Diafano vuol dire solamente pallido o può voler rimandare anche alla limpidezza? La poetica di Chiara Evangelista rimanda all’idea della “diafania” e solo in apparenza, alla trasparenza e alla limpidezza. Quel che limpidamente rimane scolpito nella coscienza, alla lettura delle sue poesie è la fede incondizionata, genuina, giovane, fresca, alla parola poetica. Il tenore sereno che permea il suo sguardo e che si riverbera nei suoi versi ha a che vedere con una sorta di fede, che per definizione è irrazionale ma adamantina, fede che finisce per essere declinata nell’unico modo possibile: come “professione”. Professione di fede è infatti l’atto più alto e compiuto che il rito religioso preveda, cioè la preghiera ed il culto. “Professione”, in un contesto semiotico e semantico diverso, è anche il termine che designa una adesione serissima, nient’affatto dilettantesca, alla dimensione poetica: quella di Chiara Evangelista. L’attenzione, l’attrazione, l’amore per la parola e la comunicazione che ad essa è ancorata si riflettono peraltro nell’impegno, in ambito giornalistico e radiofonico, dell’autrice.

Ma torniamo al nucleo centrale della bizzarra e baldanzosa speculazione in cui mi sto cimentando e che vorrebbe essere una nota a margine possibilmente non marginale, ma centrata tutta sull’ultima fatica dell’a evangelista: “IL TALCO SULLA CENERE”. Torniamo dunque all’idea del diafano. La cenere e il talco sono accumunati dalla qualità pulviscolare della loro struttura fisica, assomigliano a ciò che è diafano ma non limpido. Il talco pulisce e profuma imbianchendo, la cenere veniva adoperata per detergere in epoca pre-industriale, ora è solo uno scarto, il lascito di un fuoco esaurito. L’idea del diafano è la prima cosa venutami in mente quando ho avuto modo di conoscere Chiara e poi di leggerla attraverso i suoi scritti. La Evangelista non colora le sue sillogi, piuttosto le decolora, esercita un’opera di sottrazione sul verso, lo rende essenziale nella sua realtà fonetica e fonemica, lo espunge da qualsivoglia caricatura patetica, adopera la parola senza quasi adoperarsi in essa. Già, adoperarsi: perché l’equivoco del “soggetto poetico” è sempre in agguato, per quel che ne sappia. Fino a che punto la poesia che voglia dirsi tale, rimane vera “poeiesis” senza tramutarsi in “auto-poeisis”? Fino a che punto la produzione poetica è un costrutto semantico che nel migliore dei casi assurge ad un vero e proprio “linguaggio” ad uno “stile” e non piuttosto (come accade e rischia di accadere ai piccoli come ai grandi), la costruzione di una personalità poetica? Più che una domanda questa sembra una questione irrisolta, un’aporia vera e propria, se anche il Montale giovane (ingenuo? inesperto?) de “Gli ossi di seppia” prendeva di mira “i poeti laureati”, salvo poi non rinunciare affatto ad un aulicismo tutto conchiuso nella ricercatezza lessicale.

Nelle poesie di Chiara Evangelista trapela l’intuizione che può risolvere l’aporia di cui parlavo; nei suoi versi l’-oggetto- poetico è sempre precisamente evidente, portato in luce, quasi mai evocato senza dirne esplicitamente. E di contro, il soggetto poetico non assume dimensioni ingombranti, diventa semplicemente il latore dell’oggetto poetico, colui (colei) che ponendolo in luce, secondo la sua personale luce, finisce con il descriverne e il riscriverne l’essenza. Ad esempio in “UN’IMMAGINE ADIACENTE”

CHE SIA QUESTO L’AMORE?

UNA LACRIMA INGOIATA NELLA TRACHEA DEL

“VORREI”

DIGERITA NELLO STOMACO DEL “NON POSSO”.

CHE SIA QUESTO L’AMORE?

UN’IMMAGINE NELLO SPECCHIO

NON RIFLESSA MA ADIACENTE.

Qui lo specchio che non riproduce più un’immagine riflessa ma adiacente è la fine del narcisismo, rimanda alla domanda del primo verso, è l’esordio dell’amore maturo. Il percorso poetico è squisitamente giovanile, permette l’acquisizione, verso dopo verso, di nuove consapevoli prospettive sul mondo, che possono nascere non tanto dalle risposte giuste ma dalle giuste domande, le domande di senso:

“LA VITA E’ COME LA SI SCEGLIE DI BERE

DALLA BOTTIGLIA O DAL BICCHIERE?”

