18 anni fa ci lasciava Elliott Smith: un cuore di tenebra con una testa piena di stelle

“Che Dio mi perdoni. Mi dispiace. Con amore, Elliott”.

Queste sono le ultime parole che la sera del 21 ottobre del 2003 Elliott Smith lasciava scritte sul tavolo di casa sua, poco prima che si accasciasse al suolo con un coltello piantato nel petto. A trovarlo, dopo l’ennesimo litigio, fu la fidanzata dell’epoca, Jennifer Chiba, bassista punk rock alla quale Smith – stando ad alcune interviste – era legato da una serie di passioni in comune: Dostoevskij, droghe e rock’n’roll.

Con un ultimo disperato grido di dolore, Elliott Smith scompariva in una notte d’autunno, a soli 34 anni, all’apice del successo e con un ultimo album ancora in fase di lavorazione “From a Basement on the Hill”.

Per quanto continui ad essere avvolta dal mistero, nella morte prematura di un artista, tuttavia, di letterario c’è ben poco. Elliott Smith non ha certo bisogno di agiografie post-mortem né di sbrigative diagnosi che pretendono di spiegare la sua uscita di scena accomunandola a quella di altri illustri ‘dipartite artistiche’. Sì, Elliott Smith faceva uso di droghe – svariate – e non ci andava certo leggero nemmeno con l’alcol; se poi alla lista aggiungiamo qualche ricovero per depressione basta poco per far apparire la sua morte come una disgrazia già annunciata. Senza improvvisare profili diagnostici o indagini sbrigative che, in ogni caso, nulla toglierebbero al suo lascito, d’altra parte, riavvolgendo il nastro del suo percorso intimo e musicale, non possiamo ignorare la presenza di certe voci interiori, «demoni» che finirono per spegnere definitivamente ogni suo spiraglio di luce.

“Tomorrow they took your life apart and called you failures art…”

Inserito fra i malinconici membri del cantautorato americano di metà anni ’90, Steven Paul Smith (Elliott per tutti) ci ha lasciato delicatissime tracce di sé. Classe ’69, Smith nacque ad Omaha, una delle più affollate metropoli del Nebraska, la città delle ‘grandi pianure’ ancora oggi riserva dei nativi Omaha, per l’appunto; sarà il Texas e Duncanville, tuttavia, che lo vedranno crescere dopo la precoce separazione dei genitori. A 14 anni, stanco degli abusi e delle continue violenze subite dal patrigno, decide infatti di andare a vivere a Portland, nell’Oregon, assieme al padre naturale Gary Smith, psichiatra e grande appassionato di Beatles, poesia e letteratura che anche se per poco riuscirà a garantirgli una parentesi di serenità. Su quel “Memory Lane” però ben presto al ricordo felice di quegli anni dovette sovrapporsi anche quello doloroso e violento dell’arido Sud, che continuerà ad affacciarsi di prepotenza nei suoi primi lavori: “I don’t want to walk around/ I don’t even want to breathe/ I live in a southern town/ Where all you can do is grit your teeth (Southern Belle, “Elliott Smith, 1995). Non a caso si fa tatuare la sagoma del Texas sul braccio sinistro: non come simbolo d’appartenenza ma “per non scordare ciò da cui sto fuggendo”; inoltre, non sopportando l’idea che nome e cognome iniziassero con la stessa lettera decide di farsi chiamare Elliott, a quanto pare per identificarsi con una via di Portland, la «Elliott Street».

È anche merito della famiglia materna se Steven si appassionò alla musica: suo nonno era un virtuoso batterista jazz, sua nonna, invece, si dilettava come cantante di standards blues nei locali della zona. L’iniziazione musicale vera e propria avviene però durante il periodo delle scuole superiori, quando Steven entra a far parte di una band chiamata Stranger Than fiction (assieme ai compagni Garrick Duckler, Jason Hornick, e Adam Koval), e comincia anche a farsi chiamare con il nome di Elliott, anziché Steven. Dopo il diploma, si iscrive all’Hampshire College di Amherst (Massachusetts), dove si laurea nel ’91 con una tesi in filosofia e scienze politiche. 

Dopo aver militato nella band Heatmiser per diversi anni, la sua carriera come solista prende il via nel 1994, anno da segnare in nero sul calendario musicale per l’improvviso suicidio di Kurt Cobain. Ma siamo ancora nel pieno del vortice grunge, dove fra lamenti rabbiosi e schitarrate graffianti, la voce tremante e i timidi accordi di Smith stentano a trovare il loro posto. Nonostante la scarsa qualità della registrazione – ancora molto amatoriale e ‘casalinga’– già dal suo primo lavoro “Roman Candle” è possibile riconoscere la bussola stilistica e tematica che orienterà tutta la sua produzione successiva. Lavoro a cui Smith mette mano quasi controvoglia, Roman Candle è una raccolta di nove pezzi lo-fi folk dove si avverte, una prima dolcissima increspatura tra le ruvide e spigolose pieghe del grunge e del punk rock; figlio adottivo di una generazione precedente, Smith preferisce fin da subito sussurrare il proprio malessere più che che gridarlo.  Lo spirito di quel primo album appare sospeso tra un disincanto allucinato (il tremolio delle corde in “Roman Candle”: “I’m a roman candle, my head is full of flames”) e la rassegnazione lucidissima della strumentale Kiwi Maddogg 20/20. Dopo “Roman Candle” (e la sua versione a più alta definizione dell’anno successivo) seguiranno produzioni di livello superiore, spesso nel segno dei Beatles. Nel lavoro successivo, l’omonimo Elliott Smith, del ’95, forse anche merito della prossimità geografica di Portland da Seattle, la presenza del grunge è più persistente ma si fa sentire più come un “Ago nel pagliaio”. I sussurri appena bisbigliati di Smith acquistano toni più intensi ma senza trasformarsi in urla rabbiose.

