HOP-FROG – Racconto di Edgar Allan Poe

1191

HOP-FROG

di Edgar Allan Poe

1849

[Hop-Frog fu pubblicato per la prima volta il 17 marzo del 1849, l’anno della morte di Edgar Allan Poe, sul settimanale bostoniano The Flag of Our Union]

 

Non ebbi mai a conoscere alcuno che avesse disposizione alla beffa quanto quel Re. Sembrava che vivesse soltanto per scherzare. E il modo più infallibile per ottenere i suoi favori era di raccontargli una storiella da ridere e soprattutto di raccontargliela bene. Era, così, naturale che tutt’e sette i suoi ministri si distinguessero per il loro ingegno di buffoni e non fossero da meno del loro Re, non soltanto per quel che riguarda l’adiposa opulenza dell’addome, ma anche nell’impareggiabile attitudine allo scherzo. Che siano le buffonerie a ingrassar la gente, ovvero che nel grasso vi sia qualcosa che disponga all’allegria, io non sono ancora riuscito a stabilire: è un fatto incontrovertibile, nondimeno, che un buffone magro è rara avis in terris.

Il Re poco curava quelle ch’egli usava chiamare le raffinatezze, ovvero gli «spiriti» di quella comica scienza e aveva, per contro, un’ammirazione tutta particolare per la «larghezza» delle buffonate, e, per amor di questa, sopportava, talvolta, anche quella che potremmo chiamare la loro «lunghezza». Le delicatezze, invece, lo annoiavano e non v’è alcun dubbio che avrebbe preferito il Gargantua allo Zadig, e, d’altro canto, è pur vero ch’egli preferiva le beffe in azione a quelle meramente riferite a parole.

Al tempo in cui ha luogo l’odierno racconto, i buffoni di Corte non eran del tutto passati di moda. Numerose grandi potenze del continente, infatti, mantenevano ancora di cotesti «buffoni» i quali portavano livrea di toppe e berretto a sonagli, e avevan da esser sempre pronti a guadagnarsi, con le loro facezie, le briciole offerte dalla mensa regale. Il nostro Re, com’è naturale, aveva anch’egli il suo bravo buffone. E, a onor del vero, aveva bisogno d’alcunché di ammattito che avesse, se non altro, a compensarlo della grave saggezza dei sette che fungevan da ministri, a non mettere nel conto, naturalmente la sua propria.

Cotesto buffone, però, non era soltanto un buffone, dacché egli aveva la sua considerazione triplicata, agli occhi del Re, per il fatto che era anche nano e sciancato. I nani erano, a quel tempo, tanto comuni, nelle Corti, quanto i buffoni, e più d’un sovrano sarebbe stato indeciso sul modo di passar la sua giornata – le giornate, infatti, sono più lunghe alla Corte che altrove – senza un buffone che lo facesse ridere, ovvero un nano per riderne. Ma come ho già avuto modo di osservare, le persone burlevoli, novantanove volte su cento, sono grosse, grasse e massicce, per modo che non era picciol motivo di soddisfazione al nostro Re che Hop-Frog – questo era, infatti, il nome del suo buffone, come a dire Ranocchio Saltatore – custodisse, in una sola persona, un triplice tesoro.

Non sono sicuro che il nome di Hop-Frog fosse stato imposto a costui dai suoi padroni al momento di battezzarlo, ma sospetto, piuttosto, che fossero stati i sette ministri, all’unanimità, a conferirglielo, per il fatto che non poteva camminare come gli altri uomini.

Ed in effetti, Hop-Frog non era capace di muoversi, altro che a sbalzi – qualcosa tra il salto e la giravolta – e quel movimento era, per il Re, un perpetuo divertimento, ed anche una gran consolazione, dacché – nonostante l’eccessivo sporgere della sua pancia ed un gonfiore costituzionale alla testa – il Re aveva, agli occhi di tutta la Corte, un gran bel personale.

Sebbene, a causa delle sue gambe distorte, Hop-Frog non potesse muoversi che a gran fatica, in istrada, ovvero sull’impiantito del palazzo, la forza muscolare delle braccia, che la natura, quasi a compensarlo d’averlo tanto malamente dotato negli arti inferiori, gli aveva concessa in prodigiosa misura, lo rendeva capace di atti ai quali sarebbe stata richiesta una meravigliosa destrezza, allorché si trattava di arrampicarsi su alberi, cordami, o su qualsivoglia altro oggetto fosse stato necessario. Ed è doveroso riconoscere che in quegli esercizi, molto meglio che a un ranocchio, si sarebbe potuto paragonarlo a uno scoiattolo, ovvero a una scimmia.

