Una piccola Favola – Franz Kafka

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Una piccola favola

di Franz Kafka

1920

Un gatto aveva preso un topo. “Che stai facendo?”, disse il topo, “hai occhi terribili”.

“Oh!” disse il gatto, “i miei occhi sono sempre così, ti ci abituerai”.

“Preferirei andarmene,” disse il topo, “i miei figli mi aspettano”.

“I tuoi figli ti aspettano?” disse il gatto, “in tal caso, vattene, il più presto che puoi. Vorrei solo farti qualche domanda”.

“Fallo, te ne prego. È veramente molto tardi”.

“Ohimè”, disse il topo, “il mondo si fa ogni giorno più stretto. Prima era così vasto che ne ebbi paura. Presi a correre, a correre, e mi rallegrai nel vedere finalmente, a destra e a sinistra, levarsi in lontananza dei muri. “Ma sono lunghi muri che si avvicinano velocemente l’uno all’altro, così velocemente che mi trovo già nell’ultimo spazio e vedo laggiù nell’angolo la trappola in cui di corsa mi sto precipitando”.

“Tu non devi far altro che cambiare direzione”, gli disse il gatto e se lo mangiò.

* * *

In questa breve favola, Franz Kafka ci offre una delle sue metafore più belle e profonde, fondata sulle similitudini tra il mondo umano e quello animale, i cui comportamenti offrivano alla sua sensibilità di scrittore infiniti spunti di riflessione e motivi di ispirazione.

L’immaginario di Kafka ha creato un “bestiario” formato in prevalenza da ibridi tra uomini e animali, figure mediane tra i due regni, generate da metamorfosi le cui radici affondano più spesso nella realtà che lo circondava, piuttosto che nella fantasia. Metamorfosi e ibridazioni che appaiono indecifrabili solo se ignoriamo il contesto storico e sociale in cui Kafka scriveva e le sue personali condizioni di borghese di lingua tedesca, nato da una agiata famiglia ebraica a Praga, capitale del Regno di Boemia, allora parte dell’Impero austro-ungarico. La maggior parte dei suoi concittadini parlava ceco e la distanza tra i madrelingua cechi e i madrelingua tedeschi era una realtà che sfociava talvolta nello scontro di identità nazionali. Agli ebrei, tra le due correnti, si chiedeva a chi appartenessero, anche quando, come lo stesso Kafka, parlavano alla perfezione entrambe le lingue.

Le sue opere più famose, come Die Verwandlung (La metamorfosi), Der Prozess (Il processo) e Das Schloss (Il castello), narrano di archetipi e alienazione. Di Archetipi filosofici, psicologici, mitologici, linguistici e letterari, forme preesistenti e primitive di pensieri, idee innate e predeterminate dell’inconscio umano, forme primitive di espressioni mitico-religiose, metaconcetti espressi dai suoi personaggi e nella stessa struttura della sua narrazione, una vera e propria “archiscrittura”, quasi la forma ideale della scrittura preesistente nell’uomo prima della creazione del linguaggio e da cui si origina quest’ultimo. E di alienazione in quanto alienus, “alius” (in greco allos): altro. Kafka si sente e/o sa di essere “altro”, straniero, non appartenente alla sua comunità, un estraneo persino in seno alla sua stessa famiglia (aveva un rapporto molto conflittuale col padre). Alienazione come volontà esercitata o subita dell’allontanare, dell’estraniare da sé. Alienati sono i folli, i pazzi e gli alienati mentali, chi vive ai margini della società umana, i borderline. Di alienazione parlano Rousseau, Fichte, Schelling, Hegel, Feuerbach, e Marx ed Engels la affrontano come conseguenza delle storture della società industriale e capitalista.

Gli scritti di Kafka trasudano archetipi e alienazione, violenza fisica e psicologica, conflitti tra genitori e figli, narrano di personaggi in preda all’ansia esistenziale, sperduti nei labirinti burocratici mentre aspirano a trasformazioni mistiche, protagonisti in preda a crisi psicologiche che li spingono verso la mutazione profonda e spesso irreversibile: Gregor Samsa si trasforma in un enorme insetto (simile ad uno scarafaggio) in La metamorfosi; c’è un animale senza nome, forse una talpa, nel racconto La tana; Odradek è invece un ammasso di pezzetti di filo e bastoncini ne Il cruccio del padre di famiglia; in Un incrocio troviamo uno strano animale “mezzo gattino e mezzo agnello” ; il cavallo Bucefalo fa invece l’avvocato in Il nuovo avvocato, eccetera. 

Questi enormi insetti talvolta viscidi e repellenti, a volte brillanti, lunari e silenziosi, che suscitano inquietudine e continue domande sul loro essere diversi da noi “umani”… questi gatti anaffettivi e tutti questi topi alle prese con macchine burocratiche o industriali mostruose che si rincorrono in tanti dei suoi racconti e dei suoi scritti, e persino quali ospiti indesiderati nella sua camera da letto, siamo noi. Tutti noi.

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