Stefano Durante e il valore umano della medicina nel libro “Medicina e (È) Comunicazione”

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Nel saggio “Medicina e (È) Comunicazione”, Stefano Durante affronta il rapporto tra medico e paziente con uno sguardo pratico e umano. Questa intervista esplora il suo pensiero tra letteratura, formazione e realtà quotidiana, cercando di cogliere il lato più autentico del suo approccio.

 

Il tuo libro sembra voler ristabilire un equilibrio tra scienza e umanità. Quanto ha influito la letteratura, anche non medica, nella costruzione di questo pensiero?

In realtà, la mia visione non mira a “ristabilire” un equilibrio, quanto piuttosto a riportare l’attenzione su una verità di fondo: non c’è mai stata, e non può esserci, una reale separazione tra la scienza medica e l’umanità. La medicina è, per sua natura, una disciplina profondamente umanistica. Certamente la letteratura ha giocato un ruolo fondamentale nel plasmare la percezione collettiva della figura del medico. Pensiamo ai grandi archetipi letterari: dal Dottor Živago al Dottor Rieux di Camus, dal Dottor Frankenstein  fino al Dottor Manson de La cittadella di Cronin, la narrativa ha sempre dipinto il medico come un ponte tra il rigore scientifico e il dramma esistenziale dell’individuo. La letteratura, insomma, non ha “inventato” l’umanità del medico, ma ne ha evidenziato la necessità ineludibile. Il punto che vorrei sottolineare è che l’empatia non è un “accessorio” sentimentale, ma una competenza tecnica a tutti gli effetti. Un medico non può curare efficacemente se non è in grado di comprendere l’uomo che ha di fronte. Per mestiere, il clinico deve abitare lo spazio che corre tra il dato biologico e la storia personale del paziente. Se oggi avvertiamo la necessità di parlare di ‘umanizzazione’, è forse perché abbiamo smarrito la consapevolezza che, storicamente e intrinsecamente, la cura è sempre stata un atto che richiede, in egual misura, la precisione della scienza e la profondità dell’umanità.

In alcuni passaggi, soprattutto quando parli della comunicazione delle brutte notizie, si percepisce un tono molto diretto. È una scelta voluta per scuotere chi legge?

Sì, la scelta di essere diretto è intenzionale. Credo che, quando si parla di brutte notizie, la chiarezza sia la prima forma di rispetto verso il paziente. Spesso si confonde l’empatia con il “mitigare” la realtà o con l’addolcire i termini per paura di ferire: credo che questo sia un errore pericoloso. La verità, per quanto dolorosa, è l’unico terreno solido su cui medico e paziente possono costruire un percorso comune. Il mio approccio non mira a scuotere per provocazione, ma per restituire al paziente la sua dignità. Dare speranza è un dovere del medico, ma quella speranza non deve mai trasformarsi in inganno o in una falsa aspettativa. Comunicare correttamente significa trasmettere la realtà dei fatti senza togliere al paziente la possibilità di comprendere la sua condizione e di orientare le proprie scelte. Certamente l’essere diretti non è un parametro rigido, ma uno strumento che va calibrato. Ogni paziente ha un vissuto, un bagaglio culturale e una sensibilità diversa: il medico deve avere la capacità di leggere chi ha di fronte, modulando il linguaggio senza mai tradire la sostanza della verità. La comunicazione è, a tutti gli effetti, una cura, e come tale richiede un dosaggio estremamente preciso.

Nel comunicato si parla di una “battaglia informativa con Internet”. Non credi però che il paziente informato possa essere anche un alleato, se guidato bene?

È una domanda centrale. Credo che la confusione nasca da un equivoco terminologico: c’è una profonda differenza tra un paziente “informato” e un paziente che si è “auto-diagnosticato” tramite il web. Un paziente realmente informato è, senza dubbio, il miglior alleato del medico. È una persona che partecipa attivamente al percorso di cura, pone domande pertinenti e comprende il senso della terapia. Il problema sorge quando l’accesso indiscriminato alla rete sostituisce il confronto clinico. Internet offre una quantità di dati sterminata, ma la medicina non è un mero accumulo di dati: è l’interpretazione di quegli stessi dati alla luce della singolarità di chi abbiamo di fronte. Pensiamo, ad esempio, all’Intelligenza Artificiale: in termini puramente statistici e di elaborazione dati è superiore a qualsiasi medico. Eppure, le sue risposte sono ‘standardizzate’. L’AI non conosce il vissuto, le paure, il contesto sociale o la sensibilità del paziente specifico. Il medico, invece, fa proprio questo: integra il dato scientifico con il volto della persona. Quindi, il mio invito è a un cambio di paradigma: la fonte primaria dell’informazione medica deve tornare ad essere il medico. Il paziente deve sentirsi libero di informarsi, ma preferibilmente in dialogo con lo specialista, evitando il rischio di cadere vittima di fake news o interpretazioni distorte che spesso finiscono per ribaltare i ruoli, portando il paziente a ‘dettare’ diagnosi e terapie. La sfida odierna non è rifiutare le informazioni, ma saperle filtrare attraverso la competenza di chi ha dedicato la propria vita a studiare la complessità dell’essere umano.

Se dovessi riassumere in una sola frase il messaggio più nascosto del libro, quello che non è immediatamente evidente, quale sarebbe?

Se dovessi riassumere il messaggio più profondo e meno immediatamente evidente del mio libro, direi che tutto si riduce a una sola parola: FIDUCIA. È il collante che permette alla scienza di diventare cura. Il medico ha il compito di istillarla e coltivarla quotidianamente e il paziente quello di riporla nel proprio medico, in un atto di affidamento che è il primo passo verso la guarigione. La ragione per cui ho scelto di dedicare questo libro a tale tema risiede in ciò che Fabrizio De André esprime magnificamente nel suo brano Il Medico: “Da bambino volevo guarire i ciliegi / Quando rossi di frutti li credevo feriti […] E non per un dio, ma nemmeno per gioco / Perché i ciliegi tornassero in fiore”. Ecco, la medicina è esattamente questo: non un atto rituale (“per un Dio”) né una mera prestazione tecnica o burocratica (“per gioco”), ma una missione profonda che nasce dal desiderio di vedere l’altro tornare a fiorire. La fiducia è ciò che trasforma il medico da semplice tecnico a custode di quella possibilità. Senza fiducia, anche la medicina più avanzata resta un guscio vuoto; con la fiducia, la scienza ritrova il suo scopo più nobile.

- 06/05/2026

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