Di rientro

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L’aria era frizzante. Le temperature erano crollate subito dopo Natale ed erano arrivati venti freddi dal Nord. La neve no, non era arrivata. Erano tutto sommato, a parte il freddo, giornate serene e splendeva il sole.

Rientrava a casa dopo una pesante giornata di lavoro. Doveva prendere metropolitana, treno e bus: una faticaccia ma era in buona compagnia. Tanti pendolavano come lui dalla cittadina di provincia alla metropoli e viceversa.

La città era ancora illuminata dalle decorazioni natalizie e dalle insegne dei negozi che chiudevano tardi la sera. Il periodo risultava tuttora vacanziero per molti ma a lui che già era rientrato dalle ferie, tutti quegli addobbi cominciavano a dare fastidio, gli sembravano già fuori tempo. In effetti presto i panettoni e i pandoro sarebbero stati sostituiti dapprima dalle frittelle e dalle chiacchiere carnevalesche e poi dalle colombe pasquali.

Il tempo passava veloce.

Lui che nel nuovo anno avrebbe raggiunto la soglia dei cinquanta, ogni tanto veniva assalito da una sorta di malinconia, a tratti perfino angosciante. La letteratura era ricca di personaggi e autori che temevano il passare del tempo e la vecchiaia e per giunta il solo evocare il riposo eterno, la “fatal quiete” cui la sera faceva pensare anche a lui come all’amato Foscolo.

Tant’è, così stavano le cose: lui avrebbe presto compiuto cinquant’anni, cosa di cui era grato agli dei, ma sentiva la vita sfuggirgli, e, a ben riflettere, potevano apparire come cinquant’anni di incompiutezza e vano arrovellarsi.

Gli piaceva suonare il piano e doveva ai suoi genitori la passione per la musica.

Aveva di recente visitato la tomba di Jim Morrison nel cosiddetto “cimitero degli artisti” di Pére Lachaise a Parigi. Il cantante aveva raggiunto “the end”, la “sua sola amica” appena ventisettenne. E, in quel momento, mentre aspettava la metro gli tornarono in mente le parole della celebre canzone “My way” portata al successo da Frank Sinatra e poi anche da Elvis Presley:

And now, the end is near

And so I face the final curtain

My friend, I’ll say it clear

I’ll state my case, of which I’m certain

I’ve lived a life that’s full

I’ve traveled each and every highway

And more, much more than this

I did it my way”.

I suoi pensieri furono interrotti da un glin glon sospeso nell’etere seguito da una voce metallica dal suono femminile che invitava i passeggeri a sollevare lo sguardo dai cellulari ed eventualmente cedere il posto a sedere a chi poteva averne più bisogno o diritto.

Toh, guarda, pensò, sembra un annuncio, benché di invito al rispetto delle norme di buona creanza, in stile “Grande Fratello”, quello di “1984” s’intende, non quella che, a suo parere, era la schifezza di programma da anni in TV.

Vabbé, l’annuncio in certa misura molesto aveva sviato i suoi pensieri e si trovò davanti le carrozze della metro strapiene al punto da farlo desistere e decidere di aspettare la prossima. Così fece e all’arrivo del convoglio successivo poté salire agevolmente.

A quell’ora saliva tutti i giorni anche un non vedente e lui si trovava ad ammirare la buona volontà di quest’uomo nel superare gli ostacoli, fisici sicuramente ma forse non mentali, che la vita gli aveva posto davanti.

Quella sera gli era vicino e notò che aveva le unghie e la pelle delle mani attorno ad esse, completamente rosicchiate al punto di sanguinare. Quell’uomo di certo affrontava gli ostacoli della vita quotidiana con coraggio ma a che prezzo metteva a tacere i suoi demoni?!

“Non invidiare nessun uomo sulla terra perché non sai che dramma porta con sé”: non era una citazione precisa ma erano più o meno i versi che ricordava di una tragedia greca, forse di Eschilo. Reminescenze scolastiche. Come “gli dei sono gelosi degli uomini”, frase che lui arricchiva con un suo pensiero: “gli dei sono gelosi degli uomini, figurarsi gli altri uomini!”. E così era, cosi aveva sperimentato in passato e così continuava a sperimentare.

