“Stranger Things 3”: l’estate della fine dell’innocenza

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Estate del 1985: a quasi un anno di distanza dai terribili eventi vissuti dallo sceriffo Hopper, Undici e il gruppo di amici formato da Mike, Lucas, Dustin, Max e Will, la cittadina di Hawkins sembra aver ritrovato, in parte, la normalità. Lo Starcourt, un enorme centro commerciale aperto da poco, è diventato la nuova attrattiva anche se ad appannaggio delle piccole attività e il fermento dei preparativi per la festa dell’Indipendenza manda in visibilio molti cittadini. Ma, ben presto, una vecchia minaccia proveniente dal Sottosopra e una segreta operazione militare sovietica mettono a repentaglio l’esistenza di tutta Hawkins. Ancora una volta, come in passato, Undici, Mike, Dustin, Will, Lucas, Max e Hopper, aiutati da Joyce, Steve, Nancy, Jonathan e dalla nuova amica Robin dovranno affrontare, nuovamente, gli orrori già debellati in precedenza.

Nel 2016 Stranger Things si è rivelata la serie evento dell’anno, portando con sé una ventata di freschezza senza eguali. Bissato il successo nel 2017 con Stranger Things 2 ai Duffer Brothers e a casa Netflix non è restato altro che tentare, in tutti i modi, di riuscire a superare tutto ciò che è già stato mostrato nelle prime due stagioni. Non a caso, sono stati necessari quasi due anni per ritrovare e – parimenti – rivedere in azione il gruppo di ragazzini nerd e i loro comprimari. Molto tempo, quindi, ma scelta migliore non poteva essere fatta poiché, ora come ora, è stato possibile godere dei frutti della non breve gestazione di questa terza stagione. Difatti Stranger Things 3, nonostante sia il naturale continuum delle vicende dell’universo narrativo creato da Matt e Ross Duffer, si pone, fin dalle battute iniziali, come opera di transizione verso qualcosa di ben diverso rispetto al passato. A cambiare, in primis, sono gli oramai amati e familiari protagonisti: tutto il giovane cast ha due anni in più sulle spalle e, di certo, questo processo biologico non poteva essere omesso all’interno della storia di Stranger Things 3. In questa stagione non ci sono più bambini pronti ad affrontare qualunque tipo di aberrazione mostruosa come se ci si trovasse in una partita di Dungeons & Dragons bensì ragazzini che si avviano, prepotentemente e senza esclusione alcuna, verso l’età dell’adolescenza.

È un “mondo nuovo” quello al centro di Stranger Things 3, un mondo in perenne mutamento e, con esso, a cambiare sono i corpi e le mentalità: non c’è più il tempo per le avventure nei boschi o le partite ai videogame e ai giochi da tavolo. Ora, è il tempo delle scoperte dell’altro da sé, di quei primi amori apripista verso quell’età non più da bambini ma, utilizzando una terminologia oggi molto comune, da young adult. È un mutamento, questo posto sotto la lente, dal quale ne rimangono esclusi gli eterni Peter Pan Will e, anche se non del tutto, l’ingegnoso Dustin che, a modo suo, è riuscito a trovare l’amore – nonostante la distanza – in un campo estivo. Stranger Things 3 diventa, così, una cesura fra quello che c’è stato e quello che ci sarà, mettendo in scena l’estate della fine dell’innocenza, lo sgretolamento di un solido nucleo di amici/famiglia. Parimenti, in Stranger Things 3 trova anche spazio il rapporto tra padre e figlia, ovvero quello tra lo sceriffo Hopper e Undici: un rapporto sì tra padre putativo e figlia acquisita che, nonostante la mancanza di un vero legame di sangue, non è privo di nulla come le responsabilità, le gelosie del caso e quel senso di iperprotezione che, in qualche modo, rendono il personaggio di Hopper leggermente stereotipato ma, al tempo stesso, divertente senza perdere il proprio spessore.

Ma, oltre alle novità sociologiche e psicologiche, ciò che veramente rende questa terza stagione di Stranger Things diversa rispetto alle precedenti è il decisivo cambio di rotta a livello contenutistico. Di fianco alla perfetta ambientazione, ricostruita con perizia e passione, degli anni Ottanta e al già ben collaudato citazionismo diretto e indiretto (sarebbe necessario uno spazio apposito per elencare tutti gli easter eggs presenti in questo atto III), l’aria che si respira in Stranger Things 3 è tutt’altra: molto più cupa e violenta che in precedenza, la serie dei Duffer Brothers ha conquistato, finalmente, quella totale maturità che, prima, non riusciva a raggiungere il suo massimo apice. Non sono nascosti i modelli di riferimento dai quali Stranger Things 3 ne ha tratto importanti ispirazioni: a partire dal body horror, categoria all’interno del genere orrorifico che, durante gli anni Ottanta, ha regnato in maniera sovrana portando sul grande schermo la paura e le paranoie dei corpi in mutazione, fino alle spy story e ai war movie distopici come Alba rossa. Tra omaggi a La cosa, Blob – Il fluido che uccide e alla saga zombesca di George A. Romero Stranger Things 3 offre una buona dose splatter con corpi che esplodono, si liquefano e mutano e, parimenti, concedendo più di una sequenza di assedio alla John Carpenter, marchio di fabbrica omaggiato e plagiato da tanti prodotti cinematografici e non. Così come, al pari delle due stagioni prequel, quel clima paranoide figlio della Guerra Fredda trova la sua giusta trasmutazione materiale nella presenza del nemico sovietico in terra stars and stripes, con tanto di scienziati e super soldati dell’Armata Rossa quasi indistruttibili al pari di un terminator.

Stranger Things 3 è tutto questo e ancora di più: è la prova decisiva di aver raggiunto la propria “età adulta” volta a un crescendo di tematiche e contenuti sempre più mirati verso una fascia di spettatori maturi. E la dimostrazione di tale affermazione è confermata grazie all’ottavo episodio conclusivo, settantasette minuti di puro spettacolo in cui si incrociano e si amalgamano tragicamente orrore, paura, sgomento, amicizia, amore, sacrificio, morte e lacrime. Se in Stranger Things e Stranger Things 2 la morte è sì trattata ma circoscrivendola sempre ai margini, in Stranger Things 3 tale argomento viene affrontato nell’ineluttabile prospettiva realista di aver perso, per sempre, qualcuno. Con molte probabilità, a innalzare ulteriormente la qualità complessiva di un’opera totale come Stranger Things ci pensa il drammatico e inaspettato finale che colpisce duro come un pugno nello stomaco con tutta la sua carica di pathos e catarsi, diventando il punto di non ritorno, la frattura tra la fine delle illusioni e la presa di coscienza della dura realtà. Tra citazionismo, nostalgia, momenti introspettivi, orrore, sorprese (su tutte il personaggio di Robin, new entry interpretata con magnetico carisma dall’esordiente Maya Thurman Hawke, figlia di Uma Thurman ed Ethan Hawke) e non pochi momenti di commozione Stranger Things 3 si conferma, ancora una volta, come opus unica nel suo genere difficile da eguagliare e da spodestare dal cuore di ogni, vero cinefilo amante degli anni Ottanta. Un’opera che, nonostante sembra aver già detto tutto, lascia uno spiraglio sulla possibilità di una quarta stagione: in fondo, forse conviene davvero tenere la porta aperta di dieci centimetri sul futuro di questo capolavoro dei nostri tempi.

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