Want to bet on real estate? “La grande scommessa”

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Nei primi mesi del 2005 Michael Burry (Christian Bale), manager di una società di investimenti, si rende conto dell’instabilità del mercato immobiliare. Approfittando della falla economica, Burry investe nelle maggiori banche a sfavore del settore immobiliare, cosciente di un possibile e imminente crollo dal quale può trarne profitti. Mentre Burry continua con il suo folle piano, Jared Vennett (Ryan Gosling), investitore delle Deutsche Bank, decide di partecipare versando la sua quota azionaria nei crediti di Burry. Vennett coinvolge il trader Mark Baum (Steve Carell), il quale segue l’esempio di Vennett mentre due broker alle prime armi, Charlie Geller (John Magaro) e Jamie Shipley (Finn Wittrock), venuti a conoscenza dell’azione finanziaria di Vennett, decidono di rischiare, tuttavia affidandosi al veterano banchiere in pensione Ben Rickert (Brad Pitt), quest’ultimo disgustato dal sistema bancario e economico. Tra manovre rischiose e azzardate, con relativo aumento di avidità a cui segue la crescita a dismisura di un ego incontrollabile, lo spettro della crisi economica inizia sempre più a materializzarsi.

Era dai tempi del cult movie sulla finanza e dintorni, ovvero quel Wall Street (id., 1987) di Oliver Stone, che non si vedeva sul grande schermo un film capace di mettere in mostra gli ingranaggi, ben oliati, dell’economia. È stato necessario tanto coraggio, ma anche molta determinazione e sfrontatezza per girare un’opera filmica come La grande scommessa (The Big Short, 2015). Bomba ad orologeria programmata a esplodere al momento giusto, La grande scommessa di Adam McKay – regista noto per alcune commedie demenziali –, mette alla berlina, completamente a nudo il sistema capitalista e finanziario di Wall Street.

Senza fronzoli e peli sulla lingua, McKay (ri)evoca i fatti antecedenti al tracollo economico statunitense del 2008, per poi mostrare gli effetti diretti sulle migliaia e migliaia di cittadini americani che hanno perduto lavoro, casa e anche famiglia, all’ombra del declino e del fallimento dei giganti economici come la Lehman Brothers. Avvalendosi di un poker d’assi attoriale di prim’ordine, formato da Christian Bale (in stato di grazia), Ryan Gosling (perfetto nel ruolo del broker cinico e senza scrupoli), Steve Carell (che nel frattempo ne ha fatto di strada) e Brad Pitt (asciutto e sottotono ma che, nonostante ciò, lascia il segno), La grande scommessa è una galleria di personaggi sui generis, che mostra il rapporto contemporaneamente scisso tra “amore” (il profitto che si ricava) e odio (l’alienazione sociale) che si prova verso il proprio lavoro da broker.

Se, da una parte, la trama può sembrare complicata ed a tratti cervellotica, tra i numerosi termini tecnici della finanza e le operazioni che da essa derivano, dall’altra parte il regista, in modo molto introspettivo e sagace, mette in luce tutte le debolezze, i piccoli o grandi drammi personali e le nevrosi (in fondo, il lavoro da broker si regge su delle contraddizioni) di chi, tutti i giorni, “gioca” a fare il Paperon de’ Paperoni con il denaro altrui. Diversamente dallo scorsesiano The Wolf of Wall Street (id., 2013), opera monumentale ma a tratti veramente sgradevole incentrata più sul lato truffaldino della finanza nonché sul mondo di eccessi a base di droga, sesso, denaro e potere ad esso collegato, il film di McKay si discosta, lasciando spazio a un resoconto amaro e al vetriolo che, tuttavia, riesce perfettamente a coinvolgere (grazie soprattutto a piccole e geniali trovate).

Intriso di cultura pop e da camei (come quello dell’attrice Margot Robbie la quale, due anni prima, nel film di Scorsese ha interpretato la moglie/oggetto del lupo Jordan Belfort alias Leonardo Di Caprio) sempre in bilico tra il sarcasmo e la satira più aspra e diretta (due elementi resi al meglio mediante un montaggio a tratti molto frenetico e che ricorda, appunto, quello stoneiano), La grande scommessa è un film che si rivolge e parla (nel vero senso della parola) allo spettatore, con i personaggi che, pian piano, prendono per mano lo spettatore stesso, facendolo entrare nel complicato mondo economico-finanziario.

Tra biopic e commedia anche se, nell’ultima mezz’ora, il registro vira sul dramma puro, McKay affronta, avvalendosi delle giuste dosi di humour mai volgare né di cattivo gusto, uno degli episodi più cupi (dopo gli attentati dell’undici settembre) nella storia degli anni duemila degli Stati Uniti denunciando, al contempo, il sistema corrotto e affarista degli squali anzi, dei lupi di Wall Street.

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