Titta: «La musica è trasformare le ferite in bellezza e continuare a credere senza garanzie»

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Dal teatro alla canzone d’autore nata a trentadue anni, fino al prestigioso Premio Mogol vinto con il suo primo brano “Ostaggi”: Titta si racconta a cuore aperto su Cyrano Factory. Un’intervista profonda sulla genesi fortuita e liberatoria della parola “Neurodivertente”, sul sodalizio artistico con Marco Gollini (Mad Records) e sulla consapevolezza che ogni deviazione può diventare pura materia d’arte.

Il tuo percorso artistico unisce mondi diversi: quali sono state le sfide più complesse nel momento in cui hai scelto di trasformare la tua urgenza espressiva in una vera e propria carriera musicale?
Credo che la prima grande sfida sia stata concedermi il permesso di provarci davvero. La seconda, forse ancora più difficile, è continuare a concedermelo ogni giorno.
Ho iniziato a scrivere canzoni intorno ai trentadue anni, dopo aver attraversato esperienze professionali e artistiche molto diverse. Venivo dal teatro, dalla formazione, dalla scrittura, ma avevo anche trascorso diversi anni lavorando in un ufficio. Insomma, non avevo esattamente il percorso che ci si immagina quando si pensa a una cantautrice agli esordi.
E credo che questo abbia alimentato una domanda piuttosto ingombrante: non sarà troppo tardi?
Poi ho capito che forse il problema non era l’età, ma l’idea che esistesse un momento giusto, universalmente stabilito, per cominciare a fare qualcosa.
Oggi, però, la sfida più complessa è un’altra: continuare a scegliere di crederci e di investire nel mio progetto, anche quando le conferme non arrivano.
Quello musicale è un mercato che spesso richiede moltissimo prima di restituire qualcosa, e non parlo soltanto di risultati economici. Ci sono il tempo, le energie, le aspettative, le rinunce, gli investimenti nella produzione e nella promozione. E poi ci sono quei momenti in cui ti domandi se tutto quello che stai facendo porterà davvero da qualche parte.
Credo che sia una delle parti meno raccontate di questo mestiere: la fatica di continuare a credere in qualcosa che per te ha un valore enorme, ma che il mondo non ha ancora necessariamente riconosciuto.
Eppure, accanto a tutte queste difficoltà, c’è anche una parte meravigliosa che non voglio mai dare per scontata: la fortuna di poterci provare. E in questo devo ringraziare i miei genitori, che mi hanno dato la possibilità di inseguire questo progetto e di continuare a investire in qualcosa in cui credo profondamente.
Poi c’è il divertimento, quello puro, quasi infantile. Girare un videoclip, vedere un’idea che avevo soltanto immaginato prendere forma davanti a una telecamera, inventare personaggi e situazioni. E se vogliamo dirla tutta c’è una cosa che adoro: farmi truccare prima di girare un video! È una delle cose che mi rilassano di più in assoluto. Potrei stare lì per ore, mentre qualcuno si prende cura del mio viso e io, per una volta, non devo organizzare, decidere o controllare niente.
Ma c’è soprattutto un pensiero che mi consola e mi rende felice, anche nei momenti di maggiore incertezza: comunque vada, le mie canzoni resteranno.
Magari non arriveranno dove sogno, magari non avranno il successo che spero, ma esisteranno. Ci saranno parole, melodie e piccoli pezzi della mia vita che continueranno a vivere anche al di fuori di me. E questa, secondo me, è una delle cose più straordinarie della musica: una volta che l’hai creata, non appartiene più soltanto al momento in cui è nata. Può restare, viaggiare, incontrare qualcuno che ancora non conosci.
Forse oggi la mia determinazione non consiste più soltanto nell’avere il coraggio di provarci, ma nel continuare a scegliere questo percorso con consapevolezza, anche sapendo che non esistono garanzie. Perché iniziare richiede coraggio. Ma continuare, quando ancora non sai se arriverai dove speri, richiede una forma di fiducia completamente diversa.