Donde venisse e dove fosse propriamente nato, non so dire con esattezza; era però indubitato che appartenesse a una qualche barbara regione della quale nessuno aveva mai avuto sentore e, comunque, a grande distanza dai domini del nostro Re. Hop-Frog e una giovinetta, la quale era di poco meno nana di lui – e squisitamente proporzionata, nonostante tutto, ed eccellente ballerina – erano stati rapiti, a forza, dalle loro case, nelle province limitrofe, e spediti in dono al Re, da uno dei suoi generali che era stato favorito dalla vittoria. In tali circostanze, non potrà stupire che, tra i due, nascesse e si stringesse una grande intimità. Essi, infatti, divennero ben presto amici per la vita.

Hop-Frog, a dire il vero, nonostante le sue amabili facezie, era piuttosto inviso alla gente, e quindi non poteva rendersi gran che utile a Trippetta, ma essa, per contro, con la sua grazia e la sua squisita bellezza di nana, era da tutti amata ed ammirata, e possedeva, quindi, molta influenza, e non mancava mai di servirsene, quando capitava, per giovare all’amico suo.

Per l’occasione di non so qual solennità, il Re indisse un gran ballo in maschera, ed ogni volta che a Corte aveva luogo una mascheratura o altra cosa del genere, non si poteva fare a meno di ricorrere al genio di Hop-Frog e di Trippetta. Hop-Frog, in modo particolare, era così pieno di fantasia nel suggerire nuovi tipi e nell’apprestare nuovi travestimenti per balli in maschera, che proprio pareva non si potesse far niente senza il suo aiuto.

Si arrivò, quindi, alla notte stabilita per la festa. Una magnifica sala, sotto la direzione di Trippetta, era stata addobbata senza che fosse trascurato alcun artifizio tra quelli che avrebbero dato lustro alla serata. L’intera Corte era in preda a una febbre d’attesa, e ognuno, come si può supporre, aveva già fatta la sua scelta per quel che concerne i costumi e i travestimenti. Parecchi avevano deciso da settimane e persino da mesi i rôles che avrebbero assunti, e non c’era, ormai, più alcuna indecisione, salvo che per il Re e i suoi sette ministri. Non saprei dire, veramente, per quale ragione essi indugiassero tanto, ed è anche probabile che la causa ne fosse solo il progetto di nuovi scherzi, come è anche possibile che non riuscissero a decidersi a motivo della loro eccessiva corpulenza. Il tempo, ad ogni modo, volava e, come ultima risorsa, non sapendo a quale altro santo votarsi, il Re ordinò d’andare a chiamare Trippetta e Hop-Frog.

I due piccoli amici trovarono il Re assiso a tavola, a trincare coi sette ministri del consiglio, e nondimeno sembrava di cattivo umore. Bisogna sapere che al Re era noto come a Hop-Frog non piacesse bere, dal momento che l’alcool eccitava il povero zoppo fino a farlo impazzire, e la pazzia, checché se ne dica, non è una condizione piacevole. Ma il Re, che amava un tale genere di scherzi, se la godeva un mondo quando poteva obbligare Hop-Frog a bere, o, per usare una sua espressione, a «essere allegro».

Edgar Allan Poe

«Vien qua, Hop-Frog», disse il monarca non appena vide entrare il buffone e la sua piccola amica, «manda giù questa coppa alla salute dei nostri amici assenti – (e qui Hop-Frog trasse il suo primo sospiro) – e illuminaci colla tua fantasia. Noi abbiamo necessità di tipi, di personaggi, caro il mio amico, di qualche cosa, insomma, di nuovo e straordinario. Siamo stanchi d’annoiarci nelle solite mascherature. Vieni, bevi: il vino rischiarerà il tuo ingegno …».

Hop-Frog tentò, com’era suo costume, di rispondere con una facezia e stornare, in tal modo, la domanda del Re, ma quel giorno non ne aveva gran voglia, a dire il vero, giacché ricorreva, per l’appunto, l’anniversario della sua nascita, e l’ordine di bere alla salute dei suoi amici assenti gli provocò una qualche lacrimuccia, e qualcuna, amarissima, ne cadde pur nella coppa ch’egli riceveva, in quel punto, dalla mano del tiranno, in umiltà.