Tuttavia quel che più mi ha colpito delle poesie di Chiara Evangelista è la freschezza dello sguardo intimamente fiducioso. Quando una creatura giovane è gioiosa, confidente nel futuro, ha un atteggiamento proattivo nei confronti della realtà, tutto sommato lo si considera un fatto senza particolare significato, un dato di natura. Se però un’attitudine del genere viene riservata alla parola, ad ogni parola, persino alle particelle, ai pronomi, come ne “LA BALLATA DEI PRONOMI” allora non può passare inosservato. In un recente articolo del novembre 2020, pubblicato su “Neohelicon” ed intitolato “LA PAROLA ALLE COSE. ALCUNE ESEMPI NELLA POESIA ITALIANA DEL NOVECENTO” Stefano Sasso scrive:

Nella prospettiva di questo scritto, le cose (e le persone a cui spesso si riferiscono), sono affidate alle parole della poesia, che (come nella pittura, nella fotografia e nel cinema) vengono trasportate in un altro spazio, che le sospende e le salva dal tempo e dall’oblio”.

Bene, fatta questa premessa, ne “LA BALLATA DEI PRONOMI”, questi stessi (i pronomi, appunto) vengono sussunti ad oggetti poetici; di più, vengono antropomorfizzati e non certo per dissacrarli o per connotarli in termini favolistici, piuttosto per conferire loro l’anima che si meritano, che ogni segno sul foglio bianco si merita senza essere espunto dalla selezione dell’-EVIDENZIATORE GIALLO-.  In tal senso, la Evangelista si ancora alla poesia italiana contemporanea, sovente elaborando componimenti in cui tra il titolo e i versi c’è un continuo rimando, più o meno esplicito, quasi a voler difendere la poesia dall’aggressione del tempo presente e digitale e frenetico ed atomistico, nel quale viviamo. Sembra dire: guardate, la poesia non solo è possibile, ma reale, tangibile, è un afflato, un “approccio”, un modo, un tono e come tale (come approccio, modo, tono), è dovunque e forse (dico forse) in nessun luogo.

Contemporaneità, dunque. Eppure nella semplicità non facile del versificare della Evangelista si avverte l’eco lontana ma nitida dei crepuscolari, la poetica delle piccole cose, stemperata senza serenità, la domanda inevasa, che non può alimentarsi nella risposta o nella sua ricerca, ma rimane sospesa o si ancora all’io formulante, come in Corazzini di POESIE: “Son dunque…che cosa? /Io metto una lente/davanti al mio cuore/per farlo vedere alla gente. / Chi sono?/ Il saltimbanco dell’anima mia.” La forma chiusa, telegrafica, quasi epigrammatica di alcuni componimenti, non può non ricordare il Caproni più maturo o lo stesso Penna (infinitamente semplice e compiuto nella sua essenzialità), benché -beninteso, esiti di tale levatura nella Evangelista sono ancora di là da venire e glieli auguro di cuore.

Per concludere, mi piace tornare all’antico crinale ermeneutico della figura poetica orfica rispetto a quella veggente, una dicotomia antica che un poeta -e amico, Pasquale Vitagliano, ha voluto risolvere in modo originale, qualificando come poesia cinematica una delle sue ultime raccolte poetiche, “DEL FARE SPIETATO” e riferendosi con questo ad un costrutto poetico imperniato su uno sguardo dinamico, cinematografico. Ebbene, quello di Chiara Evangelista è sicuramente più sguardo che canto, uno sguardo nitido, sereno. Ma per quanto tempo ancora questa serenità verrà mantenuta? Me lo chiedevo in questi giorni di ricerca in vista dell’elaborazione di questo mio contributo. Il bello della poesia contemporanea è che è così sterminata da riservare ai poeti dilettanti come me, che per un senso di rispetto pubblicano poco ed eviterebbero volentieri di farlo, sempre liete sorprese. E così mentre scorrevo siti e compulsavo libri, mi sono imbattuto in una lirica di Fernando Bandini  (da LA MANTIDE E LA CITTA’, MONDADORI 1979):

E TUTTA QUESTA GENTE CHE MI SUPERA

SENZA VOLTARSI INDIETRO, NON BADANDO AGLI EHILA’

CHE GRIDO ALLE SUE SPALLE

(SPALLE PIEGATE IN AVANTI NELLO

SFORZO DI ANDARE PIU’ IN FRETTA, PIU’ IN FRETTA).

NON LI HO VEDUTI IN VISO E NON MI HANNO GUARDATO.

ERANO INDIFFERENTI AGLI INCONTRI SPORADICI

AI SALUTI AGLI ALLARMI

E VANNO (ME LO MORMORA LA MIA BILE CREPATA)

AL POSTO CHE ANCH’IO SO, CHE VORREI ANCH’IO.

CON NUCHE ALTERE E CERTEZZE NEL PASSO

CARACCOLLANTE E SUPERBO QUALI

NELLA MIA VITA NON HO MAI OSATO.

MA IO NON VADO VERSO, IO MI SONO FERMATO,

PER QUESTO QUALCOSA RIESCO A VEDERE.

L’Evangelista sa fermare lo sguardo, e come emerge da una sua poesia, sa cogliere al volo la carcassa di una volpe sul ciglio della strada: cosa succederà quando sarà riuscita a vedere tutto quel che potrebbe vedere? O a immaginarlo, se non l’ha potuto veder

 Info link

https://www.amazon.it/talco-sulla-cenere-Chiara-Evangelista/dp/1099737583

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here