Boh!

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“Boh!”. Il mio professore di italiano diceva sempre che “boh” lo fa qualcosa quando cade a terra e pertanto non si deve rispondere “boh!”.

Eppure, come ho scoperto anni dopo, “boh” ha per giunta dignità letteraria. È infatti il titolo di un’opera di Moravia, opera in cui sono le donne a parlare, le donne come viste dall’autore naturalmente.

Ora è la mia bambina che compirà due anni tra qualche mese a rispondere “Boh!” quando non trova qualcuno o quando non riesce a spiegarsi qualcosa.

Mio marito viaggia spesso per lavoro ma siamo una famigliola molto unita: mio marito, le nostre due bambine, Natalia e Marina, ed io.

Nessuno avrebbe scommesso una lira (ora un eurocent) quando ci siamo sposati ma, dopo quasi dieci anni, siamo ancora insieme. Certo, non mancano i periodi difficili ma abbiamo lo spirito e la forza per superarli.

Le nostre bambine sono una gioia. Per seguirle, ho smesso di lavorare per alcuni anni. Sono una libera professionista e il lavoro di mamma casalinga a tempo pieno non viene retribuito ma, grazie anche allo stipendio di mio marito, potevo permettermelo.

Tra qualche mese Marina andrà alla scuola materna ed io riprenderò la mia attività.

Natalia frequenta la terza elementare. È una bambina super vivace e affronta tutto con entusiasmo ed allegria.

Ci siamo trasferiti in questo paese della provincia perché la qualità della vita, a nostro parere, è migliore che in città e anche perché, per dirla tutta, ci siamo potuti permettere di acquistare una villetta che in città non avremmo potuto.

La nostra villetta ha un bel giardino attorno. Io, benché non abbia il pollice verde, riesco a far sopravvivere qualche fiore, gerani e margherite per lo più, e le bambine hanno un ampio prato per i loro giochi.

Abbiamo anche una camera per gli ospiti e sono venuti a farci visita più volte sia i miei genitori che i genitori di mio marito.

Le bambine adorano i nonni e i nonni si rilassano con le nipotine come non avevano potuto coi loro stessi figli.

Ora tocca a noi genitori fare la parte dei severi e dire anche qualche no.

Di questi tempi non è scontato: sembra si debba permettere tutto ai figli senza negare niente ma mio marito ed io la pensiamo diversamente. Se si concede tutto ai figli, questi non apprezzeranno più nulla e considereranno ogni cosa come dovuta.

I nostri genitori, benché proveniamo da diversi background, ci hanno educato così e, non starebbe a me dirlo, siamo venuti su bene.

Dicevo che nessuno avrebbe scommesso una lira sul nostro matrimonio. Ci avevano messo in guardia i nostri genitori, non sarebbe stato facile. E, infatti, facile non è stato. Anche i cosiddetti amici, perfino il prete del mio paesino, erano scettici ma, per fortuna, ci hanno sostenuto le nostre famiglie.

E noi eravamo arciconvinti della nostra scelta.

Avevamo già allora qualche pensiero sui possibili problemi o ostacoli che avrebbero potuto incontrare i nostri figli, a scuola, con gli amici, nella società in genere. Ma, grazie al cielo, non è stato così.

Siamo nel terzo millennio ma certi tabù sussistono ancora, tenaci e radicati.

Mio marito ed io ci siamo incontrati in ufficio. Lui era un cliente allora e avevamo seguito una pratica complessa per la sua società. Un giorno eravamo usciti contemporaneamente e mi aveva invitato per un aperitivo. Io non avevo finto di avere un’agenda fitta di impegni mondani e avevo accettato subito.

E così è andata. Ci eravamo piaciuti, ci piaceva la nostra reciproca compagnia ed allora avevamo cominciato a frequentarci: andavamo insieme al cinema, a teatro, perfino per negozi oppure restavamo in casa a non far niente.

Quando decidemmo di sposarci, sei mesi dopo il nostro primo incontro, sapevamo che avremmo dovuto prima di tutto comunicarlo ai nostri genitori che forse non sarebbero stati pronti. E invece no, non solo furono comprensivi anche se un po’ sorpresi all’inizio, ma ci incoraggiarono e dissero che sarebbero stati al nostro fianco.

E tutto andò liscio! Forti del loro appoggio, saremmo stati invincibili!

Eravamo entrambi lontani dalla nostra terra d’origine e forse anche per questo, ci sentivamo e ci sentiamo in sintonia. Del resto è una lontananza fisica, che ancora persiste del resto, ma non mentale. Cerchiamo di mantenere vive le nostre radici, a partire dalle tradizioni culinarie, e di trasmetterle alle nostre bambine.

Natalia a scuola si trova bene. Almeno le maestre non mi hanno segnalato problemi di sorta e lei è serena quando torna a casa.

Speriamo che anche Marina si inserisca bene alla scuola materna. Forse all’inizio soffrirà un po’ a stare lontana per ore dalla sua mamma e forse anch’io soffrirò ma questo succede a tutti i bambini (e a tutte le mamme).

L’altro giorno giocava con la sua bambola Lilly che tanto aveva voluto perché diceva che era proprio come lei.

Aveva iniziato da poco coi suoi “perché” oltre che coi suoi “boh”.

“E perché babbo non c’è?”, “E perché Natalia è più grande di me?”, “E perché quella signora ha i baffi?” ed eccolo, inaspettato ma forse del tutto giustificato, sincero, spontaneo, l’ultimo perché nato dal semplice confronto fra sé stessa, sua sorella, il padre, perfino la sua bambola Lilly e… me: “Mamma, e perché tu hai la pelle bianca?!”.

Pavia, 20 gennaio 2019

Il racconto è presente anche nel mio sito al seguente link: https://danielamarras69.weebly.com/2019—racconti.html

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