Erano passati dieci minuti circa ed era arrivato alla sua fermata. Sarebbe così iniziata la corsetta serale per prendere il treno, dopo aver salito le scale della metro e della stazione.

Riuscì a beccare un locale e trovò posto a sedere. Avrebbe avuto mezz’ora di tempo per cazzeggiare col suo cellulare, attività cui la maggior parte dei passeggeri si dedicava. Ed ecco, ecco cosa era andato a beccare: un post su Facebook di un famoso artista straniero che, prossimo ai sessant’anni, si augurava di trovare la morte sotto un albero di limoni in Sicilia ma… non troppo presto comunque. Anche a lui erano sempre piaciuti gli alberi di limoni ma non gli era mai venuto in mente di volerci morire sotto.

Tempus fugit, rieccolo il pensiero insistente. Doveva rivolgersi a un medico? Stava diventando un’ossessione patologica o era un pensiero “normale” e ricorrente per gli individui della sua età e non solo?

Anche la mezz’ora passò, fermata dopo fermata, e arrivò alla stazione della cittadina in cui viveva. Altra corsetta per prendere il bus, attento a non scivolare nonostante il sale sui sanpietrini.

La compagnia dei bus era cambiata qualche mese addietro e, dopo gli iniziali intoppi, le corse erano abbastanza regolari. Trovò posto a sedere: a quell’ora della sera gli unici passeggeri erano i pendolari e i commessi.

Non accese il cellulare anche se il suo viaggio avrebbe richiesto un’altra mezz’ora buona.

Ed ecco, per la seconda volta quella sera, un altro glin glon nell’etere e un’altra voce metallica, dalla soave tonalità femminile, che invitava i passeggeri ad abbassare la suoneria dei cellulari, farne un uso moderato a bordo e tenere basso il tono di voce per non disturbare gli altri passeggeri. Sicuramente un altro invito a rispettare le norme di buona creanza ma che gli appariva sinistro, proprio da “Grande Fratello”, pensò nuovamente.

Eppure tutti sembravano noncuranti, forse era solo lui che si faceva venire in mente certe cose.

Prenotò la fermata e si preparò a scendere dal bus.

A casa avrebbe aperto il frigo, pescato qualcosa, messo su un CD (detestava la TV) e si sarebbe dedicato al suo ultimo puzzle da mille tessere.

Poi, raggiunta una certa ora, si sarebbe messo a letto e, dopo un altro po’ di cazzeggio col cellulare, avrebbe spento l’abat-jour e sarebbe crollato per essere poi svegliato dalla suoneria programmata per le sette del mattino per affrontare un’altra gratificante giornata di lavoro quotidiano.

Sentì nuovamente l’annuncio della soave voce femminile mentre la porta del bus si richiudeva e cominciò ad attraversare la strada.

Era buio nonostante le luminarie natalizie.

Non si avvide, non fece in tempo, della macchina che avanzava a velocità sostenuta per superare il bus fermo.

Il bus non ripartì.

Fu il conducente a chiamare i soccorsi ma per lui, fu subito evidente, non sarebbero serviti.

Sorella Morte Corporale, così spesso da lui ultimamente evocata, era giunta.

The end.

 

Traduzione dei versi di “My way” tratta da “rockol.it”

“Ed ora che la fine è vicina

Affronto l’ultimo sipario.

Amico mio, lo dirò chiaramente

Chiarirò le mie ragioni, di cui sono certo.

Ho vissuto una vita piena

Percorrendo ogni singola strada maestra

E soprattutto, più di ogni altra cosa

L’ho fatto a modo mio.”

 

Pavia, 5 gennaio 2018

Il racconto è presente anche nel mio sito al seguente link:https://danielamarras69.weebly.com/2019—racconti.html

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