«Ah! ah! ah! …», ruggì questi nel mentre che il nano vuotava la coppa, sopraffatto dalla nausea, «guarda cosa non può fare una coppa di vino!… Guarda che ti brillano già gli occhi! …».

Sciagurato! I grandi occhi del nano, piuttosto che brillare, sembravano addirittura saettare. L’effetto dell’alcool sul suo cervello era non meno tempestivo che potente, per modo che, com’egli ebbe posata, con mano nervosa, la coppa sul tavolo, lo sguardo stravolto ch’egli posò in giro sugli astanti sembrava quello d’un pazzo. Lo «scherzo» del Re, a quanto pareva, aveva divertiti parecchio tutti quanti.

«Ed ora al lavoro», disse il primo ministro che era un uomo grassissimo.

«È vero», disse il Re. «Avanti, caro il nostro Hop-Frog, aiutaci! Personaggi, dunque, caro e bravo ragazzo. Personaggi! Noi abbiamo bisogno di personaggi! Tutti ne abbiamo bisogno… ne abbiamo un enorme bisogno… ah! ah! …».

E dal momento che quest’ultima aveva tutta l’aria di una spiritosaggine che voleva esser presa sul serio, i sette ministri, in coro, echeggiarono rumorosamente alle risate reali. E Hop-Frog rise pur lui, ma il suo fu un riso debole e distratto.

«Su dunque!», esclamò il Re spazientito, «non hai niente da suggerire?».

«Sto cercando qualcosa di nuovo…», rispose il nano con aria smarrita, giacche il vino lo aveva scombussolato del tutto.

«Tu stai cercando?», esclamò il tiranno infuriato. «Che cosa vuol dire? Ah! Capisco, tu mi tieni il broncio. Capisco, tu vuoi un altro po’ di vino. E sia! Prendi anche questo… su, bevi!…». E, riempita che ebbe un’altra enorme coppa, la porse all’infelice che si pose a guardarla impaurito e col respiro mozzo. «Bevi, dico!», urlò il tiranno, al colmo dell’ira, «o per tutti i diavoli dell’inferno …».

Il nano esitava, il sovrano diventava rosso dalla rabbia, e i cortigiani, nel frattempo, ghignavano per il divertimento. Trippetta, allora, pallida come morta, s’avanzò fino al seggio del Re e, dopo esserglisi inginocchiata divotamente dinanzi, lo supplicò di risparmiare il suo amico. Il tiranno la contemplò alcuni momenti, sbalordito che qualcuno potesse osare tanto, e rimase senza dire o far nulla, per il fatto che non avrebbe davvero saputo in qual modo manifestare la propria indignazione. Infine, senza dire una parola, diede un urtone violento alla piccina e le schizzò in faccia tutto il contenuto del bicchiere che era destinato a Hop-Frog, e che era, a dire il vero, colmo fino all’orlo.

La poverina cercò di risollevarsi come meglio poté e, trattenendo il respiro, tornò a sedere al suo posto, che era ai piedi della tavola.

Durante alcuni lunghi minuti regnò, per tutta la sala, un silenzio di morte, un tale profondo silenzio che sarebbe stato possibile udire il rumore che una piuma avrebbe fatto nel cadere. Ma, all’improvviso, fu udito un suono sordo, rauco e prolungato, il quale parve scaturire da tutt’insieme gli angoli della sala.

«Che ti succede? Perché hai fatto questo rumore?», disse il Re al colmo della furia, rivolto al suo nano.

Questi, che nel frattempo sembrava essersi rimesso dalla sua ebrietà, fissò calmo il volto del monarca e disse in tutta la sua semplicità: «Io? Io? E come avrei potuto essere io?».

«Sembrava venire da fuori, infatti», notò in quel punto, uno dei cortigiani. È probabile che sia stato soltanto il pappagallo nell’atto di arrotarsi il becco ai ferri della sua gabbia …».

«È vero», soggiunse il Re, il quale sembrò come sollevato da quel suggerimento. «E vero!… ma perbacco… avrei giurato che questo furfantello stesse digrignando i denti! …».

Il nano, a quell’ultima frase, si mise a ridere – il Re, convien dire, era troppo burlone perché avesse da obbiettare alcunché sul riso di chicchessia – e discopri una chiostra di denti, grossi, forti, e, insomma, ripugnanti. E inoltre dichiarò d’esser pronto a tracannare tutto quel vino che sarebbe piaciuto al sovrano. Il Re parve calmarsi, ed Hop-Frog, mandato giù che ebbe, ma senza alcuna cerimonia, un’altra coppa, entrò d’un subito, e calorosamente, nel tema del ballo in maschera.

