“Ore 15:17 – Attacco al treno”: Eastwood fa del bersaglio minimo il suo più grande errore

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Amici fin dall’infanzia Spencer Stone, Anthony Sadler e Alek Skarlatos sono cresciuti nel mito di diventare un giorno delle persone in grado di aiutare il prossimo e, allo stesso momento, rendersi utili alla propria Nazione. Mentre Spencer si arruola nell’Aviazione militare per diventare un aerosoccorritore e Alek milita nell’esercito servendo in Afghanistan, Anthony, ancora, deve trovare il suo posto nel mondo. Una licenza di qualche giorno per i due militari è l’occasione di riunirsi ad Anthony per un viaggio in Europa. Il 21 agosto del 2015 durante uno dei loro spostamenti in treno verso Parigi i tre amici si trasformano in eroi, impedendo a un terrorista armato di commettere una strage sullo stesso treno.

Dal 2006 ad oggi la produzione autoriale di Clint Eastwood non è stata scevra di storie incentrate sugli eroi a stelle e strisce recenti e meno recenti, consegnando allo spettatore ritratti di personalità forti ma – al tempo stesso – fragili che, volenti o no, hanno scritto una piccola (o grande) parte della storia americana passata e contemporanea. Se in origine questo moto patriottico trova le sue radici in Flags of Our Fathers (prima parte di un dittico di cui fa parte anche Lettere da Iwo Jima), successivamente evolutosi con i biopic American Sniper e Sully, alla veneranda età di quasi ottantotto anni Eastwood non poteva non cogliere nuovamente l’occasione per raccontare un atto di recente eroismo di stampo stars and stripes con Ore 15:17 – Attacco al treno (The 15:17 to Paris, 2018). Basato sull’autobiografia di Spencer Stone, Alek Skarlatos, Anthony Sadler e attingendo al materiale del reale fatto di cronaca Attacco al treno, rispetto ai suoi predecessori, con molte probabilità è l’opera meno riuscita e completa della visione eroistica di Eastwood: non mancano gli spaccati di vita dei tre protagonisti, così come il background formativo che – purtroppo – non si concentra più di tanto sulle psicologie ma, piuttosto, delinea l’indottrinamento famigliare e societario di un’America post undici settembre, di una Nazione leader nella lotta al terrorismo mediorientale che fa delle nuove generazioni i soldati di domani, bambini che giocano a softair nel bosco con le repliche dei fucili di assalto dei marines e con quelle del nemico, ragazzini non ancora adulti che indossano t-shirt mimetiche e inseguono il mythos di una guerra gloriosa, giusta e “magnifica” poiché solo così, servendo il proprio Paese e facendo la cosa giusta si può far parte del sistema, di quella comunità scissa tra le lodi a Dio e il sacrificio per la patria.

Tematiche non nuove nel cinema di un esperto come Eastwood ma, di certo, non esemplificate ed articolate in maniera coerente e coesa in Attacco al treno: se Flags of Our Fathers rappresenta la creazione ex novo di una subdola iconografia dell’atto eroico (la famosa foto della bandiera statunitense issata dai marines durante la battaglia di Iwo Jima) mentre in American Sniper si assiste alla controversa forgiatura del più letale cecchino dei Navy SEALs e della storia militare e in Sully alla rappresentazione cronachistica, psicologica e cronologica del famoso Miracolo sull’Hudson, Attacco al treno lascia ampio spazio a del materiale narrativo eccessivo e non essenziale. La macchina da presa eastwoodiana c’è e si vede, ma si sofferma a lungo sui troppi dettagli retorici e propagandistici, disseminati qua e là tra locandine di Full Metal Jacket e bandierine nazionali, dilatandosi su sequenze potenzialmente evitabili e, così, lasciando al fulcro principale, quello della neutralizzazione del terrorista sul treno, i classici cinque minuti finali della pellicola. Il grosso difetto di Ore 15:17 – Attacco al treno risiede proprio in questo, nel non essere un’opera ponderata e bilanciata nel complesso della sua durata (forse) riduttiva: non basta il piglio semidocumentaristico e la scelta di aver fatto recitare, al posto di attori famosi, i veri protagonisti della vicenda per elevare Attacco al treno al rango di opera filmica di importante valenza. Affidandosi quasi solo ed esclusivamente all’orgoglioso impulso patriottico, questa volta l’autore di immensi capolavori della cinematografia sbaglia il colpo e, parafrasando in completa libertà poetica una battuta di American Sniper, Eastwood fa del bersaglio minimo il suo più grande errore. Un vero peccato, questo, perché insieme a Flags of Our Fathers, American Sniper e Sully, Ore 15:17 – Attacco al treno poteva essere il perfetto e ultimo atto di una potenziale Tetralogia sugli American Heroes.

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