L’otto marzo differente – Una giornata a San Patrignano

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Di che colore è la solidarietà? E quali sono, oggi, le sfumature di un valore come quello dell’inclusione? Attraverso la mia esperienza di docente della scuola pubblica statale italiana provo a dare una risposta a questi interrogativi, con la consapevolezza che a fronte di una strada già tracciata ci sia ancora molto da fare senza abbassare mai la guardia. Lavorando con sistematicità e impegno costanti. 

Di che colore è la solidarietà? E quali sono, oggi, le sfumature di un valore come quello dell’inclusione?

In una tavolozza variegata come quella della nostra quotidianità recente c’è bisogno davvero di chiederselo. Basta un attimo di distrazione per snaturare colori brillanti trasformandoli in tinte spente o, peggio, cupe.
La stessa accozzaglia di sensazioni ed emozioni che mi hanno tenuta sveglia parecchio  negli ultimi due mesi.
Nella mia sensibilità di persona e di donna di colori se ne sono avvicendati parecchi, a partire dall’attimo in cui con due colleghe armate della mia stessa determinazione, Annalisa ed Emilia, abbiamo deciso di portare i ragazzi delle classi in cui insegniamo a visitare per lo Scuola Day la Comunità di recupero San Patrignano alla fine di un percorso lungo e laborioso incentrato sulla solidarietà, ascoltata e intravista attraverso attività didattiche, mostre fotografiche e convegni a tema. Una decisione che a noi è parsa coerente ma che non ci ha messe al riparo dalla leggerezza e dal pressappochismo di un’epoca in cui c’è ancora chi preferisce ovattare la routine dei propri figli credendo che in un viaggio d’istruzione debba prevalere la componente del mero intrattenimento.
Mentre raccoglievamo le adesioni dei nostri studenti in una realtà complessa come quella di Montesilvano (comune della fascia costiera abruzzese a elevato rischio di devianza giovanile, dall’importanza logistica strategica perché vicino a infrastrutture notevoli che gli consentono di essere al crocevia di situazioni potenzialmente ottimali ma fatte anche di luci e ombre), di stereotipi e pregiudizi Annalisa, Emilia e io ne abbiamo dovuti affrontare parecchi.  Idee preconcette originate dalla poca o parziale conoscenza di una realtà solida e concreta qual è quella della Comunità di San Patrignano, centro di recupero internazionale per ragazzi in difficoltà fiore all’occhiello della Regione Emilia Romagna ed eccellenza dell’Italia che funziona.
Siamo riuscite a formare il nostro gruppo di alunni anche grazie al placet della nostra dirigente che ci ha appoggiate dall’inizio con un ‘I numeri ci sono. Procediamo’ che ci ha dato la carica necessaria per continuare in quest’opera di sensibilizzazione verso i ragazzi. E chi di loro ha potuto contare sull’appoggio di genitori preoccupati di offrire, per il tramite del nostro istituto, un’opportunità di crescita fuori dalle righe, concedendoci fiducia, è partito con noi all’alba di giovedì 8 marzo alla volta di Corciano, in provincia di Rimini, con un cielo luminoso e beneaugurante che ci ha regalato una giornata di sole seguita a molti giorni di maltempo e di grigiore.
Al nostro arrivo siamo stati affidati a Sadìa e Antonio, ospiti della comunità di Sanpa, che ci hanno traghettato attraverso quest’esperienza mostrandoci con orgoglio e senso di appartenenza i tanti aspetti di quella che è la loro attuale casa. Ce ne hanno parlato con semplicità ma anche con trasporto, con occhi brillanti. Spiegandoci quali fossero le regole da rispettare e facendolo con reale partecipazione: la stessa sostanza che è nelle cose realmente passate attraverso di noi, che ci hanno reso quelli che siamo dopo innumerevoli bufere perché abbiamo resistito e non ci siamo arresi e siamo finalmente in grado di reggerci in piedi da soli.

Con loro abbiamo visitato il settore formativo delle Grafiche, ammirato i murales nel sottopasso che conduceva all’Auditorium, visitato il canile, intraviste le scuderie, il centro studi, il presidio sanitario.  Sadìa e Antonio ce li hanno indicati inframezzando nella loro narrazione pezzi della loro storia a pezzi di storia comune condivisi senza inutile retorica, invitando tutti noi a riscoprire con occhi differenti le piccole e grandi cose della vita e ad assaporarle come fossero granelli di sale, piccoli ma indispensabili. Essenziali. Dappertutto abbiamo incrociato ragazzi, uomini e donne di età diversa impegnati a fare per loro stessi e per gli altri. E per noi. Accoglienti nel saluto.

Nell’immensa sala da pranzo abbiamo consumato il nostro pasto in compagnia di circa trecento ragazzi provenienti da altrettante scuole italiane e degli ospiti della comunità seduti su panche con tavoli coperti da un tovagliato che mi ha riportata indietro nel tempo. Siamo stati accuditi di tutto punto, quasi coccolati, da ragazzi desiderosi di darsi da fare per noi come, forse,  una volta era costume accogliere un ospite d’onore. Noi docenti siamo state rincorse per ricevere un rametto di mimosa.

Già, perché giovedì era la giornata internazionale della donna.

Mai come in questa circostanza ho avvertito una ripartizione paritaria tra i ruoli dei nostri due accompagnatori sostenuta da entrambi con pari responsabilità e impegno.

Lo stesso rispetto  e la stessa attenzione mostrati nella successiva narrazione     di Alessio e Greta del loro prima, durante e ora esistenziale nel Teatro della Comunità. Due storie di vita distinte ma con un solo denominatore comune: la voglia di farcela, di riscattarsi in primis verso loro stessi e poi verso le persone amate che in loro avevano creduto. Due ‘dichiarazioni d’intento’ impegnative, condivise senza falsi pudori, nella speranza che i nostri ragazzi potessero capire per non sbagliare mai come a loro era capitato. Un pomeriggio fatto anche di tanta emozione, in cui non c’è stato posto per buonismi di forma, con il valore aggiunto di fare ‘nostri’ il loro dolore e poi la loro determinazione a venirne fuori.

I nostri ragazzi hanno completato con entusiasmo il grande cartellone colorato dedicato alla nostra scuola forse anche per stemperare  la complessità, bella e fisiologica, di quel confronto a cuore aperto.
Quando nell’istante del commiato ho abbracciato Antonio promettendogli di salutargli ad aprile Berlino, lui mi ha sorriso e mi ha detto ’Tra poco toccherà anche a me’.
Di ritorno a casa a fine giornata ho messo in un bicchiere il mio rametto di mimosa, ripensando a quanto una mia alunna mi aveva detto.

Vedendola impugnare per prima il pennarello e correre verso il poster le avevo chiesto cosa avesse deciso di scrivere.  ‘Non basta salire uno scalino, ma tutta la gradinata, ho scritto questo, prof’. Nel suo vissuto di adolescente ci sono già tante sofferenze e tanti problemi forse più che nella quotidianità di altri suoi coetanei. C’è, però, altrettanta voglia di costruire con tenacia qualcosa di diverso.
Io sono sicura che ce la farà. Gliel’ho detto e lei ha sorriso.

Poi si è voltata ed è corsa dai suoi compagni di scuola.

Lucia Guida

Foto di copertina di Annalisa La Vella

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