All’interno di un panorama cinematografico sempre più votato alla produzione di quello che, a partire dalla fine della prima metà degli anni ’70, teorici e critici hanno definito corporate blockbuster, vi persiste – fortunatamente – una linea registica che, si potrebbe definire, d’autore classico.

Ed ecco che, di fianco ad un cinema di puro entertainment, in cui l’onnipresente – quanto inutile – 3D è utilizzato per esaltare una sorta di iperrealismo dell’assurdo delle azioni piene di non-sense dell’eroe tutto muscoli di turno, emerge un cinema dallo stampo e dal sapore classico di altri tempi.

Tale classicismo (che non può non rimembrare la contemporanea produzione eastwoodiana) permea lo splendido – quanto struggente – ultimo film di Derek Cianfrance: Come un tuono (The Place Beyond the Pines, 2012). Opera terza del regista (dopo Brother Tied, id., 1998 e Blue Valentine, id., 2010), Come un tuono presenta una struttura filmica perfettamente classicheggiante. Ma classico va qui inteso nell’accezione di semplice. Il film di Cianfrance è, infatti, capace di toccare le corde emotive/sentimentali dello spettatore, senza ricorrere ad un’inutile quanto melensa retorica discorsiva portando in scena quella che potrebbe sembrare, ad un primo sguardo, una storia qualunque della provincia americana: Luke Glanton (Ryan Gosling) è uno stuntman motociclista che si esibisce all’interno di un Luna Park itinerante. La sua vita scorre, tra un’esibizione e un’altra, in maniera approssimativa finché un giorno, casualmente, scopre di essere padre di un bambino avuto dalla fortuita relazione con Romina (Eva Mendes). Luke sente di avere delle responsabilità di padre verso suo figlio e, così, abbandona il lavoro di stuntman per cercare di meglio. Ma quel poco da lui guadagnato non è sufficiente per il sostentamento del piccolo. Da qui, l’amara decisione di rapinare banche per procurarsi il denaro necessario. Ma, dopo una serie di colpi andati a segno, il Fato si presenta al cospetto di Luke per riscuotere: alla fine di una rapina andata male, il giovane padre trova sulla sua strada l’agente di polizia e, anch’egli, padre di famiglia Avery Cross (Bradley Cooper). E questo incontro/scontro non può che portare a delle estreme conseguenze…

La potenza filmica di Come un tuono prende le mosse proprio dal lungo incipit (di quasi un’ora) che presenta la storia e i personaggi che la permeano, per poi imboccare, dopo l’introduzione, una via completamente differente. Cianfrance (che è anche sceneggiatore del film) nella prima metà della sua opera, effettua una mise en scène di vari generi (film sentimentale, buddy movie, heist movie, poliziesco) mantenendo, però, tale commistione su un regime sia narrativo (la sinossi semplice e senza incongruenze) sia tecnicistico (l’utilizzo frequente dei primi e primissimi piani, del campo/controcampo, del piano sequenza, dei dolly dall’alto e delle panoramiche che abbracciano gli ambienti naturali circostanti), abbastanza classico, fatta eccezione per due sequenze virtuosistiche (quella iniziale, con la steadicam che segue Luke sempre di spalle, e quella dell’inseguimento dopo la rapina girata in camera car, prima, e con la steadicam, dopo). Nella seconda metà, invece, il film vira verso il dramma più puro, poiché Come un tuono non è che questo: un dramma esistenziale basato su una struttura dicotomica: da un lato vi è la più classica delle strutture di dostoevskiana memoria (rintracciabile anche nel bellissimo In Bruges – La coscienza dell’assassino In Bruges, 2008, di Martin McDonagh e nel recente e altrettanto splendido London Boulevard, id., 2010, di William Monahan), secondo la quale ogni azione sbagliata viene, inevitabilmente, punita (Luke perde la vita per mano di Avery il quale, a sua volta, viene ferito da Luke); dall’altro lato, invece, vi è l’ereditarietà del destino da padre in figlio nonché il ripetersi di quest’ultimo.

