Fatima Di Talust

 

Quando ho potuto viaggiare, ho scelto luoghi diversi dal mio, espressioni di culture e tradizioni in grado di insegnarmi la bellezza del colore e della diversità, per questo affascinata dal Medio Oriente, tra i miei primi viaggi, ho scelto il Marocco. 

Il Marocco è un contenitore unico di emozioni e esperienze variegate che toccano l’anima e contemporaneamente deliziano i cinque sensi. Il Marocco è un’esperienza da vivere con la consapevolezza che i suoi colori, i suoi odori e le sue contraddizioni, ti possono colpire a fondo nel cuore, talmente tanto, da farti desiderare di tornare e tornare ancora.

Un’esperienza che porto nel cuore è il mio incontro con un gruppo di donne berbere, che nella loro assoluta povertà di beni materiali, mi hanno insegnato la ricchezza contenuta nell’ospitalità e nella generosità. 

Fatima di Talust è stata l’unica a farsi fotografare, ma anche le altre donne, troppo giovani per apparire in fotografia, le ho conservate nel mio cuore. Ero lì, nel cortile deserto della casa berbera, e volevo vedere cosa c’era dietro. Sapevo che quelle case avevano un’entrata riservata alle donne, e io volevo scoprirla.

Una porta scolpita, un gradino sul quale mi sono messa seduta, io, io sola, e il silenzio arido intorno a me. Una mano mi ha picchiettato sulla spalla. La porta in silenzio si era aperta, e io…sono entrata.

Una cucina che affacciava su un cortile privato, le galline che razzolavano tra il pavimento sterrato della cucina e il cortile, un tavolo basso con tre sgabelli nani, tre donne che mi guardavano e una bimba dagli occhi color nocciola.

Non ci sono state parole tra noi, solo sguardi complici e risate. Io sapevo solo le frasi romantiche tipo “Habibi” e “Inta Omri” e loro ridevano abbracciandomi, toccandomi i capelli e le mani.

Quelle donne erano nel loro harem segreto, senza velo, con le loro vesti colorate, che preparavano il pranzo, che nella parte della casa dedicata agli ospiti e agli uomini, sarebbe stato servito. 

Da un uomo, ovviamente: il capo famiglia. Loro, non sono mai uscite dal loro Harem, sono rimaste lì, nell’odore intenso della loro cucina poverissima, mostrandomi i loro gioielli berberi, collane, copricapi e cinture ricche di perle e pietre colorate. Erano bellissime, il loro entusiasmo, di avermi lì con loro, è stato emozionante.

Poi, all’improvviso, come accade con le cose più belle, abbiamo danzato. Fatima ha iniziato a battere i coperchi consunti di due pentole, per dare il ritmo e a cantare una nenia per me incomprensibile.  Noi, ballavamo, insieme alla bimba che rideva felice.

Anche se il suono delle pentole sbattute era stonato a sgraziato, in quel momento non importava, perchè la musica veniva direttamente dai nostri cuori, dalla celebrazione dell’essere donne, appartenenti a culture e tradizioni diverse, che avevano intrecciato il loro cammino e si erano “riconosciute”. 

Sono andata via quasi con le lacrime, non volevo lasciare quelle donne berbere, perché in quelle poche ore che avevo passato con loro, mi avevano insegnato, che non serve parlare la stessa lingua e appartenere alla stessa religione per essere sorelle.

 

(nella foto io e Fatima) 

 

Marika Campeti 

 

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