
Un dialogo che entra nel cuore di “O’ahu”, il romanzo di Lydia Montelier che intreccia storie personali e grandi eventi. Emergono riflessioni su cosa significhi oggi raccontare una storia complessa senza semplificare troppo.

Parto da una scena: quando Miiko si avvicina all’isola e vede “il filo spinato e ben otto torri di guardia”, il senso di oppressione è fortissimo. Quanto è centrale per te il tema della libertà nel romanzo?
La libertà è il tema centrale del romanzo. È necessario per conferire la giusta dignità all’essere umano. Miiko è libera, eppure andando a trovare i suoi genitori su Sand Island, si vergogna di non aver usato questa libertà prima per venirli a trovare. Il senso di oppressione è fortissimo primo perché sono coinvolti i suoi genitori, e si sa che quando si vive personalmente una determinata situazione la si somatizza, e secondo perché ha aspettato sette mesi per decidersi ad andare a trovarli. Lei vive libera ad Honolulu, ma a pochi passi dalla sua attuale abitazione, c’è questo carcere, un’isola una volta adibita a zona di quarantena che è diventata un campo per incarcerare il nemico. C’è del filo spinato e otto torri di guardia con relative guardie armate per… i suoi genitori. Anche durante l’incontro con loro, arriva al punto di vergognarsi della sua libertà rispetto a loro. Non si è per forza liberi solo perché lo si è nel fisico. Anche la mente può vivere in un carcere, e Miiko si sente incarcerata dal giorno successivo all’attacco su Pearl Harbor.
La tua scrittura alterna momenti molto emotivi ad altri estremamente documentati. Ti senti più narratrice o più ricercatrice?
Entrambe le cose e oserei dire in ugual misura. Non mi sognerei mai di narrare qualcosa di cui non sono sicura. Ciò che desidero principalmente scrivendo i miei romanzi è trasmettere dati e nozioni che possano arricchire chi legge. So bene che una grossa porzione di popolazione non si sognerebbe mai di fare ricerche su un dato argomento (che si tratti di argomenti storici o tecnici o anatomici (vedi la descrizione dell’amputazione da parte di Kelly ad esempio)), ma in questo modo, mi piace pensare di trasmettere drop di conoscenza. E quando una persona acquisisce conoscenze, ne viene arricchita. Non sono una persona ambiziosa, ma sono felice quando qualcuno si entusiasma per esser venuto a conoscenza di qualcosa, e se il mezzo per conoscere quel qualcosa sono stata io, ne vado fiera, perché ho dato. E c’è più felicità nel dare, no?
Nel panorama editoriale attuale, dove spesso si cerca velocità e semplicità, pensi che un romanzo così denso e dettagliato sia una sfida o un atto necessario?
Forse per qualcuno è una sfida. Penso alle nuove generazioni che vivono di tic-toc e Instagram dove si trasmette un’informazione in pochi secondi e in più alquanto annacquata. Per me, per fortuna non è così. Ogni sfida sottintende uno sforzo, ma per me non richiede uno sforzo particolare. Un atto necessario? Quello sì! Per contrastare appunto questa tendenza al volere semplificare e velocizzare tutto. È necessario per cercare di controbilanciare questo ritmo frenetico. È denso e dettagliato proprio per costringere chi legge a soffermarsi, a immaginare, ad entrare nella parte. Il mio linguaggio è tuttavia semplice in modo da non scoraggiare chi non ha un vocabolario forbito. E cerco sempre di trasmettere l’informazione in maniera dinamica, nel corso di una conversazione, perché secondo me, s’imprime meglio che con una descrizione fredda e distante.
C’è un autore o una corrente letteraria che ti ha influenzato in modo decisivo mentre costruivi “O’ahu”?
Non posso negarlo: sono in ammirazione di Ken Follett e anche di Charlotte Link. Entrambi hanno scritto una trilogia sul XX° secolo: la Caduta dei giganti di KF, e Venti di tempesta di CL. Sono libri che ho letto circa dieci anni fa e che non ho mai più ripreso in mano pur continuando a decantarli intorno a me. Il modo in cui sia KF che CL scrivono, ossia facendo entrare nel vivo del momento storico grazie ai protagonisti che vivono la storia sulla loro pelle, ha destato in me l’amore per la storia che era invece la mia bestia nera a scuola. L’ho anche scritto a KF col quale ci siamo scambiati qualche mail proprio riguardo alla “Caduta dei giganti” per quanto riguardava un avvenimento storico: gli avevo scritto che sicuramente, i ragazzi a scuola imparerebbero meglio questa materia leggendo i suoi libri che quelli didattici, proprio per il fatto che la storia che narra lui è storia viva, mentre sui libri di storia, sembra storia morta, passata. E come non volerlo imitare?