La tua scrittura non ha paura di toccare le fragilità e i momenti di disorientamento: c’è stato un passaggio particolarmente difficile che hai superato e che ha ridefinito la tua determinazione?
Credo che il momento decisivo sia stato proprio Ostaggi, il mio primo brano.
Quando l’ho scritto, ho preso una delle parti di me che facevo più fatica ad accettare, forse quella che odiavo di più, e ho deciso di trasformarla in una canzone. Non è stato semplice, perché significava mettere nero su bianco qualcosa che fino a quel momento avevo vissuto soprattutto come una fragilità, qualcosa da nascondere o da combattere.
E poi è successo qualcosa che non avrei mai immaginato: quella canzone ha vinto il Premio Mogol nel 2018, ricevendo il riconoscimento per il miglior testo. Ricordo quanto sia stato importante per me sapere che proprio quelle parole, nate da una parte così dolorosa della mia esperienza, avessero conquistato la stima del Maestro Mogol. Sono arrivati anche altri riconoscimenti, ma quello ha avuto un significato particolare.
Perché mi ha fatto capire una cosa che ha cambiato profondamente il mio modo di guardare non soltanto alla musica, ma alla vita: tutto ciò che ci accade può diventare materiale creativo, persino quello che all’inizio, appena avvenuto, vorremmo cancellare.
Possiamo prendere un’esperienza che ci ha fatto soffrire e scriverci una poesia, una canzone, un racconto. Possiamo dipingerla, metterla in scena, darle una forma che prima non aveva. Non significa che quello che abbiamo vissuto smetta di far male, né che debba necessariamente avere un senso. Ma significa che possiamo scegliere di farne qualcosa.
Ed è questo che trovo meraviglioso nell’arte: la possibilità di trasformare qualcosa che abbiamo subito in qualcosa che siamo noi a creare.
Credo che Ostaggi abbia ridefinito la mia determinazione proprio per questo. Mi ha insegnato che non devo aspettare di aver risolto tutte le mie fragilità per poterle raccontare. Posso partire esattamente da lì.
E forse la cosa più bella è che, nel momento in cui trasformi una ferita in una canzone, quella storia non parla più soltanto di te. Può arrivare a qualcuno che ha vissuto qualcosa di simile e permettergli di riconoscersi nelle tue parole.
Non so se l’arte ci renda necessariamente persone migliori, ma credo che possa aiutarci a conoscerci, a imparare da ciò che abbiamo vissuto e, qualche volta, a guardare con occhi diversi persino le parti di noi che abbiamo amato di meno.

Nel tuo background si avverte un mix di teatro, canzone d’autore e attitudine diretta: quali ascolti, maestri o incontri hanno segnato in modo indelebile i tuoi primi passi?
Ho cominciato a cantare a sei anni, nel coro della chiesa. Ricordo ancora la prima volta in cui mi sono trovata da sola davanti a un microfono, stupita dal suono della mia voce amplificata e soprattutto dal fatto che le persone fossero rimaste in silenzio ad ascoltarmi.
Poi è arrivato il teatro, ma anche lì ho sempre cercato la musica. Il musical, in particolare, è stato uno dei miei grandi amori, perché permette alla recitazione, al canto e al movimento di convivere all’interno della stessa storia.
Dal punto di vista musicale sono cresciuta con ascolti molto diversi. Amo il cantautorato di Guccini e Vecchioni, la sensibilità interpretativa di Mia Martini e Arisa, la personalità di Amy Winehouse e Lady Gaga. E poi ci sono artisti come Ultimo, la cui scrittura riesce spesso a dare parole a emozioni nelle quali mi riconosco profondamente.
Non credo che tutti questi artisti abbiano un linguaggio comune, ma in ognuno ritrovo qualcosa che per me è fondamentale: la capacità di esporsi emotivamente.
E forse il teatro è stato il mio maestro più importante proprio in questo: mi ha insegnato che raccontare non significa soltanto pronunciare delle parole, ma trovare il modo di farle vivere davanti a qualcuno.

Se potessi fare un salto indietro nel tempo e incontrare la Titta degli inizi, quale consiglio o rassicurazione le daresti?
Prima di tutto, incontrerei Letizia, perché Titta ancora non esisteva.
E credo che le direi tre cose, senza troppi giri di parole: inizia prima, rischia di più e credi in te stessa.
Se c’è un errore che penso di aver commesso, è stato proprio quello di rimandare continuamente. Aspettavo di sentirmi pronta, di essere abbastanza brava, abbastanza preparata, abbastanza sicura di me. Avevo paura di non essere all’altezza e, forse proprio per questo, ero la prima a non prendermi mai davvero sul serio.
Il risultato è che continuavo a immaginare quello che avrei voluto fare, senza concedermi fino in fondo la possibilità di farlo.
Quando ho finalmente deciso di iniziare a scrivere le mie canzoni avevo trentadue anni. E sia chiaro, non penso affatto che a trentadue anni sia troppo tardi per cominciare qualcosa, anche perché sennò non l’avrei fatto. Però oggi vedo ragazzi di sedici, diciassette, diciotto anni che hanno già il coraggio di mettersi in gioco, di scrivere, cantare, esporsi, anche senza sapere ancora esattamente chi sono o dove vogliono arrivare.
Ecco, credo che sia proprio questo il coraggio che mi è mancato: non solo quello di affrontare il giudizio degli altri a testa alta, ma quello di dare a me stessa una possibilità prima ancora di sapere se sarei stata capace di coglierla.
Alla Letizia di allora direi che non deve aspettare che qualcuno le riconosca un talento, le dia il permesso di provarci o le confermi di avere qualcosa di importante da dire.
Le direi che siamo tutti diversi e che non esiste un esame da superare per meritarsi il diritto di esprimersi. Che può sbagliare, può non piacere, può cambiare strada, ma non deve essere lei la prima a chiudersi la porta in faccia.
E soprattutto le direi: credi in te stessa adesso, non soltanto quando qualcun altro ti avrà dato una ragione per farlo.
Perché forse non possiamo scegliere quando arriveranno le occasioni o i riconoscimenti, ma possiamo scegliere di non aspettarli per cominciare.

