno al bambino, che lo afferra con la sinistra, lo porta alla bocca e lo divora spingendolo verso la gola col palmo della mano, come un tritatutto, mentre con la destra pretende che gli sia consegnato anche l’altro pezzo, piegando rapidamente due dita verso il palmo. Quanto buon potassio sprecato…

La signora ubbidisce subito, ma prima stacca il pezzetto finale, quello vicino alla punta scura, residuo dell’infiorescenza, lo trattiene nella mano sinistra e porge il resto al biondino avvertendolo: «Questo ricordati di non mangiarlo mai: fa venire le malattie degli africani!», e intanto comincia a guardarsi intorno, in cerca di un secchio della spazzatura.

Non resisto: «Stia tranquilla signora, al bambino basteranno quelle che gli trasmetterà lei!»

«Scusi, cosa vuole dire?», mi chiede, scura in volto.

«Niente signora, solo che sta privando suo figlio di una parte molto preziosa della banana. Forse non sa che è proprio grazie a quel pezzettino che gli africani resistono alle terribili malattie endemiche e che i maschi sono, diciamo, molto più “famosi” dei bianchi riguardo a certe cose… Sa, non è una questione di pregiudizi, è proprio un fatto biologico. Un fatto razziale, direi. Non so se mi spiego.» Non ho bisogno di fare gesti esplicativi, la signora ha capito benissimo.

«Davvero?! È sicuro?», mi chiede con un’aria perplessa ma anche interessata, e molto.

«Certo signora, ci mancherebbe». Non potrei mai mentirle su una simile questione, sono un gentiluomo. Non so se l’ha buttato dopo, quando è andata via, fatto sta che nel secchio della spazzatura il pezzettino scuro della banana non c’era. Potenza dei pregiudizi.

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