Mattia Manetti e la cucina senza filtri

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Un’intervista coraggiosa che esplora i lati oscuri del successo e le cadute più profonde. Con il suo libro “Volevo solo cucinare”, Mattia Manetti affronta il tema della dipendenza e della pressione psicologica nei ristoranti stellati, rivendicando uno spazio di verità in un mercato editoriale spesso troppo abituato a storie edulcorate.

 

Nel momento in cui scrivi “La sostanza altro non è che un untore di morte e perdizione”, c’è una presa di coscienza molto forte: è stato il punto più difficile da mettere su carta?

La parte più difficile dal punto di vista emotivo è stato scrivere, descrivere e rivivere la morte del Arturo. La presa di coscienza di aver perso la presenza e  l affetto di un fratello, e l’importanza di trovare le giuste parole per essere delicato ma incisivo, ben sapendo che saranno le ultime che scriverai di lui, intrise d amore e sogni spezzati; di ricordi ed emozioni, di risate e pianti. Non è facile scegliere e calibrare le giuste parole “in aeterna memoria” per la persona più importante della tua vita, sia da un punto di vista personale che professionale.

Alcuni passaggi sono estremamente diretti, quasi crudi: hai mai avuto paura di risultare troppo esposto agli occhi del lettore?

La crudezza e la schiettezza che permeano il libro fanno parte del mio carattere. Nel mentre dello scrivere non mi sono mai preoccupato di ingentilire gli avvenimenti o i pensieri personali che ho deciso di riportare. La vita non è fatta di rose e fiori ma di sangue e sudore. I sentimenti e le sensazioni raccontate sono “vita vera” che piaccia o meno non importa, ho aperto il mio mondo interiore per degli sconosciuti, e non sono certo il tipo di persone che vuole piacere per forza. Oggi il mondo è dominato dal bigottismo e lungi da me essere etichettato come tale. La cucina ti insegna che la realtà  è molto più tosta di quanto ti si voglia far credere. E che bisogna essere pronti ad affrontare qualsiasi situazione. Mia madre mi ha chiesto se fossi sicuro di non voler utilizzare uno pseudonimo per la pubblicazione. Le ho risposto chiaro e tondo:

“Questa è la mia vita e non me ne vergogno per nulla; sfido chiunque ad averla vissuta al posto mio ed essere ancora in grado ad alzarsi con un sorriso ogni mattina, pronto ad affrontarla quotidianamente”.

Quali autori o esperienze ti hanno influenzato nella costruzione di un racconto così personale e senza filtri?

Le due principali fonti d ispirazione come tipo di scrittura, cronologia del racconto e metodologia d’espressione sono sicuramente Pulp Fiction di Tarantino e I pilastri della terra di Ken Follett. Tante citazioni riprendono film del calibro di “full metal jacket” di Kubrick e di libri come “kitchen Confidential” di Anthony Bourdain. C‘è anche tanta musica, in particolare dei Queen e dei Metallica, che sono state colonna sonora dei passaggi cruciali della mia vita.

Oggi si parla tanto di mercato editoriale: pensi che storie così vere abbiano spazio oppure debbano lottare il doppio per emergere?

Le storie vere spesso superano la fantasia, ma è proprio la storia che c’è dietro “i grandi” che ci insegna che nessuno ci regala niente e che tutto va guadagnato con sforzi e rinunce enormi. Le storie vere dovrebbero essere al primo posto nella scelta per una crescita personale. E spero che nel mio piccolo, anch’io possa insegnare qualcosa. Una testimonianza diretta come questa, va rispettata per il semplice fatto che c’è ancora qualcuno così coraggioso o così stupido da voler raccontare la verità. Io sono sicuramente un mix di entrambi.

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- 06/05/2026

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