«Io non so rendermi conto», osservò tranquillamente, come se in vita sua non avesse mai assaggiato vino, «del come si sia prodotta in me una tale associazione di idee, eppure… insomma, non appena la Vostra Maestà ebbe colpita la piccola e le ebbe gettato il vino sul viso, voglio dire nel momento preciso nel quale il pappagallo faceva quello strano rumore nell’arrotare il becco sopra una sbarra della gabbia… là, fuori della finestra… insomma, in quell’istante m’è ritornato alla mente il ricordo d’uno straordinario divertimento… d’un giuoco che si usava fare al mio paese durante i balli mascherati, e che qui riuscirà del tutto nuovo. Esso abbisogna, purtroppo, d’una compagnia di otto persone e invece …».

«Eccoci pronti!», esclamò il Re oltremodo divertito per quella sua sottile scoperta. «Siamo in otto, per l’appunto… io ed i miei sette ministri… e allora qual è questo divertimento?».

«Noi usiamo chiamarlo», disse il nano, «il “giuoco degli otto orang-outang incatenati” e, quando riesce bene, è davvero uno splendido giuoco …».

«E noi lo faremo!», disse a questo punto il Re, mettendo innanzi il petto ed abbassando le palpebre.

«La bellezza di questo giuoco», disse Hop-Frog, «consiste tutta della paura ch’esso mette alle signore…».

«Magnifico!», urlarono in coro il sovrano ed il suo gabinetto.

«Io provvederò a vestirvi da orang-outang», disse il nano seguitando. «Voi potete fidare completamente e ciecamente in me. La somiglianza sarà tale da far credere a tutte le maschere che voi siate degli autentici animali e, naturalmente, lo spavento che proveranno sarà secondo soltanto alla loro meraviglia …».

«Bello! Bellissimo!», esclamò il Re. «Io farò di te un uomo!».

«Le catene servono ad aumentare la confusione ed il rumore. Si supporrà, così, che siate fuggiti tutti insieme da un serraglio. La maestà vostra davvero non si figura quale effetto produca, durante un ballo mascherato, l’apparizione di otto orang-outang incatenati, i quali, scambiati da tutti i convitati per bestie autentiche, si scaraventino, con strida selvagge, framezzo a una moltitudine di dame e cavalieri vestiti con doviziosa eleganza. Il contrasto che ne nasce è inimitabile …».

«È naturale …», disse il Re. Ed in tal modo la seduta fu tolta e affrettatamente, poiché, essendo già tardi, occorreva economizzare il tempo per mettere in esecuzione il progetto di Hop-Frog.

Il modo da lui adoperato per travestire il Re ed i ministri da orang-outang fu addirittura semplicissimo, e nondimeno al tutto rispondente agli scopi ch’esso si prefiggeva. Animali di siffatta specie se n’erano veduti pochi nel mondo civile, al tempo dell’odierno racconto, e poiché le contraffazioni che ne aveva fatte il nano risultarono a sufficienza animalesche, e certamente più orribili di quanto non fosse necessario, la loro somiglianza con la realtà fu creduta bastevole.

Innanzi tutto, il Re ed i suoi ministri indossarono camicie e pantaloni di maglia molto attillati, i quali vennero debitamente cosparsi di catrame. Uno dei ministri, allora, ebbe la geniale idea di ricoprirsi di piume, la quale idea fu subito rigettata dal nano, al quale non fu difficile convincere gli otto personaggi, a mezzo d’una pratica dimostrazione oculare, che il pelo dell’orang-outang era assai meglio rappresentato dal lino. Fu dunque adottato il partito del lino, e se ne cosparse, per uno spesso strato, il catrame. Procurato che si fu una lunga catena, Hop-Frog provvide quindi a passarla e a ribadirla attorno alla vita del Re, così come, a turno, fece con la vita di tutti i ministri, dal primo all’ultimo.

Incatenati che furono gli otto personaggi, essi procurarono di allontanarsi il più possibile l’uno dall’altro e formarono, così, un cerchio attraverso il quale, per rendere più verosimile il giuoco, Hop-Frog fece passare quel che restava della catena, in due diametri che furono studiati l’uno all’altro perpendicolare, secondo un metodo, del resto, già adottato a Borneo, dai cacciatori di scimpanzé e d’ogni altra sorta di scimmioni.