E allora… “beviamo insieme e dimentichiamo la pressione dei giorni, dirottiamo altrove le immagini ferme nella testa, ti terrò da parte, nelle profondità del mio cuore, separata dal resto, dove ti preferisco, e conserverò le cose che hai dimenticato. (Between the Bars Either – Either/Or” 1997

Quell’anno il regista Gus Van Sant inserisce Miss Misery nella colonna sonora di “Will Hunting – Genio ribelle” il cui enorme successo trascinerà un Elliott tremolante e impacchettato in un lucido abito bianco di Prada (prestatogli da Beck) a suonare una sera di marzo del 1998 davanti a 57 milioni di persone alla consegna degli Oscar. Un impacciato inchino alla fine e poi via di corsa dietro le quinte. Vinse Céline Dion, ma per Elliott Smith fu la consacrazione alla gloria in un ambiente che ancora non lo conosceva. Non è strano pensare che proprio il successo finì con il coincidere con uno dei suoi periodi più bui. Alcol, eroina, psicofarmaci, gesti autolesionistici, divennero una costante via di fuga da quella continua sensazione di disagio interiore e dalle pressioni che ormai intorno a lui si erano fatte sempre più forti. Il genio che preferisce l’autosabotaggio. Un ricovero in psichiatria non risolse granché la situazione.

Per schiodarsi di dosso quella fastidiosa “picture” mai cercata, e generata dalle contingenze, Elliott Smith decide allora di ridimensionare le proporzioni della sua nuova immagine pubblica facendosi vedere per quello che è: nessuna posa glamour, nessun cambio di stile. Preferisce farsi riprendere in jeans e camicia sbiadita, mentre abbozza un sorriso triste seduto al bancone del bar.

“I’m the wrong kind of person to be really big and famous”

«Non sono la persona adatta per diventare importante e famoso». (So sick and tired of all these picture of me). Siamo le vittime dei nostri stessi tiri loschi. Paralizzati dalla paura ogni volta che appariamo.

Vestiti casual e talvolta macchiati, capelli spettinati, sguardo basso Elliott Smith si sentiva probabilmente fuori posto nel glamour hollywoodiano, schiacciato fra i rulli compressori di un ingranaggio che risucchia chiunque abbia forse la sfortuna – è il caso di dire – di avere successo per meriti personali senza però averlo mai cercato. Con “Either/Or” del 1997 incominciano i tour mondiali fra Giappone e Australia: sul palco Elliott spesso iniziava un pezzo per poi fermarsi di colpo scusandosi col pubblico per non aver attaccato con l’accordo giusto. È da un dolore mai sopito che nasce in quel periodo quella perla di Bellezza che è Waltz #2 (“XO” 1998), tanto dolce nelle armonie quanto dura nel testo. Un ritorno al disamore della madre, agli abusi fisici e psicologici dell’infanzia, alla rassegnazione di fronte alla perdita della speranza. Ecco che riemergono i demoni del passato che dall’interno sussurrano parole di morte.  In “Figure 8che esce nel 2000 è una malinconica nenia a chiudere il sipario… Bye. E mentre la chitarra lascia pure il posto ad arrangiamenti più orchestrali e corposi Elliott Smith si chiude sempre di più in se stesso, si inabissa nel silenzio. Ritorna l’alcol, ritorna l’eroina, e ancora la depressione. Il cerchio riprende il suo giro ritornando indietro, laddove tutto è cominciato e da cui, inutilmente, si è cercato di fuggire. Fino a quella notte del 21 ottobre 2003, quando conficcandosi non una ma ben due coltellate nel petto, decide di morire. Una dipartita non del tutto chiarita, ancora dai risvolti misteriosi.

“Stanco di vivere in una nuvola” (2:45) Smith era una stella luminosissima destinata per sua stessa natura all’autocombustione. Se è vero che l’artista riflette l’uomo e che noi siamo ciò che scriviamo, l’universo creato dalle dita di Smith è il sobborgo squallido di una grigia metropoli decadente, dove si passeggia in solitudine e senza meta. Elliott Smith è stato un antieroe folk finito troppo velocemente nei volgari ingranaggi del pop. Quell’ ultimo gesto, il più estremo, come un moderno Stavrogin, sembra il solo capace di porre termine all’azione dei suoi “demonî”.

Ci sono scelte rispetto alle quali non possiamo che avanzare congetture. Citando lo stesso Elliott a volte felicità e tristezza arrivano in una rapida successione e, spesso, malgrado i nostri tentativi, non facciamo in tempo a capire quali delle due ci travolgerà per prima.

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Arianna Pacilio

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