Dopo una parentesi che mostra le conseguenze dell’accaduto, l’azione si sposta, con un jump-cut, quindici anni più tardi, ove si troveranno faccia a faccia il figlio di Luke e quello di Avery. È da questo incontro casuale e dall’emergere di una verità nascosta per anni, che si innesca quella spirale di vendetta basata sul primordiale impulso di lavare il sangue con altro sangue. Ma, anche quando sembra di essere arrivati ad un punto di non ritorno, ecco che vi si presentano, seppur silenti, delle forme di perdono.

Il regista non opta per una risoluzione finale basata sul ben collaudato Happy End, al contrario, consegna allo spettatore un finale spiazzante in cui non ci sono né vincitori né vinti ma solo personaggi consapevoli di dover pagare – indirettamente – le loro colpe (Avery che uccide per sbaglio Luke e, raccontando tutt’altra versione, passa per eroe) trasmesse ai propri figli.

Al di fuori dei due percorsi esistenziali principali su cui si dipana la vicenda, Come un tuono è, soprattutto, un crudo e critico ritratto di quell’America, per alcuni versi, inospitale (si veda, a proposito, l’ottimo film di Debra Granik, Un gelido inverno Winter’s Bone, 2010) e corrotta (i colleghi denunciati da Avery e la sua “auto-corruzione” per diventare vice-procuratore), che non ammette al suo interno (in questo caso in una piccola comunità) gli emarginati. Il personaggio interpretato da Gosling ha un punto in comune con quello di The Wrestler (id., 2008, di Darren Aronofsky): entrambi sono dei losers. Luke non rapina banche per un proprio istinto criminale, ma perché non riesce a trovare di meglio. Tutto il suo grande affetto non basta per assicurare una vita agiata al suo piccolo figlio. Nella piccola cittadina di Schenectady (NY), in cui le vicende del film prendono vita, non vi sono seconde chance per i reietti, per quelli come Luke che hanno vissuto una vita priva di affetti al margine della società.

Il messaggio che emerge, impietosamente, dalla pellicola è quello che solo il più forte e ambizioso può andare avanti (la versione di Cross, a suo favore, dello scontro a fuoco dopo la rapina, i compromessi di quest’ultimo per ambire al ruolo di procuratore) e sopravvivere alla società ma, contemporaneamente, vi è un sottotesto implicito: ogni colpa “nascosta” logora dall’interno fino a mettere in nuce le crepe dell’animo umano.

Come un tuono è un magistrale esempio di cinema classico che mantiene, tuttavia, uno sguardo contemporaneo: è un caso di cinema – si potrebbe dire – dell’anima, che mette a fuoco sotto la lente l’incontro/scontro tra realtà e vite diverse ma coabitate dalla stessa essenza di fatalità. È impossibile, quindi, non immedesimarsi e provare un inevitabile senso di catarsi con i personaggi: Gosling, come sempre, si conferma capace di emozionare anche con una semplice espressione del viso (le lacrime che sgorgano sul viso di Luke durante il battesimo del figlio, a cui assiste in modo “quasi” invisibile) o con un gesto (la foto da “allegra famiglia” con suo figlio e Romina, la telefonata di addio a quest’ultima mentre è barricato in una casa con la polizia alle costole) ma anche capace – come accadeva nel film di Nicolas Winding Refn, Drive (id., 2011) – di atti estremi (il colpo in faccia al padre putativo di suo figlio, che non gli permette di vedere il piccolo e che gli costerà la detenzione in carcere). Al suo fianco Bradley Cooper che, abbandonate le “notti da leone”, consegna un personaggio logorato dal senso di colpa, nonostante la sua facciata di uomo affermato. Infine, un elogio a Eva Mendes che interpreta alla perfezione il ruolo di una donna distrutta dalla storia degli eventi.

La certezza finale è quella che l’opera di Cianfrance investe lo spettatore con il massimo della sua potenza emotiva: «Se guidi come un fulmine, ti schianti come un tuono», declama il complice delle rapine a Luke. Frase emblematica dalla quale emerge la sicurezza che il film esternamente colpisce come un fulmine ma, internamente, scuote lo spirito come un tuono.

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