

Nato a Monte Argentario e con una base operativa che pulsa tra Porto Ercole, Los Angeles e Miami, Lorenzo Sabatini Pierini ridefinisce i confini della critica di costume e dell’immagine contemporanea. Giornalista pubblicista, art director, illustratore e sound designer (attivo anche con l’alias LORENZO FROM BOG), Sabatini unisce un rigore sartoriale ereditato dalla tradizione familiare e dalle botteghe maremmane a una visione globale e pop. Fondatore della piattaforma indipendente Fantamoda e del Laboratorio Porto Ercole, ha legato il suo nome alle grandi firme del giornalismo di moda italiano e a collaborazioni internazionali d’avanguardia, trasformando ogni progetto in un manifesto di identità, estetica e resistenza culturale.
Lorenzo, partiamo dalle fondamenta: come si concilia il legame viscerale con la Maremma e la sartoria d’atelier con una proiezione internazionale che attraversa Los Angeles, Miami e i mercati del Golfo?
La radice non è mai un’ancora che frena, ma il perno su cui costruire la leva. Porto Ercole e Orbetello non sono solo coordinate geografiche, ma laboratori di luce e materia dove ho imparato che l’eleganza non è un algoritmo di tendenza, ma una struttura antropologica. Portare questo retaggio negli Stati Uniti o dialogare con i codici globali significa imporre una grammatica visiva che non scende a compromessi con il consumo usa e getta. L’artigianato italiano, quando incontra la visione contemporanea, diventa un linguaggio universale.
Sei giornalista, art director, illustratore e musicista. Esiste un filo conduttore che unisce le tue copertine, i collage digitali e le tracce sonore di LORENZO FROM BOG?
Il filo conduttore è l’ossessione filologica. Non faccio distinzione tra una didascalia scritta per Vogue o Esquire, un’illustrazione d’arte e una barra rap prodotta sotto l’alias LORENZO FROM BOG. Tutto risponde alla stessa urgenza espressiva: l’architettura dell’immagine. I collage visivi che pubblico riflettono la stessa stratificazione storica che ricerco nei tessuti o nella metrica musicale. È un flusso sinestetico dove il suono diventa abito e l’illustrazione diventa testo.
Con Fantamoda e Fantamoda Agency hai scelto la via dell’indipendenza editoriale e creativa. Che spazio occupa oggi un magazine indipendente nel panorama saturo dei media digitali?
Occupa lo spazio della verità e del rischio. Quando i grandi gruppi editoriali standardizzano il pensiero, l’indipendenza diventa l’unico rifugio per la ricerca estetica intransigente. Fantamoda non è solo un aggregatore di contenuti, ma un hub B2B e un cantiere culturale dove la moda torna a essere uno strumento di indagine sociale, svincolato dalle logiche algoritmiche e dominato dalla forza del pezzo scritto e del progetto visivo d’autore.

Il tuo percorso visivo e le tue illustrazioni di moda sono oggi rappresentate a Milano dall’agenzia Cinquanta7 di Giuseppe Giarratana. In che modo il disegno a mano libera e l’arte visiva influenzano il tuo modo di fare comunicazione?
Il disegno è l’atto di sottrazione definitivo. Prima di scattare, di scrivere o di strutturare una campagna di brand journalism, io devo tracciare le linee. L’illustrazione ti costringe a comprendere i volumi, le ombre e le proporzioni reali di un abito o di un’idea. Essere parte della scuderia di Cinquanta7 significa dare a questa disciplina una dignità istituzionale, dimostrando che il tratto grafico può guidare la direzione artistica di un intero brand.
Hai collaborato con grandi nomi della moda internazionale e firmato progetti tra l’Italia e gli Stati Uniti, inclusa la recente e intensa parentesi con Art Hearts Fashion e Erik Rosete. Qual è l’insegnamento più grande che ti porti da queste esperienze globali?
Che il lusso non è sfarzo vuoto, ma precisione e rispetto per la filiera creativa. Lavorare sui palcoscenici di Los Angeles e Miami mi ha insegnato che l’identità italiana possiede un magnetismo ancestrale, purché non svenda la sua spina dorsale.
La collaborazione con Erik Rosete si è chiusa in un momento di altissimo riconoscimento internazionale — suggellato dal New York Fashion Award —, lasciandomi la certezza che la nostra sartorialità è un’arma culturale globale.
Il Laboratorio Porto Ercole e la Gallery de Tableau, affidata alla curatela di Alessio Paolo Musella, proiettano la tua estetica in una dimensione da galleria d’arte. Come dialogano moda e collezionismo nel tuo percorso?
Dialogano attraverso il concetto di permanenza. La moda vive di fugacità; il collezionismo e l’illustrazione d’archivio fissano il tempo. La sinergia con Alessio Paolo Musella — ponte ideale tra i mercati del Golfo e la Versilia — permette alle opere del Laboratorio Porto Ercole di uscire dalla pagina stampata per diventare oggetti d’arte da collezione. Non vestiamo solo i corpi, archiviamo visioni destinate a durare nel tempo.
Dalla scrittura per testate storiche come Vogue, Esquire ed Elle alla direzione d’immagine per la scena rap e i cast televisivi: come si attraversa trasversalmente la cultura pop senza perdere il rigore critico?
Mantenendo uno sguardo filologico. Quando ho curato l’immagine o collaborato con artisti e stylist per la scena rap italiana o per i progetti televisivi accanto a mentori come Alessia Moccia, non ho mai cercato il compromesso pop. Ho trattato il rap come una forma di poesia metrica e la televisione come un set di costume vivente. Il rigore critico non è accademico: è la capacità di decodificare i codici della strada e nobilitarli attraverso l’architettura sartoriale.
Nei tuoi collage digitali e nei tuoi post si percepisce un forte richiamo all’iconografia simbolica, alla numerologia e a un’estetica quasi alchemica. Che ruolo ha il simbolo nella comunicazione odierna?
Il simbolo è l’antidoto alla superficialità digitale. In un’epoca dominata dal rumore visivo e dall’efemero, l’iconografia alchemica e i richiami numerologici agiscono come chiavi d’accesso inconsce. I collage che pubblico sul mio profilo collettivo non sono semplici immagini evocative, ma strutture di senso. Costringono l’osservatore a fermarsi, a decifrare il testo visivo esattamente come si fa con un verso poetico o con un abito d’alta sartoria.
Qual è il bilancio di questo percorso e quale impatto intendi lasciare attraverso Fantamoda e la tua visione editoriale?
Il bilancio è quello di un’autonomia conquistata sul campo, partendo dai lavori manuali a tredici anni fino alla costruzione di un’identità autoriale globale. L’impatto che voglio lasciare è quello di una voce intransigente. Vorrei che Fantamoda e il mio lavoro venissero ricordati come il punto in cui la moda ha smesso di essere un catalogo di tendenze per tornare a essere un manifesto culturale, una disciplina intellettuale e un’opera d’arte totale.
Guardando al futuro immediato, quali sono le prossime traiettorie per la tua galassia creativa tra Milano, la Maremma e la scena internazionale?
Le traiettorie puntano dritto all’espansione sinestetica. Stiamo consolidando le sinergie con l’agenzia Cinquanta7 a Milano e la Gallery de Tableau in Toscana, espandendo al contempo la portata globale di Fantamoda Agency insieme ai nostri partner strategici. Sul fronte musicale, la produzione con LORENZO FROM BOG continuerà a fare da colonna sonora a questa visione, mentre la ricerca sull’eleganza d’antan si spingerà verso nuove forme di editoria indipendente e contaminazione visiva. Il futuro appartiene a chi sa custodire le radici inventando il domani.