“Sicario”: l’essere lupo in un mondo di lupi

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Uscito nelle sale cinematografiche quasi tre anni fa, Sicario è uno dei capolavori di Denis Villeneuve, autore di opere come Polytechnique e Blade Runner 2049. In attesa di vedere il sequel Soldado, diretto da Stefano Sollima, (ri)scopriamo il settimo lungometraggio del regista canadese

 

Distintasi in una delicata operazione a Phoenix, in Arizona, purtroppo conclusasi nel sangue, l’agente speciale dell’FBI Kate Macer (Emily Blunt) viene reclutata da Matt Graver (Josh Brolin), un ambiguo agente governativo a capo di una task force composta da agenti della DEA, sceriffi federali, operatori della Delta Force e, infine, dall’enigmatico e misterioso Alejandro (Benicio del Toro), un consulente che lavora per Graver. Scopo della squadra è quello di dar vita a una missione tra Stati Uniti e Messico, in modo tale da infliggere un duro colpo al narcotraffico e al dominio dei cartelli. Inizialmente riluttante, Kate accetta ma, una volta entrata in ballo, non può più ritirarsi. Senza veri alleati, escluso il collega Reggie Wayne (Daniel Kaluuya), Kate assiste imperterrita a una escalation di azioni poco pulite, fatte di sparatorie, interrogatori, assalti e violenza.

Maestro nel mettere in scena quella ostinata ricerca della verità Denis Villeneuve, classe 1967, dopo aver sfiorato l’Oscar per il miglior film e per la miglior regia rispettivamente con La donna che canta e Arrival, nel 2015 con Sicario ha aggiunto un altro tassello a quello che è il suo percorso narratologico volto a mostrare quei lati oscuri della società e dei Paesi che, agli occhi di chiunque, sembrano l’emblema della civiltà e privi di qualsivoglia aspetto negativo. Corroborato dall’ottima sceneggiatura di Taylor Sheridan, il regista canadese riprende in mano il filo del discorso già iniziato in Prisoners in modo tale da ampliarlo a dismisura all’interno di Sicario. Villeneuve mette nuovamente sotto la lente la riflessione sugli Stati Uniti d’America, su quella Nazione/melting pot dall’aspetto sempre onesto e ligio che, in realtà, nasconde le sue trame oscure come nelle piccole cittadine, in quei centri urbani di provincia in cui, a volte, la legge ha le mani legate e non resta che far ricorso alla detention illegale e alla giustizia sommaria viste in Prisoners oppure, come nel caso di Sicario, ricorrere alla extrema ratio volta a giustificare l’utilizzo poco ortodosso e onesto della forza.

Fin dalle battute iniziali del suo settimo lungometraggio, da quell’incipit in medias res teso e al cardiopalma, Villeneuve trascina lo spettatore con sé, in un mondo in preda alla più violenta e nichilista delle realtà. L’occhio spettatoriale, in questo caso, si allinea nella stessa e identica triangolazione visiva insita nel recente Blade Runner 2049, quella sovrapposizione tra sguardo del regista, della macchina da presa e dello spettatore stesso. A mostrare senza filtri tutto il male, la morte e il marciume di cui l’uomo è capace in un crescendo di suspense e tensione quasi insopportabili, ci pensa lo sguardo della Kate Macer (interpretata dalla convincente Emily Blunt), idealista agente dell’FBI testimone di un attuale in cui i cadaveri decomposti vengono celati – letteralmente – nelle mura di una abitazione periferica, i corpi nudi di uomini smembrati e mutilati vengono appesi ai cavalcavia sotto gli occhi, ormai assuefatti, dei cittadini e, anche su una satura highway a cavallo del confine, i soldati scelti dello Zio Sam non esitano a crivellare di proiettili la manovalanza armata dei cartelli dinnanzi a centinaia di testimoni. Non a caso, ancor prima di risolversi nella sua stessa natura da thriller venato da momenti decisamente più action, Sicario mostra la sua duplice struttura filmica: da un lato quella di un “war movie” urbano e tecnologico, fatto di convogli di SUV, pickup dotati di mitragliatrici, elicotteri e UAV quasi come se, al posto del Messico o dell’Arizona, ci si trovi in Afghanistan, in Iraq o nella sempre più attuale Siria; dall’altro lato quello di viaggio di andata e ritorno nell’inferno della guerra al narcotraffico, in cui non ci sono veri “buoni” ma, piuttosto, ruoli istituzionali ambigui e coevi a quelli della criminalità.

