Il gioco del pallone

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Quando ero ragazzino io si giocava a pallone nel campo dell’oratorio. Campo di terra di riporto, secca e bruciata, cosparso di sassolini aguzzi, che a caderci sopra ti sfregiavi le gambe e ti entravano dentro, da toglierli con la pinzetta.
Le squadre si facevano al momento, facendo la conta, si iniziava a scegliere i più forti, partendo dagli attaccanti, poi via via si scendeva di livello e verso la difesa, fino ad arrivare al portiere che era quello con i piedi fulminati, ma che si sperava che almeno ci mettesse il corpo. Se era grassottello era meglio, faceva più volume.
Si facevano giocare tutti, anche i più piccoli, giocavano a “pane e cioccolata”, stavano in campo ma era come se non contassero, non gli si passava la palla e se per caso segnavano, il loro gol non valeva. Ma tanto non segnavano mai, si limitavano a correre avanti e indietro, sperando che la palla passasse per sbaglio dalle parti loro e provando a dargli un calcio per ributtarla in mezzo. Se le squadre venivano da dodici giocatori, ma pure da tredici, andava bene lo stesso.
Squadre scompagnate, alti e bassi, larghi e magri come chiodi, dai sette ai quattordici anni, andava bene tutto.
 
Per magliette il parrocco ci permetteva di usare quelle che stavano chiuse dentro una cassapanca, lavate – forse – una volta all’anno, incozzate di sudore e polvere e macchie di fango. Scompagnate come le squadre, a righe verticali gialle e rosse, che sembravamo il Lecce, ma anche nere e azzurre o bianche e nere. Non ce n’erano mai abbastanza per vestirci tutti uguali e allora si andava in campo come squadre Arlecchino, con le magliette che puzzavano di sporco, ma noi non avevamo naso per sentire la puzza, solo gambe per correre, piedi per calciare.
C’era quello che si incollava la palla al piede e non la passava mai, quello che dove tirava tirava, sembrava un caso che la palla andasse dritta, quello che tirava sempre di punta, quello che strillava in mezzo al campo, facendo il regista della squadra “Passa! passa all’ala!”
Grandi mucchioni dentro l’area, un’area senza righe disegnate, inventata, senza manco la macchia per indicare il dischetto del rigore. Si calcolava coi passi, nove metri dalla riga di porta, che tanto non c’era manco quella.
Scarpini? Macché, al massimo scarpe da ginnastica, ma non dovevano essere nuove, altrimenti le mamme ci massacravano di cucchiarellate. Mecap, Superga, Valsport.
 
Niente arbitro, niente schemi, niente difesa, niente tattica. Nessun cronometro, il fuorigioco era un’invenzione, il fallo laterale era quando la palla sbatteva sul muro da un lato, sulla rete dall’altro.
Se si segnava un gol, feste infinite, urla e abbracci, salti per aria e mani, pugni verso il cielo. La gioia infinita di un ricordo incancellabile. Perfino io, che ero e sono una pippa cosmica, durante una di quelle partite, per sbaglio e per fortuna, segnai tre gol, tutti bellissimi.
Due in semirovesciata e uno di rapina, di punta, ruotando il piede all’ultimo istante prima di colpire la palla, spiazzando il portiere. Non ci credeva nessuno, quasi mi portarono in trionfo dopo quella partita finita 3 a 1 per noi. Ecco, io mi ricordo ancora ogni momento, ogni calcio di quei gol. E ne sono passati di anni.
Non si ripetè mai quella magia, dopo quella partita tornai la pippa che ero sempre stato, tornai in difesa, stopper fisso, a fare compagnia al portiere quando la mia squadra attaccava. “Tu non ti muovere da qua!”
 
Roba bella.
 
Adesso vedo le foto dei bambini che giocano a pallone, con le loro divisine immacolate e gli scarpini Adidas. Con il numero sulla maglia, qualcuno addirittura già il nome. Lo sponsor che sta stampato sul petto, un petto piccolo.
Li vedo, vedo tutto quello che hanno intorno, arbitri e guardalinee, allenatori e tifosi, campi d’erba sintetica e pulmino che li porta al campo.
Li vedo e mi domando se sono felici di giocare, se si divertono come ci divertivamo noi, che ridevamo anche quando perdevamo. Io spero di sì.
 
(e adesso mi vado ad accarezzare le cicatrici sulle ginocchia)

Fonte immagine rete: http://blog.futbologia.org/2013/05/posizione-in-campo-e-altre-geometrie-esistenziali/

 

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