La vasta sala dove era stabilito che, tra breve, s’iniziasse la festa, era rotonda e molto alta. Di giorno era illuminata da un’unica enorme finestra praticata nel soffitto, e la notte – giacché questa sala era stata costruita soprattutto per la notte – era rischiarata principalmente da un gigantesco lampadario, sospeso al centro del soffitto, il quale si alzava e si abbassava con l’usuale mezzo del contrappeso che, per ovvi motivi d’estetica, passava al difuori della cupola e, di li, finiva sul tetto.

La decorazione della sala era stata affidata, com’è stato già riferito, alla direzione di Trippetta, e nondimeno parve che per qualche particolare, del resto trascurabile, essa avesse permesso al suo amico nano d’aver pure lui una voce in capitolo. E difatto fu dietro il suggerimento di Hop-Frog che, per quell’occasione, venne tolto il lampadario dal momento che – saggia previsione ! – la cera che si sarebbe liquefatta inevitabilmente, a causa della calura estiva, avrebbe potuto danneggiare gravemente i ricchi costumi dei convitati, di quella parte almeno che, per il naturale affollamento della sala, non avrebbero potuto evitare di tenersi nel centro di essa, vale a dire a tiro del lampadario. Fu provveduto, in tal modo, ad installare diversi candelabri in svariati punti della sala, pei quali non sarebbe stato alcun passaggio, ed una torcia, di quelle che mandano un gradevole profumo, venne sistemata alla destra d’ognuna delle cariatidi che erano a ridosso delle pareti e assommavano, in tutto, a mezzo centinaio.

Seguendo il saggio avviso di Hop-Frog, gli otto orang-outang attesero, per fare il loro ingresso, che la sala, alla mezzanotte, fosse addirittura piena di maschere. Nel momento in cui l’orologio batté l’ultimo tocco, il Re e i suoi ministri si precipitarono, o meglio, rotolarono nella sala, dacché l’impedimento delle catene li fece tutti inciampare, e la maggior parte cadere a terra al momento di varcare la soglia della sala.

L’eccitamento, tra le maschere, fu prodigioso, e riempì – c’è bisogno di dirlo? – di gaudio il cuore del Re. Come era stato preveduto, non furono pochi coloro che, tra gli invitati, scambiarono quelle figure di tanto feroce aspetto per autentici animali selvaggi, seppure non proprio per orang-outang. Un’infinità di donne mancò per lo spavento, e se il Re non avesse usata la precauzione, per quella festa, di proibire che si portassero armi indosso, non v’era dubbio che lui e la sua banda avrebbero pagata assai cara quella burla. Insomma fu un fuggi-fuggi totale verso le porte che, tuttavia, il Re aveva dato ordine di serrare al suo ingresso, e le cui chiavi erano state consegnate al nano, dietro un ingegnoso suggerimento del medesimo.

Come il tumulto fu giunto al suo massimo, nel mentre che ogni maschera ad altro non pensava se non a mettere in salvo la propria persona, – ed un pericolo, difatto, sussisteva, ma soltanto nell’eccessiva pressione su se stessa di quella folla preda del panico – fu vista la catena che serviva a tener sospeso il lampadario, e che era stata ritirata ancor essa, si vide, dico, quella catena, discendere lentamente, fintantoché la sua estremità ricurva ad uncino non venne a penzolare a tre piedi appena dall’impiantito.

Il Re ed i suoi sette ministri, che avevano già scorrazzato, seminando il terrore, in tutte le direzioni della sala, ebbero a trovarsi in quel punto, al centro di essa, e quindi a contatto diretto ed immediato con la catena. Il nano allora, che era stato sempre loro appresso, nel mentre che li incitava a tener viva la buriana, agguantò la catena che tratteneva le false scimmie nel punto in cui i due diametri del cerchio s’incrociavano ad angolo retto, e, con velocità che è solo requisito del pensiero, vi infilò l’uncino che serviva usualmente a sostenere il lampadario.

In quell’istante, la catena, tratta in su da qualche invisibile agente, risalì tanto in alto da mettere l’uncino fuori della portata di coloro e radunò tutti gli orang-outang che vennero così a trovarsi gli uni a faccia a faccia con gli altri.

Le maschere, nel frattempo, andavano rimettendosi dallo spavento, e come presero a sospettare che si trattava soltanto d’una burla abile e raffinata, scoppiarono in risa fragorose allorché s’accorsero della scomoda posizione che le scimmie avevano ora assunta.

«Lasciateli a me!», urlò allora Hop-Frog dominando il tumulto colla sua vocetta stridula. «Lasciateli a me… li conosco, io! Oh, se li conosco! Che io abbia modo d’osservarli attentamente e non mancherò di dirvi chi sono …».