Assimilata le lectio sulla gestione degli spazi urbani (e non) di michaelmanniana memoria e l’approccio di regia orizzontale e verticale di Kathryn Bigelow, Denis Villeneuve raccoglie tutti gli elementi portanti di Sicario per farli detonare in ampie panoramiche e dolly dall’alto sugli scenari desertici e vuoti del Messico in netto contrasto con le location metropolitane che, al pari del circondario naturale, emanano una brutalità ancestrale ineluttabile. In questo ambiente “sospeso”, cristallizzato in una scomoda e, purtroppo, reale quotidianità, Macer diventa la pedina sacrificale, il capro espiatorio per giustificare l’ingiustificabile (come il ricorso alla tortura, netto richiamo al caso di Abu Ghraib), per agire oltre quei legali «limiti spostati più in là» pur di assicurare l’applicazione della giustizia. In ciò Villeneuve contrappone all’agente dell’FBI la figura di Alejandro (interpretato da un Benicio del Toro in stato di grazia e altamente inquietante), il trait d’union super partes in mezzo alla guerra di confine e senza quartiere tra America e Messico che, in più di un’occasione, ricorda a Macer quanto sia importante l’essere lupo in un mondo di lupi affinché ci si possa – sempre – assicurare la sopravvivenza. Sicario è uno scontro di forze in campo che si mischiano tra di loro plasmandosi in un qualcosa di non ben definito. Ad assurgere a simbolo di tale affermazione ci pensa la scena più esplicativa del film di Villeneuve, quella in cui i membri della task force, al crepuscolo, si inoltrano nel deserto messicano per il raid al tunnel e, uno a uno, scompaiono confondendosi con quella buia linea dell’orizzonte che, grazie ai manierismi registici dell’autore di Enemy, diventa metafora di un confine tra bene e male sempre più borderline e flebile.

Con tre sequenze da antonomasia (come quella dell’autostrada, l’assalto girato in visione notturna memore di Zero Dark Thirty e la resa dei conti finale), un cast perfetto e avvalendosi di un forte impianto registico/fotografico/sonoro di una ricercatezza estetica e visiva senza eguali, Sicario sospende il giudizio morale, etico e politico ma, ciononostante, affermandosi come crudo, realistico e violento capolavoro: troppo riduttivo etichettarlo come un thriller e banalmente semplicistico anche farlo rientrare nei ranghi del genere action, l’opus n. sette di Villeneuve è una coraggiosa e aspra critica contro quel sistema governativo a stelle e strisce che vive di quel patriottismo – a volte – scellerato ed esaltato, fatto di bandiere (spesso presenti nelle inquadrature villeneuviane) e di valenti e addestrati operatori veterani delle più svariate guerre mediorientali che, non riuscendo più a scollarsele di dosso, trasferiscono i “conflitti” in casa propria. Film in cui l’azione del vedere e il soffermarsi dello sguardo rivestono un ruolo di prim’ordine Sicario, diversamente dal bigelowiano ed essenziale Zero Dark Thirty, non presenta vincitori ma piuttosto vinti, trasfigurati nella Kate Macer/Emily Blunt che – in confronto alla Maya Lambert/Jessica Chastain che in Zero Dark Thirty si lascia andare a quel pianto liberatorio per la sua mission accomplished – si rassegna e si arrende a tutto l’orrore supportato e sopportato, a ciò che ha visto e che non avrebbe dovuto vedere, lasciando che le crepe sulla sua maschera di forte e – al tempo stesso – debole eroina affiorino nell’annichilente certezza che, forse, il bene non esiste e, probabilmente, non è mai esistito.

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