Punti di fuga verso l’orizzonte: “Miami Vice”

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A seguito del brutale omicidio di due agenti sottocopertura dell’Fbi e del suicidio di un loro informatore, i detective del Miami Dade Police Department Rico Tubbs (Jamie Foxx) e Sonny Crockett (Colin Farrell), vengono infiltrati sotto falsa identità all’interno di una pericolosa rete criminale sudamericana, dedita al traffico di stupefacenti e merce di contrabbando. Supportati dalla loro squadra, di cui fa parte anche Trudy (Naomie Harris), partner di Rico nel lavoro e nella vita, i due poliziotti cercano di arrivare al capo dell’organizzazione, Arcangel de Jesus Montoya (Luis Tosar). A rendere più difficile e rischiosa l’operazione ci pensano Jose Yero (John Ortiz), braccio destro di Montoya che non si fida dei nuovi arrivati e la relazione clandestina che Sonny instaura con Isabella (Gong Li), moglie di Montoya. Tra assalti, pericolosi trasporti di droga, doppi giochi e rapimenti, la situazione precipita inesorabilmente, portando i due agenti infiltrati, insieme al loro team, a regolare i conti con l’intera cellula del narcotrafficante e con il suo luogotenente Yero.

Nel 1984 Michael Mann, in veste di produttore esecutivo, insieme a Anthony Yerkovich crea Miami Vice – Squadra antidroga (Miami Vice, 1984-1989), serial poliziesco incentrato sulle vicende di due detective dell’antidroga di Miami. Una serie, questa, che negli anni Ottanta ha rivoluzionato il concetto stesso di produzione televisiva, portando sul piccolo schermo una qualità complessiva mai vista in precedenza. Merito di un’attenta supervisione attiva da parte di Mann, Miami Vice nel corso degli anni è diventata una di quelle serie cult che, senza note di demerito alcuna, ha spianato la strada ai successivi serial polizieschi. Tuttavia, dopo quasi vent’anni ed a serie conclusa, Michael Mann ha deciso di tornare sulle strade di Miami, dirigendo nel 2006 Miami Vice (id.).

Diversamente da quanto si possa credere al primo impatto, il Miami Vice cinematografico è ben molto distante dal telefilm interpretato da Don Johnson e Philip Michael Thomas (i Sonny e Rico originari): non si tratta di una mera e semplice trasposizione dal piccolo al grande schermo, né di una sorta di remake. Miami Vice è qualcosa che va ben oltre quella che è la visione della Miami anni ’80 secondo Michael Mann. In Miami Vice restano inalterati i personaggi e l’ambientazione principale, ma a cambiare è l’atmosfera e il contesto generale (dagli anni Ottanta ai Duemila) in cui le vicende sono plasmate. Dimenticati i tocchi glamour e pop della serie originale, messi da parte i colori pastello degli abiti dei detective televisivi, Miami Vice investe lo spettatore con un’onda di realismo e cupezza assenti nel serial. Mann arricchisce Miami Vice di una nera ondata di brutale violenza, cinismo e crudo realismo, dando alla notturna e – al tempo stesso – luminosa città di Miami, quell’aura di sacro e profano, che si percepisce tra le strutture di acciaio e vetro mentre giù, in strada, si lotta di continuo tra la vita e la morte, in quella costante fascinazione da parte del male.

Il regista di Chicago – con meticolosità e precisione – dimostra sul grande schermo come i tempi siano cambiati e, di conseguenza, come il mondo stesso sia cambiato. La criminalità, i metodi dei trafficanti si sono evoluti, supportati dal costante sviluppo delle nuove tecnologie. Parimenti anche la legge, i metodi per contrastare il crimine hanno effettuato un upgrade verso nuovi mezzi di lotta. È per questo che Mann immerge lo spettatore nel difficile e – spesso – letale mondo degli agenti sottocopertura, di quei poliziotti che, pur di adempiere al proprio dovere di men in blue, rischiano la propria incolumità ed esistenza pur di porre un freno alle dilaganti organizzazioni criminali.

Per raccontare la storia di Sonny (magistralmente interpretato da un Colin Farrell in stato di grazia) e Rico, l’autore di Heat – La sfida e Manhunter – Frammenti di un omicidio, accresce il suo Miami Vice di quello spessore riflessivo sull’esistenza dell’uomo stesso. Tema questo caro a Mann, che ha già trovato spazio fin dalla sua opera prima Strade violente: ancora una volta troviamo in Miami Vice, degli uomini (e donne) allo sbando, in preda al corso degli eventi, in piena crisi esistenziale che li porta, inevitabilmente, a rivedere la loro etica ed a riflettere su ogni singolo scopo delle loro esistenze. Miami Vice è questo: una cupa e pessimista mise en scéne di destini umani che si incrociano, si mischiano e si schiantano quando, nel momento in cui la realtà bussa nuovamente alla porta, ognuno deve ritornare al proprio posto. Questo scompiglio, questo sconvolgimento di ruoli porta i personaggi di Miami Vice a muoversi a cavallo di quella flebile linea di confine che separa la legge dal crimine, il bene dal male, la luce dall’oscurità. Sonny e Rico sono sì due tutori della legge i quali, tuttavia, cercano di andare oltre i limiti imposti dai loro stessi ruoli di poliziotti; in particolar modo Sonny che innamorato e corrisposto da Isabella, è sempre più trascinato in un vortice di passione, di rischio e di un’inevitabile voglia di fuggire via, verso lidi e luoghi sconosciuti perché, come in tutta la filmografia manniana, il tema principale di Miami Vice è quello della fuga.

Una fuga (al momento solo realizzata in parte nell’ultimo film di Mann, Blackhat) verso una nuova vita, una nuova esistenza edulcorata dalla violenza e dalla morte, in cui vi è solo ed esclusivamente spazio per l’amore ed i sentimenti. Ma il pessimismo di fondo delle storie di matrice michaelmanniana, unito a quella che è la realtà dei fatti, porta Miami Vice ed i suoi personaggi ad un bivio, di fronte al quale scegliere se continuare a percorrere la giusta strada della legge o imboccare quella del crimine.

Crudo, cupo e senza un attimo di tregua (anche se i tempi dilatati e di sospensione abbondano), Miami Vice non è di certo la vetta più elevata di tutta la carriera di Michael Mann, eppure conferma tutte le sue incredibili potenzialità di fondo, in primis quello di ampliare le geografie di azione non solo dei personaggi ma del thriller metropolitano stesso, portando la sua riflessione centrale uomo-città-destino (pilastro portante delle opere precedenti come Heat e Collateral) verso punti ancora non toccati, in direzione di quella fuga che sembra (im)possibile ma tangibile anche solo con lo sguardo, che volge verso l’orizzonte dove, con certezza, tutti i punti di fuga (ed i sentimenti) sono possibili.

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