E così aiutandosi colle mani e coi piedi, si portò strascicando fino a una parete e, afferrata una fiaccola da una cariatide, tornò, arrancando sempre, fino nel centro della sala. Con la scimmiesca abilità che lo distingueva, balzò quindi fin sulla testa del Re e di lì s’arrampicò un qualche piede lungo la catena. Abbassata che ebbe poi la torcia, per meglio esaminare il gruppo degli orang-outang, badava a strillare: «Lo scoprirò io, chi sono!».

A un tratto, nel mentre che tutti i presenti, e perfino le false scimmie, si tenevano i fianchi dal ridere, il buffone tagliò l’aria d’un fischio acuto, e la catena fu subitamente ritratta d’una trentina di piedi, per modo che gli scimmioni vennero a trovarsi sospesi a metà strada tra il soffitto e il pavimento, mentre non potevano fare a meno di dibattersi, per la verità, un qualche po’ preoccupati. Aggrappato alla catena, Hop-Frog manteneva una certa distanza dalle otto maschere, e nondimeno continuava ad abbassar la torcia come nell’intento d’esplorare a dovere e poter poi così riferire sul loro essere.

La meraviglia che accolse quell’ascensione fu tanta, framezzo alla folla, che subentrò un silenzio di morte, il quale si protrasse durante un intero minuto. Ma quel silenzio, tutt’a un tratto, accadde che venisse interrotto da un suono sordo, rauco e stridente, quale avrebbe prodotto un pappagallo nell’arrotarsi il becco alle sbarre della sua gabbia, in tutto simile a quello che aveva attratta l’attenzione del Re e dei suoi ministri nella pausa di silenzio che seguì l’istante in cui Trippetta s’ebbe gettato il vino in faccia. Ed ora, nondimeno, non era affatto necessario ricercare di dove provenisse il suono: esso, infatti, usciva di tra le zanne del buffone, il quale le andava stringendo e digrignando nella bocca, assieme alla schiuma che faceva la sua bava, nel mentre che i suoi occhi, accesi per entro da un’ira folle, fissavano le facce rivolte all’insù e impietrate dal terrore del Re e dei suoi sette compagni.

«Ah! ah! ah! …», esclamò infine il buffone furioso, «comincio a capire chi sono …».

E col pretesto d’esaminare più da vicino il Re, sfiorò con la torcia il lino che lo ricopriva, trasformandolo, in un solo istante, in un’unica fiammata. Dal Re, il fuoco s’appiccò, ad uno ad uno, agli altri sette scimmioni, mentre la folla, da cui sorgevano acute strida, impotente a porgere ai meschini un aiuto qualsiasi, stava a riguardarli da basso. Le fiamme crebbero quindi di violenza ed Hop-Frog fu obbligato, per quelle lingue che si levavano tanto alte da lambirlo, ad arrampicarsi lungo la catena finché non fosse fuori della loro portata. Nel mentre egli faceva questo movimento, la folla ammutolì un attimo, ed il nano colse l’occasione per parlare.

«Io vedo chiaramente, ora», egli disse, «io vedo chiaramente che razza di persone son queste maschere, ed infatti esse sono un gran Re e i suoi sette privati consiglieri… Sono un Re il quale non si fa scrupolo di colpire una povera ragazza indifesa … e sono i sette suoi consiglieri, che hanno assistito impassibili all’oltraggio… In quanto a me, io sono Hop-Frog, il buffone, e questa… questa è la mia ultima buffonata! …».

Non appena il nano ebbe terminato il suo breve discorso, per la combustibilità del lino e del catrame, accadde che la vendetta fosse totalmente adempiuta. Gli otto cadaveri penzolavano dalla catena, in una massa orribile e confusa, nera e puzzolente. Il nano scagliò la torcia su di loro, s’arrampicò pian piano verso il soffitto e, come l’ebbe raggiunto, sparve attraverso il lucernario.

In quanto a Trippetta, si suppone che essa abbia spiato, di sul tetto della sala, e sia stata, in tal modo, complice del nano nella sua selvaggia vendetta, e che, dopo quella tragica sera, siano entrambi scappati al loro paese, perché non furono mai più visti da nessuno.

Di Arthur Rackham - "Poe's Tales of Mystery and Imagination" (1935) Illustrated by Arthur Rackham

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E. A. Poe, Hop-Frog, in Opere scelte, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1971.

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