Entrando nel mondo sonoro di “Neurodivertente”, quali influenze musicali e timbriche hanno guidato la produzione di questa traccia?
Con Neurodivertente volevo creare un brano che rispecchiasse la mia identità pop, ma che avesse anche delle influenze rock, in linea con la direzione che sto cercando di dare al mio prossimo album, FUORI ASSE, che immagino con un’impronta prevalentemente pop-rock.
Desideravo che anche la musica restituisse quella sensazione di movimento continuo, imprevedibilità e apparente disordine che attraversa il testo. Un brano energico, ironico, vivace, capace di raccontare qualcosa di complesso senza dover necessariamente ricorrere a sonorità malinconiche o drammatiche.
E qui devo assolutamente citare Marco Gollini, il mio arrangiatore di fiducia, nonché cofondatore di Mad Records insieme alla sorella Silvia Gollini, che ha composto la melodia di Ostaggi, la mia prima canzone. Collaboriamo dal 2019 e, come dico spesso, Marco possiede un vero e proprio genio creativo.
Negli anni abbiamo imparato a conoscerci artisticamente e anche umanamente e questo ci permette di comprenderci anche quando le mie indicazioni musicali sono tutt’altro che tecniche!
Io non sono una musicista nel senso più tradizionale del termine e spesso faccio fatica a tradurre in termini musicali quello che ho in testa. Per spiegare il nostro modo di lavorare utilizzo sempre una metafora: io porto la stoffa e un bozzetto, spesso piuttosto vago, e Marco riesce a confezionare il vestito.
Nel caso di Neurodivertente, è riuscito a cogliere tutte le sfumature che cercavo di descrivergli, dando vita a un arrangiamento che rispecchiava quello che avevo immaginato nella mia testa, una sensazione meravigliosa.
È riuscito a trovare il giusto equilibrio tra l’energia del rock, l’immediatezza del pop e quella dimensione un po’ imprevedibile e giocosa che volevo trasmettere.
Credo che una delle fortune più grandi per chi scrive canzoni sia incontrare qualcuno capace di ascoltare non soltanto quello che gli dici, ma anche quello che stai cercando di dire senza riuscire ancora a trovare le parole giuste.
E Marco, in questo, è davvero straordinario. Sono felice di poter condividere con lui e con Mad Records questo percorso artistico.

