Dietro “Non volo mai”: Randolph Carter si racconta tra palco e scrittura

  • WhatsApp
  • Telegram
  • Reddit
  • LinkedIn

Dal debutto al Bim Festival RUMORE fino alla recente esibizione a Casa Sanremo Live Box, il percorso di Randolph Carter cresce brano dopo brano. Con “Non volo mai” il diciannovenne artista campano mette in musica il conflitto tra dovere e immaginazione. Ne abbiamo parlato con lui, tra scelte artistiche e prospettive future.

 

Cosa ti porti a casa dall’esperienza di Casa Sanremo Live Box e in che modo un contesto così prestigioso ha cambiato la percezione del tuo lavoro fuori dai confini locali?

Sanremo è stata un’esperienza molto intensa per tantissimi motivi. Il primo è stato sicuramente quello di vedere una macchina tanto grande e precisa all’opera durante le giornate del festival, girare per le strade colme di stand e strutture che ospitavano radio e TV mi ha stupito e affascinato. Casa Sanremo è stata poi un’esperienza davvero didattica, piena di corsi e masterclass che mi hanno lasciato tanto dentro. L’unica cosa che non mi sarei portato a casa è il virus intestinale che mi ha colpito dopo l’esperienza!

L’arrangiamento di “Non volo mai” resta piuttosto essenziale per gran parte del brano: hai mai pensato di osare qualcosa in più sul piano sonoro nei ritornelli, magari per amplificare il momento di evasione del protagonista, oppure la scelta di misura era voluta fin dall’inizio?

Risentendola oggi (il brano lo scrissi più di un anno fa) probabilmente oserei giusto qualcosina in più, ma sono del parere che il messaggio che voglio mandare in questo pezzo non ha bisogno di ritornelli saturi, ma che alcune volte basta poco per colpire le persone.

La metafora dell’airone che non vola mai racchiude l’idea di un potenziale mai davvero espresso: quali sono, secondo te, i messaggi meno immediati che si nascondono dietro questa immagine?

Sicuramente quello della paura di “volare”: dove per paura di volare si intende il timore di immaginare, di uscire fuori dagli schemi, banalmente di fare quello che ti piace senza sentirti giudicato o infantile. La metafora dell’airone nasce anche dalla mia paura verso l’apatia: ho sempre avuto il terrore di svegliarmi un giorno e non provare più nulla, di non vivere più seguendo i miei sentimenti e di ritrovarmi comodo all’interno della mia bolla grigia.

Guardando alla tua discografia, da “La tela di Penelope” a “Filature” fino a questo nuovo singolo, che filo conduttore riconosci tra i brani e cosa possiamo aspettarci dal tuo prossimo progetto artistico?

Quello del sogno, la capacità di raccontare argomenti della vita quotidiana attraverso una lente magica che amplifica tutto. Filature è una donna che cuce, e volevo trasformarla in un gentile inno rivoluzionario, mentre invece “La tela di Penelope” è una fuga da un posto ormai stretto e vuoto attraverso la fantasia e l’immaginazione. Ovviamente il mio nome d’arte nasconde anche un lato più “dark” che non ho ancora mostrato al pubblico. Alla fine quando parliamo di sogno parliamo anche di incubi, quindi, aspettatevi anche storie più cattive!

- 02/08/2026

ISCRIZIONE ALLA NEWSLETTER

Subscribe

* indicates required
© Cyrano Factory è prodotto da Media Factory Adv. All rights reserved.
ACCEDI CONTATTI REGISTRATI AUTORI