James (Jason Clarke) e Gina (Blake Lively) sono una coppia sposata che vive a Bangkok. Nonostante la cecità di lei, provocata nella tarda infanzia da un incidente stradale in cui sono morti i genitori, i due trascorrono un’esistenza felice. Quando James viene a conoscenza di un complesso intervento che potrebbe ridare la vista da un occhio a Gina, quest’ultima accetta. L’operazione va a buon fine e la donna, lentamente, riesce a vedere. Ma, nonostante le amorevoli cure del marito, qualcosa in Gina cambia, portandola sempre più a comportarsi in maniera sregolata e innescando gelosie e dubbi in James.

Superati i fasti dell’orda zombesca e iperveloce del discreto World War Z Marc Forster, classe ’69, tre anni dopo è tornato dietro la macchina da presa per cimentarsi con Chiudi gli occhi (All I See Is You, 2016) dramma psicologico incentrato su un doloroso passato e un presente che, dietro la parvenza di serenità, cela ben altro. Se fin dalle battute iniziali Chiudi gli occhi concentra il suo materiale filmico sull’incapacità di vedere ma – parimenti – percepire con gli altri sensi, di certo questa non è una mera e banale scelta. La cecità di Gina rappresenta il centro nevralgico della storia da cui, minuto dopo minuto, prende le mosse l’intera vicenda del film. Tra flashback (o forse proiezioni di un orribile ricordo) e spaccati di quotidianità, Forster si sofferma sulla vita di coppia di James e Gina: due persone ma un unico essere poiché Gina non potrebbe fare a meno di suo marito e James, nonostante tutte le difficoltà, non può fare a meno di lei, la donna che ama.

Se nella prima parte Chiudi gli occhi cerca di sondare il mondo delle relazioni sentimentali – materiale utilizzato ampliamente e in tutte le salse nell’ambito cinematografico – nella seconda parte, che viene a coincidere con la vita ex novo di Gina di nuovo parzialmente vedente, l’undicesimo lungometraggio di Forster mette in luce le verità non (ancora) viste, virando decisamente verso l’impianto da thriller (ridicolmente) erotico, accumulando morbose (e inutili) scene di sesso, battute al limite del già sentito e scene caleidoscopiche. Infatti, in un crescendo di cromatismi scenici e di sequenze stranianti, Chiudi gli occhi cerca di auto-sostenersi sull’importanza del vedere, senso vitale per ogni essere umano, che – purtroppo – qui si trasmuta in becero voyeurismo, in pulsione dell’occhio (senza scomodare Jacques Lacan e il suo concetto di schisi) che si nutre dell’eccesso e non della possibilità di (ri)vedere e apprezzare tutto ciò che si ha intorno a se stessi, lasciando che un senso di perturbante freudiano si insinui tra la coppia protagonista, dando così vita a paranoie, sospetti e ridondanti atti riprovevoli che arrancano fino al criptico e confuso finale.

Tra mancanza di idee veramente originali e una narrazione decisamente (ed eccessivamente) lenta Chiudi gli occhi, dopo World War Z, si rivela un ulteriore passo falso nella carriera del regista che vorrebbe sì provare le sue doti autoriali (anche se sono lontani i tempi di Monster’s Ball – L’ombra della vita), bensì è necessario ricordare che Forster non è Stanley Kubrick così come Chiudi gli occhi non è una versione aggiornata di quell’immenso capolavoro che va sotto il titolo di Eyes Wide Shut.

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