Vent’anni fa Tony Kaye segna il suo esordio alla regia cinematografica con American History X, film spiazzante e mai così attuale. In occasione dell’avvicinarsi dell’anniversario, (ri)scopriamo l’opera prima del regista britannico

Tornato in libertà dopo aver scontato la pena per un duplice omicidio a sfondo razziale, Derek Vinyard (Edward Norton), ex naziskin, cerca in tutti i modi di reinserirsi nella società e, contemporaneamente, allontanare il fratello minore Danny (Edward Furlong) da Cameron Alexander (Stacy Keach), leader del movimento neonazista di cui Derek faceva parte. Cercando di far ragionare il fratello in modo tale da convincerlo che ciò in cui crede è sbagliato, Derek racconta la dura vita e le angherie subite in carcere. Con non poche difficoltà, Derek riesce a liberare Danny dall’ideologia in cui si identifica, in modo tale da tornare ad essere persone prive di ogni pregiudizio o rancore. Ma, purtroppo, la tragedia è in agguato dietro l’angolo.

Nel 1998 un allora semisconosciuto regista di spot pubblicitari e videoclip musicali, decide di esordire nel mondo della regia cinematografica con un lungometraggio altamente spiazzante e controverso, American History X. Opus n. 1 del britannico Tony Kaye, autore del successivo e ottimo dramma Detachment – Il distacco, American History X è un film-cesura tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo Millennio. Al centro del primo lavoro filmico di Kaye c’è uno dei temi più scomodi e scottanti di sempre, quel razzismo, quell’odio verso l’altro da sé che, ancora oggi, è una dilaniante piaga all’interno della società. Di certo l’argomento trattato dal regista non è inedito all’interno della storia del cinema, né tantomeno risulta essere l’apripista in questo campo: basti pensare a quel Nascita di una nazione di David Wark Griffith oppure, per fare un esempio più coevo, alla filmografia del regista Spike Lee, soffermandosi in particolare su Fa’ la cosa giusta, che analizza e mostra i contrasti tra comunità di colore e comunità bianca durante un’afosa estate nel borough di Brooklyn. Di titoli sul tema se ne possono elencare, forse, a centinaia, ma ciò che più colpisce di American History X è il modo, schietto e privo di remora alcuna, in cui l’affronta, schiaffando il tutto sotto lo sguardo dello spettatore.

Con un inizio in medias res l’opera prima di Tony Kaye si immerge, insieme alla macchina da presa, tra le strade e i quartieri di Los Angeles, in quella città degli angeli in cui convergono etnie e lingue differenti, facendone un melting pot tanto variegato quanto pronto ad esplodere in qualunque momento. Non è un caso, quindi, che lo sceneggiatore David McKenna abbia deciso di ambientare American History X proprio a L.A., in quella stessa città che si è resa “protagonista” nel 1991 del pestaggio mortale di Rodney King da parte di un gruppo di poliziotti. Un fatto di cronaca, questo, sfociato nella triste e violenta Rivolta di Los Angeles nell’aprile del 1992. Non si tratta di una casualità ma – piuttosto – di una scelta ponderata proprio per poter analizzare i contrasti razziali in quel di L.A. Con occhio antropologico e piglio registico molto sicuro, Kaye muove le sue pedine, ovvero Derek, naziskin non tanto per scelta ma per un errato indottrinamento e colmo di rabbia (per la morte del padre, un vigile del fuoco deceduto in azione durante uno scontro tra gang) che, a sua volta, fa cadere sotto lo stesso e puerile giogo il fratello minore Danny, privato di una figura paterna di riferimento che, tuttavia, riconosce nel fratello maggiore. Il redento Derek e il sempre più convinto Danny sono i protagonisti assoluti, i personaggi attanti che permettono ad American History X di far avanzare la storia posta sotto la lente: entrambi, in fondo, non sono di indole malvagia, nonostante il primo si sia macchiato del sangue altrui e, il secondo, ostenti una “fede” in cui, probabilmente, neanche si riconosce. Narrando il passato e le esperienze carcerarie di Derek, mediante l’ausilio di svariati flashback magistralmente ripresi in un superlativo b/n, si assiste a un piccolo miracolo tra i due protagonisti: il ritorno alla libertà e la “disintossicazione” dall’estremismo fanno in modo che i fratelli Vinyard si (ri)trovino e si (ri)conoscano per quelli che sono: il prodotto di una società fuorviata e con i paraocchi.

Se, da una parte, American History X è il racconto corale di un nucleo famigliare che (in parte) si (ri)congiunge, dall’altro non va dimenticato quella che è la sua struttura portante, ovvero la riflessione sulle tensioni sociali, sull’odio immotivato e su quella folle xenofobia senza limiti che porta verso lo sgretolamento sociale dell’uomo contemporaneo, incapace di far andare il suo naso un po’ più in là e, così, rimanendo impantanato in un metaforico acquitrino di idiozia e concetti fuorvianti. Nella grande metropoli (in questo caso Los Angeles e, in particolare, il quartiere di Venice) di American History X tuttavia sembra non esserci spazio per un probabile futuro migliore: da un lato McKenna e Kaye sembrano voler rassicurare lo spettatore che, anche nelle storie più cupe e truci, c’è sempre un barbaglio di speranza, un raggio di sole pronto ad illuminare anche la più buia oscurità ma, dall’altro lato, la speranza cede – inesorabilmente – il passo alla violenza e all’ottusità (senza esclusione alcuna) dell’uomo, il quale “pensa” e “crede” di poter lavare via l’offesa e il sangue versato solo ed esclusivamente con altro sangue. In un finale spiazzante e scioccante, American History X decodifica il messaggio latente nascosto dietro le sue immagini: ogni delitto, ogni colpa non sono esenti e immuni da quella formula di dostoevskijana memoria che prevede l’applicazione di un senso di giustizia anche se, in questo caso, più che di giustizia bisogna parlare di tragica fatalità o di colpe dei padri (putativi, nel film di Kaye) che ricadono sui figli.

Opera coraggiosa e matura American History X è un saggio cinematografico su quell’America – a volte – inospitale, sulla società che va dietro i paroloni dei leader (o presunti tali) di potere e del momento, che tengono il mondo con il fiato sospeso per via dei loro stessi capricci di megalomania e, infine, sulla sempre più crescente asocialità dell’umanità stessa. Un perfetto Edward Norton e una regia senza sbavature ne fanno un film di impegno civile molto crudo e da vedere almeno una volta, nonostante non sia per tutti gli stomaci, American History X, rivisto oggi a distanza di venti anni dall’uscita nelle sale cinematografiche, si rivela essere mai così attuale e capace, con una forza dirompente, di colpire basso come può fare un avversario poco corretto.

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