“Neurodivertente” è un titolo magnetico, spiazzante e ricco di sfumature: come è nata questa parola e che cosa rappresenta per te e per la tua visione del mondo?
Neurodivertente è una parola nata da un errore di battitura, nell’estate del 2025.
Era un periodo particolare: avevo molto tempo a disposizione e avevo deciso che fosse arrivato il momento di tirare fuori un po’ di cose che mi portavo dentro. Scrivere, almeno per me, non è sempre semplice. Significa entrare in contatto con emozioni, ricordi e aspetti di sé che a volte sarebbe molto più comodo lasciare dove sono.
Quell’estate, invece, sentivo proprio il bisogno di lasciarli uscire. E così, nel giro di una settimana, ho scritto tutti i testi di FUORI ASSE, in realtà ne ho scritti di più ma poi ne ho scelti solo alcuni da cui poi è nato appunto il mio primo album: Fuori Asse.
Un giorno stavo prendendo appunti per una canzone sulla neurodivergenza. Da tempo mi interrogavo su alcune caratteristiche del mio modo di funzionare, anche in relazione a un probabile funzionamento ADHD. Ho effettuato dei test, ma non ho mai cercato una diagnosi ufficiale, e ci tengo a precisarlo. Quello che volevo raccontare, quindi, non era una condizione clinica, ma la mia esperienza personale, le sensazioni che provo quotidianamente e il modo in cui percepisco me stessa. Forse volevo solamente raccontare qualcosa in cui mi riconoscevo molto. Volevo farlo con rispetto, delicatezza, consapevolezza e soprattutto senza drammatizzare.
Mentre scrivevo la parola “neurodivergente”, ho sbagliato a digitare e mi è uscita quella parola: “neurodivertente”.
Mi sono fermata a guardarla e ho capito immediatamente che era esattamente la parola che stavo cercando, senza sapere di cercarla.
Perché volevo raccontare quella sensazione di avere la testa costantemente in movimento, come se non esistesse mai un vero pulsante per metterla in pausa. Le mille idee, le faccende iniziate e lasciate a metà, le sette agende comprate perché devo assolutamente annotare tutto, salvo poi dimenticare cosa ci avevo scritto o, peggio ancora, dove ho messo l’agenda stessa!
Volevo raccontare i ritardi cronici, la difficoltà di organizzarmi, ma anche un aspetto più delicato: il modo in cui vivo le relazioni. A volte, quando una persona non è fisicamente presente nella mia quotidianità, devo compiere uno sforzo cognitivo importante per ricordarmi di coltivare quel rapporto. Non perché quella persona non sia importante per me, ma perché il mio modo di gestire l’attenzione e la presenza è particolare, e non sempre facile da spiegare.
E poi c’è l’altra faccia della medaglia: una creatività che sembra non fermarsi mai, la capacità di lavorare sotto pressione, magari all’ultimo minuto, e di fare dieci cose contemporaneamente in un tempo in cui normalmente un’altra persona ne farebbe due. Salvo poi attraversare periodi in cui mi sembra di non riuscire a combinare assolutamente niente e periodi in cui, anche se combino qualcosa, la sindrome dell’impostore mi tiene per la collottola e mi fa sentire come la persona peggiore del mondo.
Insomma, volevo raccontare tutte queste contraddizioni, senza giudicarle necessariamente come pregi o difetti.
Mi sono sempre sentita, in qualche modo, diversa dagli altri. E forse, proprio per questo, non cercavo un’etichetta che mi definisse una volta per tutte, né volevo che una possibile diagnosi diventasse l’unico modo di interpretare chi sono.
Cercavo piuttosto un linguaggio che mi aiutasse a conoscermi e a raccontarmi, lasciando spazio anche alla parte di me che amo di più: quella creativa, imprevedibile, piena di idee, che qualche volta mi complica terribilmente la vita e altre volte me la rende meravigliosamente interessante.
Neurodivertente è diventata la parola perfetta proprio perché non cancella le difficoltà, ma non lascia nemmeno che siano soltanto quelle a definirmi.
E trovo abbastanza divertente che, tra tutte le parole che avrei potuto scegliere per raccontare una mente che fatica a seguire percorsi lineari, quella giusta sia arrivata proprio mentre stavo sbagliando qualcosa.

Questo brano apre una finestra importante sulla tua evoluzione artistica: cosa dobbiamo aspettarci dai prossimi capitoli del tuo percorso musicale?
Spero che dobbiate aspettarvi qualche sorpresa, perché io per prima ho intenzione di continuare a sorprendermi!
Neurodivertente è una delle stelle di FUORI ASSE – carta celeste per stelle inclinate, il progetto discografico al quale sto lavorando e che, in un certo senso, rappresenta il tentativo di mettere ordine in tutto quello che ordinato non è.
Ogni canzone è una stella, ogni stella racconta una storia diversa: ci sono le relazioni, le fragilità, la libertà, le ingiustizie, la gratitudine, le contraddizioni. Temi che apparentemente possono sembrare lontani tra loro, ma che per me appartengono tutti allo stesso universo, quello delle persone e delle loro infinite sfaccettature.
Dal punto di vista musicale sto cercando di consolidare un’identità pop-rock, lasciando spazio alla sperimentazione senza perdere la centralità delle parole. Per me il testo resta il punto di partenza, ma mi piace sempre di più l’idea che anche il suono possa diventare parte integrante della narrazione.
E poi c’è tutto il mondo delle immagini, che ultimamente mi sta appassionando moltissimo. Mi sono avvicinata da autodidatta agli strumenti di intelligenza artificiale e ho iniziato a realizzare personalmente alcuni videoclip, come quelli di A Metà Strada e Neurodivertente. È un terreno sul quale sto ancora imparando, ma mi permette di dare forma a idee che, fino a poco tempo fa, sarebbero state difficili da realizzare con i mezzi di un’artista indipendente.
Parallelamente sto lavorando a un progetto che mi emoziona particolarmente: uno spettacolo teatrale costruito intorno alle mie canzoni. Vengo dal teatro e dal musical, e mi piacerebbe riuscire a portare sul palco non soltanto un concerto, ma un’esperienza in cui musica, recitazione e racconto si incontrino.
Non ho ancora date da annunciare, ma il desiderio di tornare a esibirmi dal vivo è fortissimo.
Credo che il prossimo capitolo del mio percorso sarà proprio questo: provare a far dialogare sempre di più tutte le forme artistiche che mi appartengono, senza sentirmi obbligata a sceglierne una sola.
D’altra parte, se ho chiamato il disco FUORI ASSE, sarebbe piuttosto incoerente pretendere di seguire una traiettoria perfettamente dritta!

 

- 19/10/2026

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